Deep Space 16 Gamma - Passeggiata
20/12/2405 - Ore 09.17
Steje Aymane aveva sviluppato, nel corso di una lunga carriera a contatto con specie di ogni quadrante, una teoria personale sulla natura dei problemi: quasi sempre, il problema che ti uccide non è quello che stai fissando, ma quello che ti sta fissando da dietro mentre sei distratto dal primo.
In quel momento, il problema che stava fissando era un Ferengi.
Più precisamente, era Grul, commerciante di professione e opportunista per vocazione, che da tre giorni frequentava le aree pubbliche della base con una costanza che andava ben oltre il normale interesse per le festività terrestri. Lo stava osservando da un tavolo del piccolo bar della Passeggiata, con una tazza di raktajino caldo tra le mani e l'aria di chi non ha nulla di meglio da fare che guardare il vuoto. Era un'aria che coltivava con cura: aveva imparato da tempo che il modo migliore per capire cosa sta cercando qualcuno non è guardarlo direttamente, ma guardare cosa ignora. Tutto quello che i suoi occhi scavalcano senza fermarsi è irrilevante. Tutto quello su cui tornano, anche solo per un secondo, è quello che vuole.
Il segreto, in fondo, non era osservare le persone. Era osservarle mentre credevano di non essere osservate: quello era il momento in cui smettevano di recitare e iniziavano ad esistere.
Grul si muoveva in modo strano. Non stava comprando, non stava vendendo, non stava contrattando. Stava cercando. E non cercava con l'avidità scoperta dei lobi frementi di chi ha fiutato un affare: cercava con la tensione contenuta di chi sa esattamente cosa vuole e non riesce a trovarlo.
Interessante.
Steje girò lentamente il cucchiaino nel raktajino, osservando il Ferengi scandagliare con lo sguardo ogni addobbo appeso ai corrimano. Lo aveva già visto farlo ieri sera, e il giorno prima ancora. Tre volte nello stesso settore, con la stessa traiettoria, come un sensore di prossimità che ripetesse la stessa scansione senza mai ottenere un risultato soddisfacente.
La sedia di fronte a lui raspò sul pavimento. Steje alzò gli occhi.
Il Tenente Whitmore si accomodò con la tranquilla sicurezza di chi è abituato a sedersi in posti non suoi come se li avesse sempre posseduti. Aveva un PADD sotto il braccio e una tazza di tè in mano, e Steje notò immediatamente — non poté fare a meno di notarlo — che era arrivato dal lato cieco del suo campo visivo, quello che la colonna alla sua sinistra oscurava. Intenzionalmente o no, era comunque un dettaglio su cui riflettere.
"Capitano. Spero di non disturbarla."
"Stavo contando le volte che quel Ferengi laggiù passa davanti allo stesso festone," rispose Steje, senza smettere di guardare Grul. "È la quarta. Cosa mi porta qui, Tenente?"
Whitmore poggiò il PADD sul tavolo e lo fece scivolare verso di lui con un gesto preciso. "I rapporti dalla logistica federale sono arrivati stamattina presto. Ho pensato che preferisse vederli in un contesto informale."
Steje abbassò gli occhi sul display. Scorse le prime righe con la leggerezza di chi sfoglia un menu, poi si fermò. Le rilesse. Le rilesse ancora, stavolta senza la leggerezza.
Posò il cucchiaino.
"Questi registri hanno una lacuna di quattro ore nell'inventario del carico Logos IX. Quattro ore in cui il container C-7 risulta... non tracciato."
"Esattamente," confermò Whitmore, con la voce piatta e misurata di chi ha già digerito la notizia e aspetta che l'altro faccia lo stesso. "Il container conteneva circa ottocento unità di decorazioni varie, tra cui ghirlande luminose, sfere di vetro e cinque stelle cometa in plastacciaio."
Steje rialzò gli occhi lentamente. "Cinque stelle cometