Home Home
 
 
 
 
 
 
DS16GAMMA - MISSIONE 32 RSS DS16GAMMA - Missione 32

32.07 "Pallina, pallina, pallina..."

di Rerin Th'Tharek, Pubblicato il 19-06-2026

***flashback***
Quadrante Gamma - Kyron V
data sconosciuta - orario ignoto


Su Kryon V il silenzio non era assenza di suono, ma assoluta efficienza.

Tra le strutture pulite, geometriche e perfettamente simmetriche che ospitavano la popolazione, non si udiva mai il riverbero di una parola pronunciata a voce. Gli abitanti si muovevano in un'atmosfera di quiete perenne, ma le loro menti erano costantemente collegate da un'acuta e profonda sensibilità bio-telepatica. Condividevano intenzioni, dati, concetti complessi e necessità quotidiane con una sintonizzazione così perfetta e immediata da rendere superfluo qualsiasi mezzo verbale o acustico.

In quel mondo, la logica pura governava ogni singolo aspetto della vita: ogni oggetto costruito aveva una funzione matematica precisa, ogni interazione uno scopo chiaro e produttivo. Concetti come lo svago, la decorazione fine a se stessa o l'atto di cedere qualcosa senza un tornaconto non avevano cittadinanza. Nelle loro menti semplicemente non esistevano le caselle logiche per contenerli erano anomalie prive di senso, spazi vuoti in un sistema perfetto.

Quella linearità eguagliata solo dalle macchine venne incrinata dal passaggio di alcuni mercanti di altre specie. Sbarcati su Kryon V per scambi commerciali, gli alieni portarono con sé racconti confusi e frammentari, raccolti durante il loro ultimo scalo alla Starbase DS16 Gamma. Nel condividere le loro esperienze con la popolazione locale, i mercanti descrissero un fenomeno assurdo, una novità assoluta che si stava manifestando per la prima volta su quell'avamposto della Federazione. Parlarono di una parola nuova, "Natale", e di una stasi programmata in cui gli umanoidi della base interrompevano inspiegabilmente le attività produttive per celebrare quello che definivano il concetto di "festa". L'elemento che più di tutti lasciò perplessi gli abitanti di Kryon V fu la descrizione di una procedura chiamata "Consegna": l'atto di cedere un oggetto, spesso privo di qualsiasi utilità pratica, a un proprio simile senza ricevere in cambio alcun controvalore economico, energetico o informativo. Per la logica del pianeta, un'interazione a somma negativa del genere era un paradosso inconcepibile.

Davanti a quel bizzarro passaparola, che descriveva un comportamento apparentemente folle e privo di coordinate razionali, la popolazione decise di cercare un riscontro oggettivo attraverso la tecnologia. Vennero attivati i sensori a lungo raggio del pianeta, puntando le griglie di scansione direttamente sulle coordinate della Starbase DS16 Gamma. L'obiettivo era verificare se dietro quelle storie vi fosse una base materiale, e la conferma strumentale fu immediata e spiazzante. I rilevatori indicarono che l'avamposto federale, solitamente regolare e calibrato nei suoi flussi, stava registrando un'improvvisa e massiccia variazione nelle sue emissioni energetiche. Immense quantità di megawatt venivano dissipate in tempo reale lungo tutti i moduli abitativi e i corridoi della stazione. I sensori isolarono la fonte di quel dispendio insolito: non si trattava di carichi di lavoro industriali, di un riarmo difensivo o di test sui reattori, ma dell'alimentazione di miliardi di piccoli filamenti luminescenti, matrici di luce multicolore e proiettori ornamentali. I dati confermavano che l'incomprensibile anomalia descritta dai mercanti stava modificando la fisica stessa della base.

La variazione energetica registrata sulla Starbase DS16 Gamma generò un'eco profonda nella sensibilità bio-telepatica degli abitanti di Kryon V. Quell'incertezza misurabile, quel picco di pura dissipazione privo di costrutto, non poteva essere ignorato si propagò tra le loro menti non come un'emozione, ma come un'equazione irrisolta che esigeva una risposta. Attraverso la loro sintonizzazione silenziosa, iniziarono a confrontarsi, scambiandosi vettori di dati e ipotesi nel tentativo di decodificare l'assurdità del comportamento federale. Per una specie che ottimizzava ogni singolo respiro, comprendere la causa di quel paradosso era diventato una necessità scientifica imprescindibile. C'era un'anomalia logica a pochi anni luce di distanza, e la logica esigeva di essere ripristinata o, quantomeno, compresa.

Tuttavia, gli abitanti di Kryon V non erano esploratori. Non provavano l'impulso biologico o culturale di solcare lo spazio profondo, né nutrivano alcuna curiosità per i mondi alieni amavano la geometrica perfezione del proprio pianeta, l'unico luogo in cui la loro simbiosi telepatica risuonava senza interferenze e in totale armonia. L'idea di viaggiare, di sradicarsi da quella quiete asettica per mescolarsi al caos della galassia, era un'efficienza mancata, un rischio inutile.

La soluzione si delineò spontaneamente nella rete dei loro pensieri condivisi: se Kryon V non poteva muoversi, sarebbe stato un simulacro a farlo per loro. Decisero di assemblare un drone, un'unità spia dotata di una matrice bio-telepatica ricettiva, modellata sulla loro stessa natura. Gli abitanti impressero nel nucleo cibernetico della sonda una sequenza di comandi telepatici elementari, una stringa logica rigida e lineare che ne avrebbe guidato ogni movimento: arrivare sulla stazione senza farsi rilevare, registrare ogni singola interazione legata a quel paradosso, e fare ritorno a casa per riversare i dati accumulati nella mente della sua specie.

La pianificazione dell'infiltrato richiese una precisione assoluta per evitare le griglie difensive della Federazione. Non potendo inviare una navetta senza far scattare gli allarmi della stazione, la popolazione di Kryon V stabilì che il drone sarebbe stato proiettato a destinazione tramite un singolo, mirato impulso di teletrasporto a lungo raggio, calibrato per materializzarlo direttamente in una zona isolata e priva di monitoraggio della Starbase DS16 Gamma.

Secondo i protocolli di missione stabiliti, una volta giunto in quel punto cieco, il drone non avrebbe dovuto muoversi immediatamente. La sua prima direttiva sarebbe stata quella di rimanere nascosto nell'oscurità, attivando i sensori passivi per osservare l'ambiente circostante senza emettere segnali tracciabili.

Attraverso questa osservazione silente, l'unità avrebbe analizzato il flusso biologico della stazione per determinare, su base statistica, quale specifica razza aliena fosse la più diffusa e presente in quel determinato settore dell'avamposto. Solo dopo aver identificato la specie dominante, la matrice biomimetica del drone sarebbe entrata in funzione: i suoi sistemi avrebbero copiato fedelmente le fattezze fisiognomiche di quegli individui, alterando la struttura del guscio per replicarne l'aspetto.

In questo modo, trasformato in un perfetto e anonimo duplicato di un comune passeggero della stazione, il drone avrebbe potuto muoversi liberamente e passare del tutto inosservato.



***flashback***
DS16 Gamma - zona imprecisata
data sconosciuta - orario ignoto


La materializzazione riuscì, ma il prezzo da pagare fu altissimo.

Nel momento esatto in cui l'impulso del teletrasporto si interruppe, scaricando il drone nell'oscurità del condotto isolato, l'impatto con le potenti barriere deflettive e i campi magnetici della DS16 Gamma provocò un sovraccarico imprevisto nei sistemi ricettivi della sonda.

Un glitch sistemico si propagò istantaneamente attraverso l'architettura logica del drone, cancellando l'intera sequenza di comandi che gli abitanti di Kryon V avevano impresso nella sua memoria. In un millisecondo, tutta la programmazione della missione - le direttive di osservazione, la routine di mimetismo fisiognomico e persino le istruzioni per il futuro teletrasporto di ritorno verso casa - svanì nel nulla.

Senza più una logica adulta a guidarlo e privato della connessione radio-telepatica con il pianeta d'origine, il nucleo bio-cibernetico andò in totale protezione, subendo un drammatico collasso regressivo. L'intelligenza complessa della sonda si contrasse, lasciandola con la mente di un bambino: una coscienza infantile, spaventata, confusa e priva di filtri, del tutto incapace di comprendere il mondo circostante.

A causa di questo blocco totale, il protocollo di trasformazione non venne mai avviato. Il drone non analizzò la popolazione della stazione, né cercò di copiarne le fattezze per mimetizzarsi. Si limitò a mantenere l'aspetto esatto dei suoi creatori. Era una figura scura che si muoveva con una postura rigida e misurata, che ricordava vagamente quella di un Jem'Hadar, ma priva di qualunque attributo biologico riconoscibile. La sua pelle sintetica presentava chiazze irregolari, come se fosse stata modellata e manipolata più volte senza mai trovare una finitura definitiva. Era una silhouette dalle linee pulite, alte, asettiche e palesemente aliene, dominata da una totale e inquietante assenza di emozioni. Gli unici elementi vividi in quel guscio polimerico erano gli occhi: bulbi privi di qualsiasi espressione umanoide, capaci però di accendersi e mutare d'intensità, illuminandosi di una luce innaturale, vivida e pulsante ogni volta che i sensori interni registravano una nuova variabile o sintonizzavano una frequenza.

Nel momento esatto in cui i rumori metallici dell'avamposto e il viavai dei primi umanoidi iniziarono a farsi troppo vicini, il drone reagì per puro istinto di conservazione. Quella mente infantile, priva di coordinate ma spaventata dal caos circostante, cercò immediatamente un rifugio lontano dagli sguardi. Sfruttando la sua agilità innaturale, la figura scura scivolò di nuovo nelle ombre e si arrampicò all'interno della fitta rete dei condotti di aerazione della DS16 Gamma.

Lì dentro, nel labirinto di metallo che correva sopra le teste dell'equipaggio, l'essere iniziò a vagare senza una meta precisa. Nonostante il glitch avesse cancellato le sue direttive, la sua stessa natura costruttiva continuò a fare il proprio dovere in modo impeccabile: i materiali sintetici di Kryon V assorbivano le emissioni termiche e smorzavano i campi magnetici ed ogni altro rumore, permettendogli di muoversi senza far scattare nessuno dei sensori di sicurezza della Federazione. Per i computer della stazione, quel condotto era vuoto.

Fu proprio in quella solitudine protetta che la strana creatura, in parte biologica e in parte meccanica, trovò una sua bizzarra via di fuga. Anche se non ricordava più la sua programmazione originaria, né il mandato degli scienziati che lo avevano assemblato, il drone non poté fare a meno di assecondare la sua natura ricettiva.

Si accovacciò dietro le grate metalliche, affacciandosi sui corridoi illuminati a festa. I suoi occhi, privi di emozioni ma accesi di una luce fioca e pulsante, si fissarono sulle matrici di luci multicolore, sui proiettori ornamentali e sui movimenti degli ufficiali. Senza sapere il perché, guidato solo dallo stupore vuoto di una mente bambina, il drone iniziò a osservare.



***flashback***
DS16 Gamma - zona imprecisata
data sconosciuta - orario ignoto


Per diversi giorni, il drone continuò a abitare l'oscurità dei condotti di aerazione, muovendosi come uno spettro asettico tra i flussi d'aria calda e i rumori ovattati della stazione. Vagava senza sosta, accumulando immagini, volti e frammenti di conversazioni che la sua mente infantile non riusciva a comprendere del tutto. Eppure, quel vuoto logico generato dal glitch continuava a bruciare nel suo nucleo bio-cibernetico l'entità soffriva la mancanza di un input direttivo, di una guida superiore che sostituisse la rete telepatica di Kryon V.

Era una macchina con l'anima di un neonato che stava cercando una mamma o un papà putativo, almeno finché la sua attenzione non si focalizzò su un individuo specifico.

Osservando attraverso le feritoie metalliche dei ponti principali, i sensori passivi del drone isolarono una figura che spiccava nettamente sul resto dell'equipaggio. Ad una prima, istintiva analisi dei flussi comportamentali, quell'umano mostrava caratteristiche straordinarie: una stabilità emotiva fuori dal comune, una forte autorevolezza e, soprattutto, una capacità comunicativa e un carisma capaci di orientare le azioni di tutti coloro che gli stavano intorno.

Per la mente rudimentale della creatura, quel soggetto possedeva la stessa forza polarizzante che sul suo pianeta natale era esercitata dalla volontà collettiva della sua specie.

Era il Capitano Steje Aymane.

Il drone rimase a lungo immobile sopra gli alloggi e la plancia di comando, ascoltando con estrema attenzione ogni parola pronunciata dal Capitano. In quella figura paterna e decisa, la sonda intravide il perfetto sostituto dei suoi programmatori. Nacque così un bisogno primordiale e silenzioso: agganciarsi a quell'uomo, assorbire i suoi ordini e colmare finalmente quel vuoto devastante, lasciando che fosse il carisma di Aymane a renderlo di nuovo completo.

Ma d'altra parte il drone, nella sua mente oramai tornata a una fase primordiale, non aveva il coraggio di fare quel passo e di avvicinarsi al suo possibile nuovo programmatore.

Come un bambino spaventato dall'idea di esporsi e di poter soffrire, terrorizzato da un eventuale rifiuto che il suo nucleo sensibile non avrebbe saputo gestire, preferì rimanere al sicuro nell'ombra. Bloccato da quel timore tipicamente infantile, scelse di continuare a nascondersi dentro l'asettica protezione dei condotti, limitandosi a osservare da lontano l'unica figura che avrebbe potuto salvarlo dal suo vuoto.



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Ufficio Tattica - Sicurezza
All'interno dei condotti di aerazione
20/12/2405 - Ore 19.30


Il drone era rannicchiato dietro la grata del condotto, immobile come un pezzo della paratia metallica, proprio sopra il corridoio adiacente alla sezione sicurezza. I suoi occhi, accesi di una luce tenue, erano fissi sul Capitano Aymane. Lo vide avvicinarsi a Durani, l'ufficiale Klingon impegnata a firmare un rapporto su un PADD, e porgerle una scatola.

Attraverso i suoi recettori audio, le parole del Capitano filtrarono nel nucleo della sonda, limpide ma prive di un codice logico che permettesse di decifrarle: "Ho notato che durante l'allestimento ha sistemato personalmente le luci nel settore residenziale dei civili... Fuori turno... Non l'ho detto a nessuno".

Per la mente infantile del drone, quella sequenza di suoni non aveva una grande importanza, era una conversazione piuttosto semplice, ma ciò che lo mandò letteralmente in cortocircuito fu l'azione in sé.

I suoi sensori analizzarono l'oggetto scambiato: una scatola contenente una sfera di vetro trasparente, completamente vuota. Uno strumento privo di circuiti, privo di energia, privo di una funzione matematica o meccanica. Ad una prima occhiata, era un pezzo difettoso, un oggetto inutile. Perché il suo papà putativo stava cedendo una risorsa a un altro individuo?

Su Kryon V, ogni interazione era uno scambio bilaterale di dati o energia cedere qualcosa senza ricevere un controvalore, e per di più cedere un oggetto che non serviva a nulla, violava ogni legge della logica che il drone, seppur regredito, sentiva scorrere nei propri circuiti.

Con lo stupore confuso di un bambino che assiste a un gioco di prestigio inspiegabile, l'entità osservò la reazione della Klingon. Durani non aggredì il Capitano, non rifiutò l'oggetto inutile. Al contrario, ripose la scatola sotto il braccio, stringendola a sé come se quell'oggetto vuoto avesse improvvisamente acquisito un peso specifico enorme. Il drone inclinò la testa nell'oscurità del condotto, mentre i suoi occhi pulsavano di una luce più intensa. Nella sua mente elementare continuava a rimbalzare un'unica, frustrante domanda: perché dare qualcosa a qualcuno senza ricevere niente in cambio? E soprattutto, perché dare una cosa che non aveva alcuna funzione?



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Alloggi diplomatici
All'interno dei condotti di aerazione
20/12/2405 - Ore 19.35


Seguendo il Capitano attraverso l'intricata rete dei condotti, il drone si posizionò sopra gli alloggi diplomatici, spiando la scena da una feritoia della ventilazione. I suoi sensori registrarono l'ennesimo schema inspiegabile. Di nuovo, la scatola identica. Di nuovo, quel gesto di cessione unilaterale, privo di logica economica o energetica.

Attraverso i recettori audio, la sonda catturò lo scambio di battute tra Aymane e l'Ambasciatrice vulcaniana. Le parole del Capitano evocarono un episodio lineare: un piccolo umanoide smarrito e ricondotto alla sua cellula familiare.

La risposta della donna rimbalzò nei circuiti del drone come una temporanea boccata d'aria: "Era la risposta logicamente corretta alla situazione. Qualsiasi altra azione sarebbe stata inefficiente"

Per un istante, la mente infantile della sonda credette di aver trovato un alleato, qualcuno che parlava la stessa lingua asettica di Kryon V, basata sull'efficienza e sulla retta via matematica.

Ma subito dopo, il paradosso si fece ancora più fitto e frustrante. Il Capitano si limitò a sorridere, confermò l'ovvietà di quella logica e si allontanò, lasciando la scatola con la sfera di vetro vuota nelle mani della Vulcaniana. Il drone rimase a osservare la diplomatica rimasta sola nel corridoio. I suoi algoritmi biologici si interrogarono a fondo sul comportamento di quella razza così simile alla sua per rigore, ma il verdetto dei sensori fu spiazzante: T'Lani non gettò via l'oggetto inutile, né lo scannerizzò come potenziale minaccia. Rimase immobile a stringerlo.

Nella mente primordiale del drone, lo sconcerto crebbe. Se persino un essere che riconosceva e pretendeva l'efficienza accettava di ricevere un contenitore vuoto, senza alcuna funzione meccanica e senza offrire nulla in cambio, questo significava che l'equazione della "Consegna" conteneva una variabile a lui totalmente invisibile. Una forza misteriosa che spingeva il suo papà putativo a privarsi di qualcosa e l'algida Vulcaniana a custodire il nulla.



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Settore Operazioni
All'interno dei condotti di aerazione
20/12/2405 - Ore 19.40


Il drone si era spostato seguendo i passi del Capitano fino al Settore Operazioni, rannicchiandosi dietro una grata che vibrava leggermente per il passaggio dei flussi energetici della stazione. Da quella posizione privilegiata, i suoi sensori si focalizzarono sulla figura di Tara Keane.

La reazione della donna Klingon scatenò un'immediata risposta difensiva nei circuiti della sonda: Keane emise una sequenza di suoni ad alta frequenza e picchi di energia che i traduttori del drone identificarono come "risata" e "ironia" solo dopo svariati istanti. Sebbene si rendesse conto che non vi era nessuna minaccia, per una mente infantile come la sua, quel comportamento era indecifrabile. La donna stava verbalmente negando le parole del Capitano, definendolo persino "insopportabile", eppure la sua bio-firma non mostrava alcuna traccia di reale ostilità o minaccia.

Il cortocircuito logico nella testa del drone si fece ancora più doloroso quando il Capitano pronunciò la sua analisi, provocando un arresto immediato e improvviso delle emissioni sonore di Tara. La sonda registrò il momento esatto in cui la donna prese l'oggetto, lo sollevò verso la fonte luminosa e pronunciò due parole che risuonarono chiare nei recettori del piccolo osservatore: "È vuota".

E di nuovo, anche quella donna aveva ragione.

Il drone focalizzò i sensori ottici sulla sfera di vetro: i suoi scanner confermarono il dato, non c'era assolutamente nulla al suo interno. Nessuna particella energetica, nessun dato memorizzato, nessun composto chimico. Eppure, proprio come era accaduto con gli altri ufficiali, l'inutilità oggettiva di quel contenitore vuoto produceva un effetto tangibile sul comportamento del soggetto.

Il Capitano si allontanò in silenzio, lasciando la Klingon a contemplare il niente.

Nel buio del condotto, quella mente bambina si sentì sopraffatta: il suo papà putativo non stava distribuendo risorse, stava distribuendo vuoto. E la cosa più spaventosa, per la logica binaria della sonda, era che gli abitanti di quella stazione sembravano apprezzare quel vuoto più di qualsiasi altra cosa.



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Infermeria
All'interno dei condotti di aerazione
20/12/2405 - Ore 19.45


Il drone scivolò silenzioso lungo le paratie superiori fino a raggiungere la grata dell'infermeria. Le luci lì erano più fredde, quasi asettiche, e riflettevano sulla pelle a chiazze irregolari della sonda mentre si sporgeva per osservare la dottoressa Bly Dorien.

I suoi recettori captarono la voce del Capitano, che evocava una sequenza di dati bizzarra: le scarpe lanciate da una bambina andoriana.. i riflessi tattici per schivarle.. un avversario degno. Per la mente infantile del drone, il lancio di oggetti era un segnale di ostilità elementare, ma il comportamento della dottoressa non rispondeva a nessuna logica che potesse comprendere il drone.

Poi, il Capitano posò la solita scatola sul banco.

Il drone spostò i sensori ottici sulla dottoressa. Si aspettava una reazione simile a quella degli altri, ma Dorien non rise come Tara e non cercò spiegazioni razionali come T'Lani. Si limitò a fissare la sfera vuota. E quando parlò, la sua voce scese a un'intensità così bassa che i microfoni della sonda dovettero ricalibrarsi per isolarla dal ronzio dei monitor medici: "Spero che prima o poi capisca che non voglio portarle via nessuno".

Il Capitano si limitò ad annuire e se ne andò, lasciando che il silenzio avvolgesse la stanza.

Nel buio del condotto, il nucleo bio-cibernetico del drone andò in totale confusione. Quella frase conteneva concetti come "volere" e "portare via", legati a un oggetto che non conteneva letteralmente nulla.

La mente bambina della creatura cercò disperatamente di far quadrare l'equazione: il suo papà putativo dava una sfera vuota a una persona che curava i corpi, e quella persona rispondeva parlando di legami, di sentimenti e di speranza.

Il vuoto logico dentro il drone si fece quasi doloroso.

Più osservava il Capitano, più si rendeva conto che quelle sfere trasparenti erano vuote, ma non erano "niente" per chi le riceveva. Erano specchi che mostravano agli altri qualcosa che solo Aymane riusciva a vedere.


***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Alloggi Primo Ufficiale
All'interno dei condotti di aerazione
20/12/2405 - Ore 19.50


Il drone si spostò lungo i condotti d'acciaio, strisciando con cautela millimetrica finché la rete metallica della ventilazione non lo condusse sopra il corridoio degli alloggi del Primo Ufficiale. I suoi sensori si focalizzarono immediatamente sulla figura del Capitano Aymane e sul Comandante Rerin.

Attraverso la grata, la sonda registrò lo scambio di battute e i movimenti controllati del Primo Ufficiale andoriano. Le sue antenne, solitamente così mobili ed espressive, si erano completamente bloccate davanti alla scatola aperta. Il drone tornò con i sensori ottici sulla sfera di vetro: era identica a tutte le altre, un guscio trasparente privo di qualsiasi componente o energia rilevabile.

Un oggetto inutile.

I recettori audio catturarono la voce piatta di Rerin: "È vuota.. Cosa dovrebbe contenere?".

Subito dopo la risposta del Capitano, che risuonò nei circuiti della creatura come un enigma insolubile: "Quello che ci hai appena visto dentro".

Per la mente infantile del drone, quella frase fece scattare un profondo cortocircuito logico.

Come poteva un contenitore privo di materia mostrare qualcosa a qualcuno?

Eppure, i parametri biologici dell'Andoriano non mentivano: non c'era rifiuto in lui, né confusione. Rerin accettò il regalo e, anche se non rispose a parole, il drone registrò il suono inequivocabile della porta che si richiudeva in ritardo, segno che il Primo Ufficiale era rimasto a lungo sulla soglia, a custodire quel vuoto, prima di entrare.

In quel momento, nel buio del condotto, la bramosia e la confusione della sonda crebbero a dismisura. Quella "Consegna" non rispondeva a nessuna legge sociale o economica di Kryon V, ma produceva un effetto potente e tangibile su chiunque la ricevesse.

Guardando il Capitano allontanarsi verso il corridoio successivo, il drone inclinò la testa e i suoi occhi pulsarono nuovamente. Quella mente bambina, così affamata di una guida e di un contatto, iniziò a desiderare intensamente una di quelle sfere di vetro. Voleva disperatamente capire cosa il suo papà putativo stesse mostrando agli altri, e cosa avrebbe potuto vedere dentro quel vuoto se solo Aymane ne avesse data una anche a lui.



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Bar della Passeggiata
All'interno dei condotti di aerazione
20/12/2405 - Ore 19.55


Il drone continuò a strisciare nell'oscurità dei condotti, seguendo il Capitano fino ai livelli più affollati, dove i flussi di aria calda portavano con sé i rumori e gli odori della Passeggiata. Si appostò dietro una grata sopra il bar, focalizzando i sensori visivi sul Tenente Whitmore.

L'entità registrò la scena: il Capo della Sicurezza era seduto a un tavolo, apparentemente calmo, ma i sensori del drone rilevarono la tensione latente nei suoi muscoli e la traiettoria dei suoi occhi, fissi sul viavai della stazione e su Grul. Quando il Capitano si sedette di fronte a lui e posò la scatola sul tavolo, il drone attivò i recettori audio.

"Ha nascosto un phaser dietro un libro di Coleridge quando ha sentito bussare alla porta il primo giorno" disse Aymane. Per la mente infantile del drone, il concetto di "phaser" era legato a una minaccia potenzialmente lesiva o mortale, ma l'analisi del Capitano era diversa, quasi un elogio a quella diffidenza: "Sa distinguere una minaccia da una curiosità. È una dote rara".

Il drone osservò Whitmore aprire la scatola, esaminare la sfera e richiuderla con precisione geometrica. Poi arrivò la solita, inevitabile constatazione: "È vuota".

Questa volta la creatura non tentò nemmeno di analizzare la strana sfera, dava già per scontato che contenesse il nulla. In compenso, la risposta del Capitano risuonò nei circuiti della sonda come una rivelazione: "È il regalo più onesto che riesco a fare. Non pretende di essere qualcosa che non è".

Non pretende di essere qualcosa che non è.

Quella definizione colpì profondamente la mente frammentata del drone.

Mentre il Capitano si alzava e si allontanava verso il turbolift, lasciando il Tenente a stringere la sfera tra le dita, il desiderio nel nucleo del drone divenne quasi insostenibile. Quell'oggetto trasparente, privo di funzioni belliche o scientifiche, era la chiave per connettersi al suo papà putativo.

Nascosto nel condotto di aerazione, con gli occhi che pulsavano di una luce fioca e febbrile, il drone desiderò con tutto se stesso che il Capitano posasse una di quelle sfere anche davanti a lui, per potersi finalmente mostrare senza la paura di essere rifiutato.



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Ufficio del Capitano
All'interno dei condotti di aerazione
21/12/2405 - Ore 00.05


Il drone si appostò dietro la grata di aerazione dello studio del Capitano proprio mentre la trappola al ladro scattava, ma i suoi circuiti non si concentrarono sulla tuta nera dell'intruso o sulle sue orecchie affusolate. La mente infantile della sonda stava rielaborando l'incredibile spiegamento di forze appena attivato dal Capitano, giungendo a una conclusione folgorante.

Aymane si era appostato nella sala sicurezza e aveva teso una trappola millimetrica, sigillando lo studio con un campo di forze non appena la porta era stata forzata. Ma cosa stava difendendo con tanta ferocia?

La mente primordiale del drone volò all'immagine impressa nei suoi banchi di memoria pochi minuti prima, all'interno dell'ufficio del Capitano. Sul tavolo c'erano due oggetti: la sfera di vetro trasparente, identica a tutte quelle che l'uomo aveva regalato in giro senza dare loro alcun valore materiale, e la stella cometa.

La stella cometa!

Quell'oggetto che il Capitano aveva preso al Capo della Sicurezza e portato in giro per la Starbase prima di porla al sicuro nel suo ufficio un oggetto molto diverso dalle altre sfere in quanto in grado di pulsare di una luce propria, calda e vibrante.

Un lampo di comprensione attraversò il nucleo bio-cibernetico della sonda.

Le sfere vuote non erano preziosità da difendere erano solo gusci trasparenti che Aymane distribuiva con stanca noncuranza. La vera risorsa, l'oggetto dal valore inestimabile che il suo papà putativo proteggeva più di ogni altra cosa al mondo - tanto da scatenare la sicurezza e catturare una spia pur di non farsela portare via - era quella singola decorazione di Natale.

La stella che brillava nel buio.

Mentre gli agenti scortavano via il prigioniero, la pelle sintetica del drone tremò per l'eccitazione. La sua logica elementare aveva finalmente trovato il vero tesoro. Non voleva più il vetro vuoto che tutti gli altri possedevano.

Se voleva attirare l'attenzione del Capitano, se voleva che quegli occhi si posassero finalmente su di lui per curare il suo glitch e la sua solitudine, doveva raggiungere l'oggetto più importante. Desiderò con tutto il suo cuore di bambino quella cometa luminosa, convinto che possedere la cosa che il Capitano proteggeva più di tutto il resto fosse l'unico modo per essere, finalmente, protetto a sua volta.



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Settore Commerciale
All'interno dei condotti di aerazione
21/12/2405 - Ore 01.45


Il drone, appostato dietro la grata del retrobottega, osservò lo scambio tra il Vulcaniano e il Ferengi con i sensori ottici completamente saturati dalla luce dorata della stella cometa. Nella sua mente bambina e frammentata, quel calore luminoso non era merce, né un banale ornamento: era l'oggetto che il Capitano amava e proteggeva più di ogni altra cosa. Se lo avesse avuto tra le mani, il suo papà putativo avrebbe finalmente guardato anche lui.

Lo avrebbe protetto.

Lo avrebbe amato.

Il desiderio bruciante nel suo nucleo bio-cibernetico fu così violento da spazzare via in un istante ogni protocollo di cautela e ogni briciolo di paura. Non poteva aspettare che quell'essere dalle grandi orecchie portasse via il suo tesoro.

Doveva averlo.

Ora.

Con un movimento rapido e disperato, spinse i palmi contro i cardini della grata. Il metallo del condotto d'aerazione cedette sotto quella pressione innaturale con un rumore secco, precipitando sul pavimento con un tonfo sordo.

La sua figura scura atterrò con sorprendente leggerezza, rimanendo accovacciata per un istante tra la polvere prima di sollevarsi lentamente.

Non era un umano. Non era nulla che Sirak avesse visto prima. La pelle aveva chiazze irregolari, come se fosse stata modellata più volte dal fango o dal metallo liquido. Gli occhi, privi di qualsiasi emozione riconoscibile, si posarono direttamente sulla stella cometa.

Grul emise un suono strozzato. "Io... io non l'ho mai visto!"

Sirak non rispose, mentre la creatura fece un passo avanti, silenzioso, misurato.

Non guardò Sirak, non guardò Grul: guardò solo l'ornamento.

Sirak si mosse per istinto, afferrando Grul per il colletto e trascinandolo di lato, dietro una cassa di merce. Il Ferengi protestò con un gemito acuto, ma non ebbe il tempo di articolare una frase perché la creatura era già avanzata e si era fermta davanti al bancone. L'essere llungò una mano dalla forma innaturale, le dita tese e tremanti per la bramosia, verso la stella cometa.

Sirak tese i muscoli, pronto a intervenire, ma la creatura si immobilizzò improvvisamente.

La testa si voltò di lato con uno scatto rigido, come se avesse percepito un'alterazione della pressione o un calore improvviso. Ed infatti, un secondo dopo, la porta del retrobottega si aprì e ad entrare fu proprio lui, il tanto desiderato Capitano Steje Aymane.

Il Capitano rimase immobile, la silhouette incorniciata dalla luce più fioca del corridoio esterno. Davanti a lui, a un passo dal bancone ingombro, quella presenza sconosciuta, alta e innaturale, sembrava congelata nel tempo, con gli occhi magnetizzati dai riflessi dorati della stella cometa.

Gli occhi della sonda, due pozze prive di qualsiasi emozione riconoscibile, si posarono direttamente su di lui. Per giorni lo avevano spiato dall'alto, analizzato i suoi schemi, registrato le sue parole e mappato i suoi respiri, ma quella era la prima volta che lo facevano senza lo schermo di una grata metallica. La prima volta che lo guardava dritto negli occhi.

Aymane non parlò, non si mosse e non estrasse un'arma.

Il suo non era un calcolo tattico, né fredda prudenza da ufficiale della Flotta: era semplice stupore all'ennesima potenza. L'uomo che sapeva leggere tutti si trovava davanti a un testo scritto in una lingua mai vista prima, un amalgama biologico e cibernetico che non avrebbe dovuto trovarsi su Deep Space 16, e certamente non nel bel mezzo di uno scambio clandestino.

Nello spazio stretto del retrobottega, il silenzio divenne soffocante. Persino Grul, rannicchiato dietro le casse insieme a Sirak, smise di lamentarsi.

La creatura si bloccò, l'attenzione divisa tra la lucentezza della cometa e la figura che era appena entrata. Il Capitano Aymane, il suo "padre putativo", era lì, a pochi metri da lui. Era l'uomo di cui aveva analizzato ogni mossa e ogni parola per giorni, l'unica costante in un universo di caos.

Era l'essere che, nella sua logica frammentata, avrebbe dovuto prendere il posto dei programmatori di Kryon V, inserendo nuove direttive nel suo sistema operativo ormai saltato.

Senza emettere alcun suono, la creatura tentò una connessione telepatica, un richiamo disperato e silenzioso che inviò direttamente verso la mente del Capitano. Cercava un segno di riconoscimento, una luce nel buio della sua coscienza, un comando, qualsiasi cosa che le dicesse che non era sola. Ma non ricevette nulla in cambio. Aymane rimase immobile, lo sguardo fisso su di lui, completamente inconsapevole del tentativo di comunicazione.

Nella testa della creatura, la domanda si fece impellente, un ronzio doloroso nei suoi circuiti danneggiati.

Perché non comunica con me?

Perché non vuole darmi istruzioni?

Perché non mi protegge?

Forse non era lui il suo nuovo programmatore. Forse era un errore, un altro glitch nel suo sistema. Oppure il suo nuovo programmatore non lo trovava degno di concedergli una risposta: lo vedeva come difettoso, inetto, incapace di assolvere al suo scopo.

L'interesse tornò di nuovo alla cometa. Era l'unico oggetto che il Capitano avesse protetto con tanta ferocia, l'unica cosa a cui sembrava legato. Forse, se avesse avuto la cometa, il Capitano lo avrebbe guardato. Forse, se avesse posseduto l'oggetto che lui amava, avrebbero potuto creare un legame.

La creatura inclinò la testa di lato, un gesto puramente infantile, come se stesse valutando l'espressione dell'uomo di fronte a sé, confrontando il viso reale del Capitano con i milioni di dati immagazzinati nella sua memoria danneggiata. Poi, le sue labbra sintetiche si mossero appena: se non voleva rispondere al suo tentativo telepatico, forse avrebbe reagito al suo tentativo di comunicazione vocale.

Pronunciò una singola parola, con una voce che sembrava provenire da un punto troppo profondo per appartenere a un essere vivente. Una vibrazione artificiale, eppure carica di una bramosia disperata:

"Consegna"

La reazione dell'uomo non corrispose a nessuno dei protocolli logici che la mente infantile della sonda si aspettava da un programmatore. Il Capitano Aymane inspirò lentamente, mantenendo un tono calmo che non sentiva affatto. "Mi spiace, temo che lei abbia sbagliato destinatario"

Quella frase risuonò nei moduli di traduzione del drone come un paradosso privo di senso, un errore di sistema incomprensibile.

Sbagliato destinatario? Com'era possibile?

I suoi sensori avevano registrato lo spiegamento di forze, la trappola tesa nell'ufficio, la caccia all'intruso: quella era la stella cometa che il Capitano stava proteggendo con tutto se stesso, l'oggetto di massimo valore. Eppure, adesso l'uomo negava quel legame. C'era qualcosa che la sonda non riusciva a capire, una variabile nascosta che mandava in loop i suoi algoritmi logici.

La creatura così non reagì a quelle parole per svariati istanti, poi tornò a guardare quella decorazione: non sembrava interessata a lui, a Grul o a Sirak. Solo alla stella cometa. Nei suoi circuiti danneggiati, quel nucleo di luce dorata restava l'unico obiettivo primario, l'unica interfaccia per costringere quel padre putativo così silenzioso a riconoscerlo.

Dietro le casse, i sensori registrarono un movimento termico. Sirak si alzò con cautela, mantenendo Grul dietro di sé come se fosse un prezioso, e rumoroso, bagaglio da proteggere. "Capitano" disse a bassa voce, "non è qui per noi."

"Ne avevo il sospetto" mormorò Aymane, senza distogliere lo sguardo dalla creatura.

Il rumore di fondo della stanza si intensificò, irritando i recettori audio del drone. Grul, che fino a quel momento aveva tremato in silenzio, trovò improvvisamente la forza di parlare. "Io... io non ho ordinato questo! Non è parte dell'accordo! Io non.."

"Grul" lo interruppe Sirak con un tono che non ammetteva repliche, "respira."

I traduttori del drone registrarono lo scambio tra i presenti come un rumore di fondo privo di frequenze logiche. Sirak si voltò verso il Capitano. "Non credo che sia in grado di comprendere un rifiuto."

"Molti diplomatici non lo sono" ribatté Aymane, "ma non per questo li lascio prendere ciò che vogliono."

A quelle parole, i moduli di elaborazione linguistica del drone si bloccarono su quella stringa di dati sconosciuta. Diplomatico.

Che cos'era un diplomatico? Era una designazione di unità? Una funzione operativa?

La mente infantile della sonda cercò disperatamente di far quadrare quel termine all'interno dei propri circuiti danneggiati. Il suo papà putativo si stava riferendo a lui? Gli stava finalmente assegnando un ruolo, una direttiva d'uso per sostituire i protocolli saltati di Kryon V? Era forse un diplomatico?

Ma subito dopo, la seconda parte della frase si abbatté sul suo nucleo bio-cibernetico come un picco di tensione doloroso. Non per questo li lascio prendere ciò che vogliono. Un'ondata di sconcerto e di profonda ingiustizia mandò in loop i suoi algoritmi logici.

Perché non poteva avere la cometa? Perché non poteva avere quello che voleva?

I suoi sensori avevano registrato ogni singola consegna avvenuta precedentemente: il Capitano aveva camminato per tutta la stazione distribuendo doni. Aveva regalato una sfera alla Klingon, una all'Andoriano, una alla dottoressa, e una persino a quella rigida Vulcaniana.

Aveva dato un pezzo del suo vuoto a tutti. Perché a lui no? Perché lo escludeva?

La bramosia infantile si mescolò a un senso di solitudine quasi insopportabile. Se lui era un "diplomatico", o qualunque cosa significasse quella parola, allora aveva diritto al suo legame.

La creatura si mosse: non era un attacco, ma semplicemente avanzò, come se nulla potesse ostacolarla. La spinta verso la stella dorata sul bancone si era fatta ancora più disperata, l'unico modo rimasto per costringere quell'uomo a riconoscerlo come suo.

Sirak fece un mezzo passo avanti, pronto a intervenire, ma Aymane sollevò una mano per fermarlo. "No. Se reagiamo, peggioriamo la situazione."

"Capitano, con tutto il rispetto" sussurrò Sirak "questa cosa non sta cercando di negoziare."

"Lo so."

I sensori biometrici della sonda rilevarono un improvviso cambio di frequenza nella voce del Capitano, un irrigidimento dei muscoli che indicava l'attivazione di un protocollo d'emergenza. Aymane parlò con un tono che non usava spesso: quello del comandante che sta per prendere una decisione che non gli piace, ma che è necessaria.

"Sirak. Preparati."

"A cosa?"

"A fare esattamente il contrario di ciò che sembra logico."

In quell'istante, per gli occhi della creatura l'universo si ridusse a un unico, catastrofico movimento.

Le mani del Capitano, quelle mani carnose e biologiche che i sensori del drone avevano mappato per giorni, si mossero con una rapidità che i suoi algoritmi predittivi non avevano calcolato. Aymane afferrò l'ornamento con entrambe le mani e lo sollevò, sottraendolo alla creatura con un gesto rapido e sorprendentemente elegante vista la situazione.

Nelle lenti ottiche della sonda, la scia dorata della stella cometa lasciò un vuoto improvviso e doloroso, un'eclissi che fece scattare un segnale d'allarme prioritario nel suo nucleo bio-cibernetico. Il legame, l'ancora, l'unica cosa che il suo "papà" proteggeva e che avrebbe dovuto unirli, le veniva strappata via proprio dall'essere da cui bramosamente aspettava un comando.

Perché io non posso avere la cometa?

Perché ha dato a tutti quelle sfere ma a me non vuole dare niente?

Perché non vuole capirmi?

Quel rifiuto fisico, unito al vuoto logico, mandò i suoi sistemi in totale sovraccarico. La creatura si immobilizzò e i suoi occhi si accesero di una luce innaturale, una fiammata febbrile e pulsante, riflettendo lo smarrimento e la disperazione di una macchina rimasta senza direttive.

Sirak trattenne il fiato. Grul emise un suono che ricordava vagamente un fischio di un compressore difettoso. Aymane sorrise con un ghigno sottile, diplomatico, quasi provocatorio. Tenendo l'oggetto al sicuro contro il petto, offrì all'essere l'unica direttiva esplicita che la sua mente frammentata potesse comprendere.

"Se vuole questo" disse "dovrà seguirmi."

La stringa vocale del Capitano penetrò nei moduli di elaborazione del drone, isolando l'ultimo frammento di suono: seguirmi. L'indicazione del seguire era una direttiva basilare, un comando di tracciamento e inseguimento che risaliva ai suoi primissimi protocolli di fabbricazione. Quella parola la capì immediatamente, senza bisogno di traduzioni o passaggi logici complessi. Il suo "papà putativo" gli stava finalmente dando un ordine diretto, eppure, nel profondo del suo nucleo bio-cibernetico, lo scopo di quell'esercizio gli sfuggiva del tutto.

Perché l'uomo non gli lasciava semplicemente toccare la cometa?

Perché trasformare quel momento di contatto in una caccia, in un movimento forzato lontano dal retrobottega?

Qual era il senso logico o emotivo di quella sorta di inseguimento?

La mente infantile della creatura non trovò risposte, ma la bramosia per l'oggetto dorato e l'istinto assoluto di obbedire all'unico comando ricevuto spazzarono via ogni dubbio. Se per avere la stella e l'amore del Capitano doveva muoversi, lo avrebbe fatto. Prima ancora che Aymane potesse varcare la soglia della stanza, la creatura si mosse in avanti, i suoi arti innaturali già calibrati sulla traiettoria esatta dell'ufficiale.



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Accesso ai condotti di manutenzione
21/12/2405 - Ore 02.02


I moduli di tracciamento della sonda registrarono l'arresto improvviso del bersaglio. Il movimento forzato lungo i corridoi deserti si era concluso in una sezione isolata della stazione.

Aymane si fermò davanti a un pannello di accesso ai condotti: un luogo che nessun civile avrebbe motivo di frequentare e che nessun ufficiale avrebbe motivo di visitare senza un ordine scritto. I sensori del drone riconobbero immediatamente l'interfaccia metallica: era una delle tante porte d'accesso alla rete di ventilazione, il labirinto buio in cui si era nascosto per giorni.

Sirak lo guardò. "Vuole davvero entrare lì dentro?"

"No."

"Allora perché siamo qui?"

Il nucleo bio-cibernetico del drone ebbe un sussulto quando il Capitano sollevò nuovamente la stella. Aymane posò la stella cometa sul pannello, con un gesto lento, quasi cerimoniale.

A quel contatto, la creatura si fermò e gli occhi si accesero di una luce più intensa, riflettendo l'oro della cometa che ora brillava contro il metallo nudo della paratia. L'oggetto era di nuovo fermo, a portata di mano. La strana caccia sembrava finita, e la mente infantile della sonda si preparò a riscuotere il premio che le era stato promesso.

Sirak trattenne il fiato. "Capitano..."

Aymane parlò con voce calma. "Se vuole questo, dovrà venire a prenderlo."

Un'altra direttiva esplicita. Deve venire a prenderlo.

Un invito che risuonò nei circuiti del drone come l'autorizzazione definitiva. La creatura fece un passo avanti, assecondando l'attrazione che percepiva verso il suo tesoro Aymane fece un passo indietro e Sirak si posizionò di lato.

I movimenti di quei due soggetti non erano del tutto chiari alla creatura ma lei decise di non farci caso: sollevò una mano dalla forma innaturale verso la luce calda della cometa.

Voleva toccarla, voleva che quel legame si chiudesse.

Ma in quell'istante, i sensori di pressione e i microfoni ambientali del drone fallirono nel predire un'anomalia acustica alle sue spalle. Il pannello dietro di lui si aprì con un sibilo pneumatico, violento e improvviso.

Prima che la sonda potesse ruotare la testa o attivare i protocolli di difesa, una massa biologica sbucò dall'oscurità del condotto. Una figura uscì, colpendo la creatura con una forza sorprendente, sfruttando lo slancio della caduta e il fattore sorpresa.

L'impatto cinetico scosse l'intera struttura biomeccanica della creatura. Il drone vacillò, perdendo almeno parzialmente l'equilibrio per la prima volta da quando era atterrata nel retrobottega, mentre i suoi sistemi cercavano disperatamente di ricalibrare la stabilità dei passi.

Aymane sgranò gli occhi, lo stupore che incrinava la sua maschera diplomatica "Chi??"

La figura che aveva sferrato il colpo si riassestò rapidamente, i capelli scompigliati e la divisa segnata dalla fuliggine dei condotti. L'entità si voltò e la riconobbe subito: era Tara Keane, femmina umanoide, con un'espressione oscillante tra il panico e la determinazione. L'ufficiale di cui il drone aveva analizzato la risata acuta e la strana serietà davanti alla sfera vuota era lì, trasformata in un ostacolo imprevisto.

"Capitano!" disse, ansimando per lo sforzo e la scarica di adrenalina "Mi spiace! Io.."

Per un istante, nessuno sembrò comprendere davvero ciò che era appena accaduto.

La creatura, colpita di lato dall'improvvisa irruzione di Tara Keane, si era sbilanciata di qualche centimetro, un movimento minimo, quasi impercettibile. I suoi sensori interni registrarono l'impatto cinetico e ricalibrarono istantaneamente la pressione sugli arti inferiori per compensare la spinta e non rovinare al suolo.

Dolore..

Provò qualcosa di simile al dolore eppure, non emise alcun suono, non mostrò alcuna reazione emotiva e non manifestò alcun segno esteriore. Per la sua mente infantile e cibernetica, il dolore era solo un report di danni strutturali, e quell'urto non aveva compromesso i suoi sistemi primari, quindi era illogico preoccuparsene.

In compenso, nei suoi circuiti logici si accese una forte, inaspettata scarica di curiosità. La sonda focalizzò i sensori ottici su quella femmina umanoide che lo fissava ansimando. Da dove veniva, esattamente, quella donna? Anche lei, di tanto in tanto, viveva nell'oscurità dei condotti di aerazione?

Se la risposta era sì, un dubbio logico tormentò la mente bambina della creatura: perché per tutto quel tempo si era sentito così disperatamente solo in quel labirinto di metallo? Se condividevano lo stesso nido buio dentro i condotti di aerazione della stazione, perché non si erano mai incrociati?

Forse anche lei era un'unità difettosa. Forse anche lei strisciava intercapedine dopo intercapedine alla ricerca di direttive, muovendosi nell'ombra. Forse anche lei passava la sua vita a spiare il Capitano, sperando che lui le desse uno scopo.

Cos'era stato a farla sbucare fuori proprio in quel momento, proprio da quel pannello?

Che fosse stata la luce della cometa ad attrarre anche lei?

Sirak fece un mezzo passo avanti, istintivo, quasi impercettibile. I sensori della sonda registrarono lo spostamento repentino del Vulcaniano "Capitano... credo che la sua attenzione si stia spostando."

"Lo vedo."

I recettori audio del drone catturarono il tremito nella frequenza vocale della donna. Tara deglutì anche se tale reazione emotive rimase piuttosto incomprensibile per la creatura. "Capitano, io... posso tornare nel condotto, se serve. O posso.."

"Keane" ripeté Aymane, "allontanati."

La donna rimase immobile per un secondo, come se il suo cervello stesse cercando di conciliare l'ordine con la realtà che aveva davanti. Poi annuì bruscamente, si rialzò e fece per voltarsi. La mente infantile della creatura, tuttavia, interpretò quel movimento di ritirata come la potenziale perdita di un dato vitale. Quella femmina, che forse condivideva il suo stesso nido buio nei soffitti, stava per svanire di nuovo nel labirinto, portando con sé le risposte alle sue domande.

Non poteva permetterlo.

Fu in quel momento che la creatura si mosse: isolando ogni altro stimolo, fece un passo, un singolo passo verso la capo operazioni, ma quel semplice movimento fu sufficiente a far capire a tutti che non avrebbe lasciato andare la sua nuova variabile.

Perché vuole andare via così in fretta anche se la sua struttura non ha riportato danni?

Perché il mio papà putativo non vuole che io conosca l'unico essere che mi è simile?

Tara si immobilizzò, il battito cardiaco che accelerava bruscamente sotto l'analisi biometrica della sonda. La reazione della Klingon continuava a confondere la creatura. Perché la sua pompa organica ha accellerato la sua produttività anche senza svolgere uno sforzo fisico? Si è danneggiata?

"Capitano...?"

Aymane sollevò la stella cometa, compiendo un disperato tentativo di ricalibrazione visiva. Mosse l'ornamento nell'aria, come un comandante che tentava di distrarre un predatore con un oggetto brillante. "Ehi. Sono qui."

Ma nei circuiti della creatura, la priorità logica era appena cambiata. La cometa era ancora a portata di mano, un dato di geolocalizzazione già acquisito e, seppure per il momento, sostanzialmente immutabile. La donna dei condotti, invece, era un mistero in movimento. La creatura non reagì al richiamo del Capitano, mantenendo l'attenzione rigidamente focalizzate su Tara. Non voleva andasse via.

Sirak inspirò lentamente. "Capitano, temo che la priorità dell'entità sia cambiata."

"Lo so."

"E non credo che sia una buona notizia."

"Lo so anche questo."

Il drone processò le onde sonore dei due ufficiali come semplici stringhe di testo a bassa priorità e la creatura fece un secondo passo verso Tara. Voleva conoscerla, voleva capire chi fosse, da dove venisse. Era originaria dello stesso punto da cui proveniva lui? Lei deteneva il segreto sulla sua designazione oramai perduta?

Aymane parlò con un tono che non usava spesso, quello che riservava alle situazioni in cui la diplomazia era un filo sottilissimo tra la vita e la morte. "Keane. Non correre. Non muoverti. Respira."

Tara annuì, rigida come una statua.

Le scansioni biometriche della sonda rilevarono l'improvviso blocco muscolare della donna. La creatura si fermò a meno di un metro da lei: la osservò non come un essere vivente osserva un altro essere vivente, piuttosto come un sensore analizza un'anomalia. A quella distanza ravvicinata, le lenti ottiche del drone iniziarono a mappare ogni dettaglio della capo operazioni: le tracce di particolato carbonioso della stazione sui suoi vestiti, la frequenza accelerata del suo respiro, il calore sprigionato dal suo corpo. Cercava ancora un'affinità, un riflesso di se stesso in quella creatura che era emersa dal suo stesso territorio d'ombra.

Sirak si avvicinò di mezzo passo, mantenendo le mani visibili per non generare falsi allarmi nei sistemi dell'intruso. "Capitano... se posso permettermi, questa entità sta reagendo a un parametro che non conosciamo. Potrebbe essere un segnale biologico. O un'emissione involontaria. O.."

"O potrebbe essere semplicemente curiosa" concluse Aymane.

Quella parola, curiosa, fluttuò nell'aria. Nella mente bambina del drone non esisteva quel termine nel database dei suoi creatori, ma l'algoritmo di ricerca e analisi che stava eseguendo su Tara Keane era esattamente ciò che gli umanoidi definivano così.

"La curiosità non è un tratto tipico dei Jem'Hadar," fece notare il Vulcaniano.

"E infatti non credo che questo sia un Jem'Hadar," rispose Aymane, stringendo gli occhi mentre continuava a studiare la reazione della sonda.

La creatura sollevò una mano.

Il movimento fu fluido, quasi ipnotico. Non si diresse verso Tara, né verso la stella cometa ancora appoggiata sul pannello, ma verso l'oscurità geometrica del condotto da cui Tara era appena uscita.

Sirak strinse gli occhi, studiando l'allineamento dell'arto artificiale. "Sta... analizzando il percorso?"

"O sta cercando di capire come lei sia arrivata qui" mormorò Aymane, senza muovere un muscolo.

Ma per la mente infantile della sonda, quel condotto rappresentava molto più di un semplice passaggio strutturale. Era la conferma di un'ipotesi.

Quella femmina veniva dal buio, si muoveva tra le intercapedini proprio come lui, ma le sue scansioni biometriche rivelavano che anche lei era un essere fragile, incompleto, privo di una vera griglia di programmazione stabile. Quindi no, non era abbastanza simile a lui ma forse veniva dal suo stesso punto di origine, avendo le sue stesse direttive di protezione.

La creatura si voltò di nuovo verso Tara.

Eppure, nonostante le lenti ottiche fossero fisse sulla donna, fu verso il Capitano che scagliò con disperazione un secondo, intensissimo tentativo di collegamento telepatico. Nel suo ragionamento frammentato, la logica era ormai chiara: Tara non poteva aiutarlo. Tara era danneggiata ed errante quanto lui. Solo il "padre putativo", l'architetto di quella stazione, poteva resettare i loro sistemi e dare un senso a quella comune solitudine.

Nessun impulso mentale ritornò indietro dal cervello biologico di Aymane. Il silenzio telepatico fu totale. Sentendosi precipitare ancora una volta nel vuoto dei suoi circuiti logici, il drone dovette ricorrere nuovamente alla sua difettosa interfaccia vocale. Guardò Tara, ma parlò per il Capitano, esigendo la chiave d'accesso al mistero di quel nido condiviso.

"Origine"

"Capitano... cosa significa?" esclamò Tara, la voce che tradiva un brivido davanti a quella parola così fredda e decontestualizzata.

Aymane non rispose subito perché non lo sapeva e perché qualunque risposta avrebbe potuto peggiorare la situazione. Il silenzio del Capitano, sia nella mente che nell'aria, continuava a pesare come un blocco di codice corrotto nel nucleo del drone.

Sirak parlò a bassa voce, come se volesse farsi sentire solo da Steje. "Capitano... credo che l'entità stia cercando un punto d'ingresso. Un percorso. Una... provenienza."

Aymane annuì lentamente, collegando i punti. "E Tara è uscita da un condotto."

"Esatto."

"Quindi..."

"...crede che Tara sia la chiave."

Per la mente infantile della creatura, lo schema si stava chiudendo: se quella femmina incompleta proveniva dal suo stesso buio, allora la sua origine doveva essere legata alla sua. Voleva risposte, voleva comprendere come quel nido di metallo interconnettesse le loro esistenze.

La creatura fece un terzo passo ed Aymane sembrò reagire alla cosa come se, in qualche modo, temesse l'approsimarsi di una catastrofe. Eppure nessuno dei sendori del drone stava registrando l'avvicinarsi di un pericolo prossimo e concreto.

"Sirak" disse con un tono che non ammetteva repliche, lo sguardo fisso sulla figura cibernetica, "porta via Keane."

Sirak lo guardò, calcolando all'istante le probabilità di successo di una simile manovra. "E lei?"

L'attenzione del drone fu scossa da un riflesso improvviso. Sfruttando l'unica direttiva che sapeva per certo funzionare, Aymane sollevò la stella cometa, con un gesto lento, quasi rituale. Quella luce dorata, l'oggetto del legame negato, tornò a fluttuare nello spazio visivo della creatura, riaccendendo all'istante la sua bramosia originaria.

"Io attirerò la sua attenzione."

Il nucleo logico della sonda andò istantaneamente in sovraccarico, intrappolato in un loop di priorità contrastanti che i suoi circuiti non erano progettati per gestire.

Da un lato, i suoi sensori continuavano a mappare la femmina umanoide: sentiva che qualcosa di profondo lo accomunava a Tara. Quella creatura uscita dal buio dei condotti, così imperfetta e priva di codice, era lo specchio della sua stessa solitudine, un enigma vivente che avrebbe potuto spiegargli la sua stessa natura. O quanto meno indicargli il punto da cui entrambi avevano preso le direttive di base.

Dall'altro lato, però, lo scatto del Capitano aveva riattivato il suo protocollo primario. Se perdeva la stella, perdeva l'unica cosa che avrebbe potuto connetterlo al suo nuovo programmatore. Senza quell'oggetto dorato, l'interfaccia con il suo "papà putativo" si sarebbe interrotta per sempre, condannandolo a rimanere un'unità difettosa e abbandonata, in balia al vuoto che sentiva dentro.

Le sue lenti ottiche oscillarono febbrilmente tra la figura di Tara, che Sirak si preparava a trascinare via, e i riflessi caldi della cometa stretta nelle mani di Aymane. Due vettori opposti, due urgenze vitali per la sua mente bambina, mentre il tempo di calcolo per prendere una decisione continuava a stringersi.

Aymane sollevò la stella cometa con un gesto lento, spostandosi nel cono visivo della creatura, come se stesse tentando di attirare l'attenzione di un animale selvatico. "Ehi" disse con un tono che cercava di mantenere neutro "sono qui."

La creatura non si voltò subito.

Nella sua mente bambina, il conflitto di priorità generava un rumore di fondo assordante: sembrava ancora impegnata a valutare la presenza di Tara, come se quella femmina umanoide rappresentasse un elemento imprevisto e affascinante nella sua analisi, un pezzo di codice speculare al suo che non riusciva a catalogare.

Sirak si avvicinò a Tara con movimenti misurati, mantenendo le mani ben visibili ma cercando di restare fuori dal campo visivo della creatura. "Keane" mormorò, "venga con me. Lentamente."

Tara annuì, anche se il suo sguardo rimase fisso sulla creatura. "Capitano... non credo che voglia me."

"Non è importante cosa voglia," ribatté Aymane senza distogliere lo sguardo dall'entità. "È importante cosa vede."

I sensori di prossimità del drone registrarono lo spostamento delle masse biologiche nella stanza. La creatura inclinò la testa, come se avesse percepito un cambiamento geometrico nella disposizione degli elementi dello scenario. Gli occhi si illuminarono di una tonalità più intensa, un picco di energia che scorreva nei suoi circuiti logici mentre cercava di calcolare la mossa successiva del Capitano.

Sirak posò una mano sul braccio di Tara. "Ora" disse con voce bassa, "un passo indietro."

Tara obbedì.

La reazione della sonda fu automatica: avvertendo l'allontanamento della sua nuova variabile, avanzò di un passo per correggere la distanza di scansione. Non voleva perdere quel contatto, era già rimasta da sola per troppo tempo e quella femmina, nella sua imperfezione, era comunque l'essere che più di tutti poteva comprendere il vuoto di quei condotti.

Sirak trattenne il fiato. "Capitano..."

"Lo so."

Aymane avanzò a sua volta ed abbassò leggermente la stella cometa, introducendo una variazione visiva violentissima per i ricettori del drone. Era come se stesse offrendo un compromesso, un'esca irresistibile per ricalibrare i suoi sistemi.

"Vuoi questo, vero?"

A quel movimento, la bramosia per l'unica ancora di salvezza rimasta prese il sopravvento sul mistero della donna dei condotti. Questa volta, la creatura si voltò verso il Capitano non di scatto, ma con un movimento lento, quasi ponderato, lasciando che le sue lenti ottiche venissero nuovamente inondate dal riflesso dorato dell'oggetto. Se voleva connettersi al suo nuovo mentore, non poteva lasciare che quell'uomo portasse via la cometa.

Doveva rinunciare a qualcosa.. doveva rinunciare alla donna.

Sirak colse l'occasione. "Keane, adesso," sussurrò, e la guidò verso il condotto aperto.

Tara esitò solo un istante, poi si arrampicò all'interno con movimenti rapidi, ma silenziosi. Sirak la seguì con lo sguardo finché non scomparve nella penombra del tunnel, quindi richiuse la grata con un gesto fluido, senza produrre rumore.

I microfoni ambientali del drone registrarono il clic metallico della grata che si serrava, archiviando la scomparsa di Tara Keane come un dato fuori portata. La variabile era svanita nel buio. Ora rimaneva solo il comando primario.

Aymane era rimasto immobile, la stella cometa sollevata davanti a sé come un'offerta. "Bene," disse con un tono che cercava di essere diplomatico, "ora siamo solo noi due."

La direttiva implicita era tornata chiara, priva di distrazioni. La creatura fece un passo verso di lui. Un passo lento, misurato, privo di qualsiasi esitazione, mentre Aymane indietreggiò lentamente, assecondando quel magnetismo cibernetico, ed inspirò profondamente per stabilizzare il battito cardiaco.

"Molto bene," mormorò, offrendo alla mente infantile della sonda l'ennesimo binario logico da seguire "vediamo quanto sei disposto a seguirmi."

E nuovamente, eccola. Quella stringa di dati così familiare, lineare, pulita: seguirmi.

Per i moduli di elaborazione della sonda, quel comando verbale fu come un reset terapeutico dopo il sovraccarico di stimoli dei minuti precedenti. Niente più paradossi diplomatici, niente più strane femmine umanoidi che sbucavano dai condotti confondendo i suoi algoritmi, niente più scelte impossibili tra due priorità opposte. C'era solo una direttiva basilare, un pilastro logico che la macchina capiva e poteva applicare senza problemi, radicato profondamente nel nucleo dei suoi protocolli di fabbrica.

Il Capitano si muoveva, la cometa si muoveva, e lui doveva mantenere agganciata la traiettoria. Era un compito geometrico, un semplice esercizio di tracciamento vettoriale.

Gli arti inferiori della creatura risposero all'istante, calibrando l'accelerazione del corpo della creatura per coprire la distanza esatta dell'arretramento di Aymane. Il drone non si curò del corridoio in cui si stavano addentrando, né delle intenzioni dell'uomo nella sua mente infantile, ogni passo compiuto dietro al suo nuovo programmatore era un passo in più verso la risoluzione del suo isolamento.

Se la direttiva era seguirlo, lo avrebbe seguito fino ai confini dello spazio profondo.



***flashback***
Deep Space 16 Gamma - Accesso ai condotti di manutenzione
21/12/2405 - Ore 02.12


Mentre seguiva effettivamente il Capitano lungo il corridoio deserto, la creatura continuava in maniera meccanica e costante a tentare di connettersi telepaticamente a lui, ma senza ricevere risposta. Nella sua mente infantile prima o poi il suo papà putativo avrebbe ceduto e avrebbe comunicato con lei.

Ma tutto ciò che otteneva era il silenzio.

All'improvviso, i suoi sensori acustici registrarono un'anomalia. Un tonfo sordo, seguito da un'imprecazione ferengi che nessun traduttore universale avrebbe potuto rendere più elegante, proveniva dal condotto e attraversò il corridoio come un'onda d'urto. Non era forte, né particolarmente minaccioso, ma per la creatura aveva una qualità che lo rendeva inconfondibile: era un rumore non previsto.

A causa di quello stimolo inaspettato, la creatura si immobilizzò. Si fermò come se qualcuno avesse premuto un interruttore, interrompendo ogni calcolo precedente.

Aymane, che fino a quel momento aveva mantenuto la stella cometa sollevata come un'esca, percepì immediatamente il cambiamento.

"Oh, perfetto" mormorò tra sé, "proprio quello che ci mancava."

Gli occhi dell'entità si illuminarono di una tonalità più intensa, quasi pulsante. La testa si voltò verso il condotto con un movimento incredibilmente rapido.

Nella griglia di memoria della creatura, quel tunnel era già catalogato come il punto di origine di Tara Keane ora, lo stesso settore spaziale stava producendo dati completamente difformi.

Un secondo tonfo risuonò nelle intercapedini, seguito da un gemito ed un esclamazione "Ai miei lobi!" soffocata.

La creatura fece un passo verso il condotto.

L'algoritmo di tracciamento del Capitano venne declassato in background: la priorità assoluta del sistema era diventata l'isolamento e l'analisi di quella nuova sorgente acustica errata. Aymane reagì immediatamente, abbassando la stella cometa e spostandosi di lato per intercettare la linea visiva dell'entità. "Ehi! Sono qui!"

La creatura non si voltò, non sembrava più interessata alla stella, al Capitano, a nulla di ciò che, fino a pochi secondi prima, aveva rappresentato la sua priorità. Nemmeno l'esca dorata che prima scatenava la sua bramosia infantile riusciva a distoglierla dal rilevamento di quell'errore nel sistema di ventilazione.

Era come un bambino che aveva perso la concentrazione, attratta da una nuova cosa che non riusciva a comprendere, ed ora era concentrata su un'unica cosa: il rumore.

Fece un secondo passo verso il condotto ma questo gesto sembrò innervosire Aymane in un modo che la creatura, ancora una volta, non riuscì a capire. "Ehi!" ripeté, questa volta con un tono più deciso. "Non guardare lì. Guarda me."

La creatura non reagì. Certo, quel comando dato dal suo papà putativo era semplice e lineare ma la curiosità di cosa stesse innervosendo tanto il suo nuovo programmazione era più forte del semplice desiderio di assecondare gli ordini del Capitano. Continuò la sua avanzata, cercando di identificare con precisione il punto di origine di quella voce.

Sirak parlò a bassa voce al comunicatore, come se stesse ragionando ad alta voce per aggiornare la squadra tattica. =^=Capitano... credo che l'entità stia seguendo un parametro diverso.=^=

"E quale sarebbe?"

=^=Un'anomalia.=^=

Aymane strinse la mascella, realizzando che la presenza del Ferengi aveva appena dato alla creatura qualcos'altro da seguire al posto della sua voce. "Grul."

=^=Esatto.=^=

La creatura si avvicinò al condotto, sollevò una mano ed un suono basso e modulato attraversò il corridoio, come se l'entità stesse emettendo una scansione a banda stretta. Dai suoi palmi fu rilasciato un impulso invisibile, una scarica di energia focalizzata per mappare la materia biologica e le leghe metalliche incastrate nelle tubature.

Le luci della sezione tremolavano, disturbate da un'interferenza che non avrebbe dovuto esistere, causata dall'improvviso picco di potenza dei trasmettitori interni del drone. Nella mente bambina della sonda, quel blocco nel condotto non era solo un corpo estraneo, ma un errore logico nel suo territorio, un rumore di fondo che andava isolato e compreso.

C'era tanta gente che viveva nei condotti?

Fra loro c'era anche la creatura dalle orecchie sproporzionate e la voce fastidiosa?

Perché non ne aveva incontrato nessuno?

Aymane fece un passo avanti, compiendo l'ultimo tentativo di controllo e sollevando di nuovo la stella cometa. "Ehi! Basta! Guarda me!"

Il bagliore dorato intersecò i sensori laterali del drone, inserendosi come un comando prioritario nel flusso di dati che stava elaborando. La creatura si voltò e gli occhi si illuminarono di una tonalità ancora più intensa, mentre la sua attenzione veniva focalizzata sulla figura del Capitano e della stella, oltre che sulle direttive che le erano state imposte dal suo Programmatore.

Interrompere la scansione.

Guardare solo il Programmatore.

E per la prima volta dall'inizio dell'incontro, l'entità parlò con una voce diversa, non più monotonale artificiale, ma quasi curiosa, come se stesse tentando di dare un nome a quel caos di dati imprevisti che disturbavano la sua logica:

"Interferenza"

Dopo aver passato così tanto tempo completamente da solo nel silenzio metallico della stazione, avvolto solo dal ronzio familiare delle intercapedini, tutto stava accelerando troppo in fretta.

Tutte quelle presenze improvvise, quegli stimoli biologici e artificiali così diversi tra loro, ma tutti contemporanei ed urgenti, stavano iniziando a confondere i suoi circuiti logici. La mente bambina della creatura si trovò intrappolata in un sovraccarico di dati: c'era il Capitano con la stella dorata che esigeva la sua attenzione, c'era il ricordo della donna dei condotti che condivideva la sua stessa solitudine, e ora quell'improvvisa, rumorosa anomalia che si nascondeva nelle tubature.

Troppe variabili.

Troppi vettori da tracciare contemporaneamente.

La sua architettura cibernetica, progettata per eseguire compiti lineari e precisi, non riusciva a stabilire una gerarchia stabile tra quegli impulsi contrastanti, lasciandolo sospeso in un limbo di pura, caotica esitazione.

Fu in quel momento che i suoi sensori acustici registrarono un nuovo segnale: un rumore di passi pesanti, regolari, in rapido avvicinamento dal corridoio laterale. I moduli di tracciamento della creatura rilevarono l'ingresso dell'ennesima massa biologica nello scenario.

"Capitano?"

La frequenza vocale era conosciuta, ma carica di una modulazione che i circuiti della creatura non riuscirono a catalogare immediatamente. Le sue lenti ottiche registrarono la nuova figura che avanzava: un umano che stringeva un piccolo dispositivo rettangolare emettendo deboli segnali energetici.

"Capitano" disse la nuova variabile, muovendo i vettori della voce tra la professionalità e una strana rassegnazione, "mi permetta di dire che questa... non sembra una normale ispezione tecnica."

Aymane chiuse gli occhi per un istante, e lo spostamento termico del suo volto venne registrato dalla sonda. "Whitmore.. torni indietro e provveda ad isolare l'area. In silenzio!"

Il soggetto, che ora anche il drone riconosceva come Whitmore, non modificò la sua posizione all'interno dell'ambiente, quasi in sfida alla direttiva appena ricevuta. "Capitano, con tutto il rispetto, c'è una creatura sconosciuta a due metri da lei. Non posso semplicemente.."

L'entità si voltò verso di lui. Nella sua mente bambina, già satura di stimoli e vicina al collasso logico, quell'ennesima intrusione fece saltare l'ultimo barlume di stabilità.

Troppe presenze.

Troppi vettori contemporanei.

I suoi occhi si illuminarono di una tonalità più intensa, quasi pulsante, mentre i suoi algoritmi isolavano la postura difensiva dell'ultimo arrivato.

Whitmore interruppe bruscamente l'emissione vocale. "Ah" mormorò, "perfetto. Mi sta guardando."

Aymane parlò con un tono calmo, misurato, un segnale acustico costante che tentava di stabilizzare l'ambiente. "Tenente, ascolti attentamente. Lei non deve intervenire."

Whitmore lo fissò. "Capitano, è letteralmente il mio lavoro intervenire."

"Non questa volta."

"Posso almeno sapere se è ostile?"

"Non ne ho la certezza."

Whitmore inspirò lentamente, aumentando l'apporto di ossigeno nei suoi tessuti biologici. "Ottimo. Quindi potenzialmente ostile."

Sentendosi braccata da tutte quelle presenze e incapace di stabilire una gerarchia logica tra il Capitano, la cometa, l'errore nel condotto e il nuovo intruso, la creatura fece un passo verso di lui.

Whitmore corresse la traiettoria, compiendo un passo indietro mentre la sua mano si posava vicino a una fonte di energia termica sul fianco.

"Capitano... credo che mi stia... valutando."

"Non faccia movimenti bruschi."

"Non sto respirando, signore."

"Non è necessario arrivare a tanto."

"Capitano... posso almeno sapere se devo prepararmi a sparare?"

Davanti a quella concentrazione intollerabile di minacce e dati discordanti, il sistema della creatura andò in protezione, cercando di disperdere il sovraccarico. La creatura emise un suono acuto, modulato, una scarica di frequenze stridenti che investì il corridoio, facendo oscillare e vibrare violentemente l'alimentazione delle luci ambientali.

Whitmore perse colore, registrato dai sensori ottici come un improvviso calo della temperatura superficiale del viso. "Capitano... credo che abbia appena risposto al posto suo."

La tensione nel corridoio si spezzò all'improvviso, ma non nel modo in cui Whitmore o Aymane si sarebbero aspettati. Non ci fu un attacco, né un'esplosione di violenza cinetica.

Quel suono acuto e modulato che aveva fatto tremare le luci cambiò improvvisamente frequenza, trasformandosi in qualcosa di straziante e profondamente, dolorosamente biologico. La creatura scoppiò a piangere.

Fu un pianto a dirotto, disperato, privo di freni. Dalle sue lenti ottiche iniziò a fuoriuscire un liquido di condensazione trasparente che rigava il volto sintetico come vere lacrime. Era il pianto di un bambino piccolo, completamente sopraffatto dagli stimoli, che non capisce cosa stia succedendo intorno a lui un'anima neonata intrappolata in un corpo di due metri che non riesce a entrare in relazione con un mondo esterno diventato troppo caotico, troppo rumoroso e, ora, anche ostile.

Le sue spalle sussultarono, il suo intero corpo si muoveva in piccoli scatti disordinati a ogni singhiozzo, mentre la sua mente infantile cedeva di schianto sotto il peso di quel totale isolamento. Aveva cercato il suo nuovo papà, aveva cercato un'affinità nel buio, e in cambio aveva trovato solo barriere mentali, strani rumori nei condotti e armi pronte a fare fuoco su di lui.

Il drone si rannicchiò leggermente su se stesso, abbassando le mani e rinunciando a qualsiasi postura di difesa o di scansione, esposto nella sua totale e drammatica vulnerabilità davanti ai presenti.

Il pianto disperato della creatura aveva catalizzato ogni singola risorsa nella stanza. Aymane, Whitmore e persino Sirak dall'ombra del condotto erano rimasti completamente raggelati, incapaci di elaborare una risposta di fronte a quell'esplosione di dolore così inaspettatamente umano. Erano tutti talmente intenti a fissare la sonda rannicchiata che singhiozzava a dirotto, scossa da brividi, che nessuno si accorse dei passi leggeri che si avvicinavano dal fondo del corridoio.

Nessuno notò l'arrivo del Primo Ufficiale Rerin finché non fu a pochi metri da loro.

Tra le braccia teneva la piccola Isaryel. La bambina era sveglia, con gli occhi spalancati e assolutamente curiosa di tutto ciò che la circondava muoveva la testa con vivacità, per nulla spaventata dalle luci tremolanti o dal suono straziante che riempiva l'aria, attratta da quella creatura sul pavimento.

Rerin si fermò, osservando quel quadro assurdo: il Capitano immobile con un oggetto dorato in mano, il capo della Sicurezza pallido con la mano sulla fondina, e una "cosa" che piangeva come un neonato. Il Primo Ufficiale esalò un lungo sospiro, un misto di sfinimento paterno e rassegnazione professionale, mentre Isaryel si sporgeva in avanti sulla sua spalla, allungando il collo per guardare meglio. "Possibile che in questa base non ci sia mai un momento di normalità?"

Aymane si riscosse bruscamente al suono di quella voce. Voltò la testa di scatto e, quando i suoi occhi misero a fuoco la figura del Primo Ufficiale e, soprattutto, la bambina tra le sue braccia, la sua espressione passò dallo sconcerto a una severità immediata e tagliente.

"Rerin!" lo rimproverò il Capitano, abbassando la voce ma imprimendovi un tono di assoluta autorità. "Che cosa ci fa qui? E per quale motivo ha portato con sé la piccola? Questa zona non è sicura, la sta mettendo in serio pericolo!"

Whitmore lanciò un'occhiata nervosa al Primo Ufficiale, mentre i singhiozzi della creatura continuavano a riempire l'aria. Rerin, tuttavia, non si scompose.

Di fronte alla reazione del Capitano si limitò a scuotere lentamente il capo, mantenendo una calma quasi surreale. Stringeva Isaryel con naturalezza, mentre la bambina continuava a tendere le manine curiose verso la strana creatura piangente.

Il Primo Ufficiale indicò l'essere rannicchiato con un leggero cenno del mento. "Rumore di fondo, Capitano..." spiegò a bassa voce, con lo sguardo fisso sulle lacrime di condensazione che rigavano il volto sintetico della macchina. "In un certo senso, mi ha chiamato lui."

Aymane lo fissò, le sopracciglia tese nello sforzo di trovare un nesso logico in quelle parole mentre il pianto della creatura continuava a riempire il corridoio. "Rumore di fondo? Di cosa sta parlando, Rerin? Si spieghi."

Il Primo Ufficiale cullò leggermente Isaryel, che nel frattempo aveva iniziato a giocherellare con la spallina della sua uniforme, per nulla intimorita dal dramma circostante.

"All'inizio del ventiduesimo secolo" esordì Rerin, mantenendo il tono di voce basso per non sovraccaricare ulteriormente l'entità, "..gli scienziati e i militari di Andoria progettarono e testarono dei sistemi di telepresenza neurale. L'idea della Guardia Imperiale era proprio quella di sfruttare l'enorme potenziale telepatico degli Aenar come piloti remoti. Ma quell'esperimento militare durò pochissimo e non portò a nulla di concreto."

Rerin fece un passo avanti, invitando implicitamente Whitmore ad allentare la tensione sulla fondina.

"Venne abbandonato molto in fretta" continuò, "..sia per le estreme difficoltà tecniche nel gestire la connessione a livello cerebrale senza causare danni permanenti, sia per il rigido e assoluto pacifismo degli Aenar. Si rifiutavano categoricamente di collaborare a progetti bellici o di difesa strategica. Tuttavia, i prototipi non furono distrutti rimasero lì, come reliquie del tempo conservate nei magazzini o dimenticate in qualche avamposto di frontiera. E... beh, Capitano... una volta accesi, quei modelli si comportano proprio come l'essere che al momento sta piangendo sul pavimento."

Aymane abbassò lentamente la stella cometa, lo sguardo che oscillava tra Rerin e la sonda rannicchiata. "E questo cosa c'entra con il fatto che l'abbia chiamata fin qui?"

"Quel rumore di fondo di cui parlo è un impulso neurale residuo" spiegò Rerin, indicando la propria tempia. "È qualcosa di talmente debole e specifico che potrebbe sfuggire alla maggior parte dei telepati comuni, ma non a chi ha provato almeno una volta la guida telepate durante l'addestramento o le simulazioni avanzate. Non è un attacco, Capitano. Per la maggior parte dei telepati è solo un fruscio, al massimo un leggero mal di testa, ma per chi lo ha provato questo è un segnale di emergenza automatizzato. Si tratta della disperata ricerca di un interfaccia umana per una macchina telepate"

Dall'angolo del corridoio, Steje si massaggiò le tempie con entrambe le mani, stringendo gli occhi in una smorfia di autentico dolore. "Mi sta scoppiando la testa e l'ultima cosa che mi serve è una lezione di storia..." lamentò a bassa voce, la voce incrinata dalla pressione di quell'impulso neurale che continuava a rimbalzare tra le pareti. "C'è un modo, un qualsiasi modo, per far smettere di piangere questa creatura?"

Aymane voltò lo sguardo verso il suo Primo Ufficiale, in attesa di una risposta tecnica, di una frequenza di sfasamento o di un protocollo di spegnimento d'emergenza ereditato dai vecchi archivi andoriani.

Rerin, tuttavia, non rispose subito. Rimase immobile a fissare il drone rannicchiato che continuava a singhiozzare a dirotto, collegandosi a lui telepaticamente, e per qualche secondo l'unico suono fu quel pianto disperato misto al ronzio delle luci intermittenti. Poi, i muscoli del viso del Primo Ufficiale si distesero.

Prima fu solo un sorriso accennato, poi Rerin scoppiò a ridere da solo.

Non era una risata di scherno, ma il riso genuino, irrefrenabile e quasi isterico di chi si sente raccontare una cosa tanto assurda da apparire surreale. Arrivò al punto quasi di piegarsi sulle ginocchia per lo sforzo, costretto a fare perno sulle gambe per mantenere comunque fermamente la piccola Isaryel al sicuro tra le braccia. La bambina, dal canto suo, emise un piccolo verso di protesta per lo scossone, continuando a guardare il padre con la stessa immutata curiosità.

Aymane e Whitmore lo fissarono come se avesse definitivamente perso il senno sotto l'effetto dell'interferenza di quella strana cosa, che a questo punto ipotizzarono essere una macchina.

"Rerin?" lo richiamò il Capitano, con un tono che oscillava pericolosamente tra la preoccupazione e l'esasperazione. "Si può sapere che cosa le prende?"

Rerin cercò di riprendere il controllo, asciugandosi una lacrime d'ironia dall'angolo dell'occhio, mentre Isaryel approfittava del momento per afferrargli con decisione un'antenna.

"Mi scusi, Capitano" disse Rerin, respirando a fondo per ritrovare la serietà, anche se il tono restava incredibilmente divertito. "È solo che... la logica militare a volte si scontra con la più pura e disarmante delle realtà." Fece un passo più vicino all'essere rannicchiato, che continuava a emettere quei singhiozzi metallici e bagnati di condensa.

"Dunque..." esordì il Primo Ufficiale, allargando un braccio. "Lui è qui ma non sa chi è, non sa da dove viene e non sa perché è qui. Semplicemente, non se lo ricorda. I suoi banchi di memoria sono un foglio bianco. Ha scelto, tra tutte le persone che ha visto sulla base, proprio lei, Capitano. E la verità è che lo ha eletto a suo padre."

Aymane sgranò gli occhi, stringendo inconsciamente la cometa al petto. "Cosa?"

"Esatto" continuò Rerin, incapace di trattenere un mezzo sorriso. "Da allora sembra che lo abbia seguito per tutto il tempo, nell'ombra, cercando disperatamente di capire perché il suo nuovo papà regalasse sfere di vetro a tutti quanti sulla stazione. A quel punto ha sentito, nella sua logica infantile, che voleva anche lui una sfera. Ma poi, osservandola meglio, ha capito che quelle sfere non erano speciali come la stella cometa che tiene in mano. E allora ha voluto la cometa, a tutti i costi. Pensava che quell'oggetto fosse la chiave per costringerla ad accettare di parlargli telepaticamente, per creare finalmente un legame"

"Io non sono telepate!"

"Già.. ma la cosa qui non lo sa.." Rerin indicò l'entità con un cenno compassionevole del capo, mentre Isaryel emetteva un piccolo verso acuto, quasi volesse dare ragione al padre. "Ed ora è qui che piange" concluse il Primo Ufficiale, guardando Aymane dritto negli occhi. "Si sta letteralmente chiedendo perché il suo nuovo papà non gli voglia bene, perché non gli parli e perché non gli faccia avere quella benedetta cometa come regalo di Natale. Tutto questo caos, Capitano... è solo un gigantesco capriccio per attirare la sua attenzione.. e avere un regalo"

Steje rimase a bocca aperta, lo sguardo che rimbalzava tra Rerin e il drone piangente. "Ma... sta scherzando?!"

"Niente affatto" replicò Rerin, sistemandosi Isaryel sulla spalla con un mezzo sorriso ironico. "Congratulazioni, Capitano. È appena diventato padre di una sorta di enorme drone alto quasi due metri che sta facendo i capricci. Ora, per favore, possiamo dargli quella stupida decorazione natalizia e andarcene tutti a dormire?!"

Lo sguardo di Steje si indurì per un istante. Il Primo Ufficiale percepì una sottile e improvvisa ondata di ritrosia emotiva provenire dal suo superiore, una barriera mentale che si alzava di scatto prima che il Capitano scuotesse decisamente il capo.

"No" tagliò corto Steje, stringendo le dita attorno alla decorazione luminescente "Questa decorazione ci serve ancora per un po'..."

Rerin lo osservò, il tono divertito che svaniva all'istante. Tornò serio, raddrizzando le antenne: la sua sensibilità telepatica gli diceva chiaramente che il Capitano gli stava nascondendo qualcosa, un dettaglio cruciale legato a quell'oggetto totalmente inutile.

Prima che potesse indagare, però, la voce arguta e sottile di sua figlia ruppe il silenzio. Rerin si voltò verso di lei, attirato dal piccolo strattone che la bambina diede alla sua uniforme.

"Papi..." mormorò Isaryel, indicando il drone con il dito indice e guardando il padre con due occhi carichi di un'innocente e disarmante logica infantile. "Ma se lui vuole un regalo, perché non gliene facciamo uno noi?! Così poi non è più triste!"

Intanto anche Grul, approfittando del fatto che l'attenzione generale si fosse spostata sull'arrivo di Rerin, era scivolato fuori dal condotto. Si mise a fianco degli altri, osservando con un misto di sollievo e incredulità la creatura che imperterrita continuava a piangere, scossa da quei singhiozzi carichi di condensa.

"Certo che si impegna a fare questi capricci..." mormorò Tara. La sua voce era quasi divertita, alleggerita dal constatare che l'entità che poco prima le dava la caccia era, a tutti gli effetti, solo un bambino robotico spaventato e in cerca di affetto.

"Comandante Tharek alla sala macchine. Mi serve che mi replichiate un regalo..."

Dal comunicatore gracidò la risposta immediata dell'ufficiale di turno. =^=Che tipo di regalo, signore?=^=

"Un regalo che possa essere apprezzato da un drone alto due metri con un problema di personalità tale da regredire allo stadio di un bambino che fa i capricci"

Ci fu un attimo di silenzio, pesante e confuso. =^=Ehm... non credo di aver capito=^=

"Mi creda, ci ho capito poco anche io..." sospirò Rerin, lanciando un'occhiata alla sonda che continuava a piangere. "Facciamo qualcosa di sferico?"

Isaryel, intercettando la conversazione, tornò subito alla carica. Si sporse dalla spalla del padre, agitando le manine. "Una palla rimbalzante! Una palla rimbalzante con le lucine!!"

Rerin sorrise, assecondando la figlia. "Ecco... una palla rimbalzante con le lucine."

Dalla sala macchine non ci furono risposte per alcuni istanti =^=Signore, ma che tipo di pall...=^=

"Una palla che rimbalza! Una qualsiasi, non importa quale, mi basta che arrivi ora!" tagliò corto Rerin.

La comunicazione si chiuse con un clic secco. Pochi attimi dopo, il caratteristico fischio del teletrasporto illuminò un piccolo quadrato di pavimento proprio ai piedi del Primo Ufficiale. Quando la luce si dissolse, a terra rimase un pallone colorato che, non appena toccò le paratie, iniziò a emettere una serie di allegre lucine intermittenti verdi e azzurre.

Rerin si chinò con agilità, afferrando il pallone con la mano libera mentre continuava a bilanciare Isaryel sull'altra spalla. Fece cadere l'oggetto a terra, lasciando che l'impatto producesse un suono sordo prima che la sfera rimbalzasse allegra, proiettando bagliori azzurri e verdi sulle pareti metalliche.

Poi, emise alcuni brevi fischi per attirare l'attenzione del Capitano e gli lanciò la palla "Forza, papino.. fai felice il tuo bambinone di due metri.."

La creatura interruppe per un istante il suo pianto dirotto. Le sue lenti ottiche, ancora bagnate di condensa, si mossero a scatti isolando la sfera colorata che passava dalla mano del Primo Ufficiale direttamente al Capitano che riprese a farla rimbalzare sul pavimento. Incuriosito, il drone si trovò a scansionare l'oggetto, analizzandone in tempo reale le proprietà elastiche, la composizione polimerica e l'assurda capacità di conservare l'energia cinetica a ogni impatto. Il flusso di dati immessi nei suoi banchi di memoria, unito al ritmo ipnotico delle luci intermittenti, congelò i suoi circuiti logici al punto da spingerlo a smettere di piangere ed allungare nuovamente una mano in avanti.

"Consegna" articolò la creatura.

La voce dell'entità tornò a farsi più stabile, sebbene ancora incrinata da un tremito infantile dalla paura di un ennesimo rifiuto ma a questo punto Aymane non si tirò indietro. Con un movimento fluido gli passò il pallone. "Prendi la pallina, e smettila di urlare... stai facendo venire mal di testa a tutti quanti."

La creatura si disinteressò completamente del discorso del Capitano e delle sue lamentele. Afferrò la sfera con le grandi dita, la osservò per un microsecondo e poi la scagliò delicatamente sul pavimento, guardandola tornare su. Iniziò a farla rimbalzare, ripetutamente, imprimendole una cadenza regolare.

Era un'azione priva di qualsiasi scopo logico o direttiva primaria, un consumo di energia del tutto inefficiente per i suoi standard costruttivi eppure, a conti fatti, quella sequenza ripetitiva lo faceva divertire. Un concetto, quello del gioco, del tutto sconosciuto per i suoi vecchi algoritmi, ma che ora sembrava aver finalmente colmato il vuoto di quella sua mente bambina.

La creatura continuò a far rimbalzare la palla sul pavimento del corridoio, completamente assorta da quel nuovo, straordinario ciclo di dati cinetici. Il suono ritmico del polimero contro le paratie metalliche — boing, boing, boing — riempì lo spazio, accompagnato dal guizzo intermittente delle spie verdi e azzurre che si riflettevano sulle sue lenti ottiche.

Mentre giocava, i suoi sintetizzatori vocali si attivarono, emettendo una modulazione acustica che non aveva più nulla di accigliato o di disperato. Iniziò a ripetere come un mantra il nome dell'oggetto che tanto lo stava interessando, una sequenza di fonemi registrata ed elaborata come la sua prima, vera conquista logica in quel mondo caotico:

"Pallina, pallina, pallina..."

La voce meccanica, un tempo così rigida, ora assumeva a ogni ripetizione un'intonazione quasi cantilenante, la tipica nenia di un bambino che ha finalmente trovato il modo di calmarsi e di escludere tutto il resto.

Il ritmo ipnotico del pallone contro il pavimento e quella cantilena "Pallina, pallina, pallina..." sembravano aver finalmente congelato la situazione. Ma proprio in quel momento di generale distrazione, Grul intravide la sua occasione. Sfruttando la confusione e il fatto che tutti gli sguardi fossero catalizzati dal drone, il ferengi fece un passo felpato all'indietro, pronto a scivolare nell'ombra del corridoio per tentare la fuga.

Il movimento non sfuggì ad Aymane. Il Capitano voltò la testa di scatto, gli occhi che si restrinsero all'istante.

"Whitmore! Lo fermi!" ordinò seccamente, rompendo l'incantesimo. "Lo arresti e lo porti dritto nella sala interrogatori."

Il capo della Sicurezza non se lo fece ripetere due volte: scattò in avanti, afferrò Grul per un braccio prima ancora che potesse raggiungere la prima svolta e gli serrò i polsi dietro la schiena in una presa d'acciaio. Senza tante cerimonie, con una spinta decisa, il capo della sicurezza lo costrinse a muoversi, trascinandolo via lungo il corridoio e facendolo sparire dietro l'angolo verso il blocco di detenzione.

Ormai il piano sotto copertura era saltato, andato in fumo insieme alla quiete della base. Cercare di ottenere quelle informazioni con l'astuzia si era rivelato inutile tanto valeva passare a maniere più dirette e persuasive. Spettava a Whitmore, adesso, il compito di torchiare il contrabbandiere e tirargli fuori ogni singolo dettaglio, codice o frequenza utile per contattare e catturare il misterioso mandante dell'operazione.

Rerin assistette alla scena senza muovere un muscolo, ma il suo sguardo si spostò immediatamente sul Capitano. Le sue antenne andoriane erano tese, rigide, e i suoi occhi cercavano risposte. C'era troppa carne al fuoco, troppi segreti in una sola notte.

Sentendosi addosso il peso del giudizio del suo Primo Ufficiale, Aymane esalò un lungo sospiro e annuì con evidente stanchezza.

"Le dirò tutto, Rerin. Tutto" ammise il Capitano, abbassando lo sguardo sulla cometa che stringeva ancora in mano. "Tanto lo sapevo che la storia di tenerla all'oscuro sarebbe stata impossibile. Ha un sesto senso fin troppo sviluppato per queste cose" poi, alzò gli occhi verso il grande drone che continuava a far rimbalzare la palla, del tutto indifferente all'arresto di Grul. "Ma prima... prima dobbiamo assolutamente risolvere la questione di questo 'bambino'. Non posso avere un coso alto due metri che fa rimbalzare una palla, nel bel mezzo di un corridoio, canticchiando pallina, pallina"

Keane, rimasta un passo indietro, continuava a studiare i movimenti dell'essere "Sarebbe molto più facile comunicare con lui se sapessimo chi è... se avesse un nome."

Rerin scosse il capo, cambiando braccio per sostenere il peso di Isaryel. "Ve l'ho detto, non lo sa nemmeno lui. E onestamente, non so se lo scopriremo mai.."

"Brut!" Isaryel batté le manine, applaudendosi da sola per il colpo di genio "Ecco il suo nome!"

"Brut?!" Rerin si bloccò, fissando la figlia con un'espressione totalmente perplessa. "E tu dove hai sentito questa parola, Isy?"

"È una cosa che si beve, con le bollicine, e viene da Sol III... come Babbo Natale!" spiegò la piccola con l'assoluta, incrollabile serietà che solo i bambini sanno sfoggiare quando rivelano grandi verità. "Rogal lo ha bevuto ieri, ma ha detto che non vale niente.. non è abbastanza per un vero klingon"

Rerin alzò gli occhi al cielo, scuotendo leggermente la testa. "Isy... io davvero non so come la tua testolina abbia collegato un droide smemorato a uno spumante di Sol III, ma non è così semplice dare un nome a una cosa come lui.. lui non sa cosa sia un nome"

"Allora posso insegnarglielo io! Sono brava a insegnare le cose!" propose la bambina, per nulla scoraggiata. Si sporse di scatto verso la creatura, gli occhi lucidi di entusiasmo. "Lo portiamo nel nostro alloggio? Dai, papi!"

"No" la risposta di Rerin fu talmente rapida da sovrapporsi alla richiesta della figlia. "No, no e poi no, Isy. Quel 'coso' ha già il suo papà e andrà con lui."

"Ma non ci penso nemmeno a portarmelo in alloggio! È brutto da far spavento!" sbottò Steje, lanciando un'occhiata terrorizzata alla mole di quella creatura che continuava a far rimbalzare la palla. "Se me lo ritrovo davanti in corridoio tra il chiaro e lo scuro, come minimo mi viene un infarto!"

Isaryel, però, non era tipo da demordere facilmente. Gonfiò le guance e, ignorando le proteste degli adulti, si voltò decisa verso il drone, allungando un braccino per indicarlo.

"Ehi, tu! Tu sei Brut! Tu devi venire qua!" ordinò con tutta l'autorità di cui era capace la sua voce infantile.

Erano di nuovo comandi di base, elementari, formulati con la struttura lineare che l'algoritmo dell'essere poteva elaborare senza sforzo. E, con lo sconcerto generale di tutti i presenti, funzionò. Il drone smise di far rimbalzare il pallone, strinse la sfera azzurra sotto il braccio ei mosse a scatti ubbidiente, fermandosi a pochi centimetri dal Primo Ufficiale e dalla bambina.

A quel punto, Isaryel si portò una mano al petto e, con un colpetto deciso, si staccò uno dei fiocchetti di stoffa rosa che decoravano il suo pigiamino. Senza un briciolo di esitazione, gli diede una generosa leccata sul retro e, prima che Rerin potesse anche solo allungare una mano per fermarla, lo schiaffò con energia proprio nel centro della fronte della creatura.

Tutti i presenti rimasero a fissare la scena in un silenzio tombale, completamente straniti.

Miracolosamente, non si sa come né perché, forse per una qualche carica elettrostatica residua o per le peculiari proprietà molecolari del rivestimento esterno del droide, il piccolo e bagnato fiocco rosa rimase perfettamente in posizione, proprio in mezzo alla sua fronte.

Brut, se così si poteva ormai chiamare, emise un debole clic acustico, sfarfallando con i sensori come se stesse processando l'aggiunta di quel bizzarro componente esterno.

Isaryel, dal canto suo, batté le mani ed esibì un sorriso raggiante, fiera della sua opera d'arte. "Ecco, ora è bellissimo!"

Rerin annuì, le antenne che oscillavano con un'ironia sottile. "Eh... tutta un'altra cosa, non c'è che dire. Adesso può tranquillamente venire nel suo alloggio, Capitano" il Primo Ufficiale fece un passo indietro, sistemandosi meglio la bambina che intanto sbadigliava, soddisfatta del restyling "Ora, dato che Brut ha finalmente smesso di far impazzire i miei sensi da telepate, io andrei a dormire... Capitano, passerò domani mattina dal suo ufficio per conoscere tutta la mirabolante storia dietro quella preziosa decorazione natalizia. Fino ad allora, buonanotte."

Steje era ancora lì, immobile, lo sguardo sbarrato sul fiocchetto rosa attaccato alla fronte di Brut. All'allontanarsi del suo secondo, si voltò di scatto, quasi tradito. "E mi lascia così?! Con questo coso?! Con... Brut?!"

Anche Sirak decise che per quella notte poteva bastare. Si incamminò verso l'uscita con impeccabile dignità vulcaniana e imboccò il corridoio, mormorando solo un laconico: "L'Ambasciatrice non sarà affatto contenta del risultato di questa operazione..."

A chiudere le fila fu Keane. Osservò per un ultimo, surreale istante la scena, poi fece un passo indietro accennando un saluto con la mano. "Mi scusi, Capitano, ma devo assolutamente finire i miei controlli ai condotti." E si allontanò a passo svelto, lasciandosi il caos alle spalle.

E così erano rimasti solo in due. La creatura e suo padre putativo.

Il silenzio del corridoio venne nuovamente riempito dal ritmo metodico e rimbalzante del polimero: boing, boing, boing. Brut aveva ripreso il suo gioco, muovendo la testa su e giù a tempo, con il fiocco rosa che ondeggiava a ogni movimento.

Steje rimase a fissarlo, stringendo la decorazione natalizia, domandandosi seriamente che cosa diavolo avrebbe fatto adesso. Esalò un sospiro profondo, pieno di una stanchezza che trascendeva la sua età.

"Lo giuro" borbottò tra sé e sé, mentre il drone lo guardava fisso con le sue lenti ottiche sfarfallanti. "La prossima volta che qualcuno mi dice di organizzare una festività terrestre, scappo con la Stormbreaker e non mi faccio trovare mai più."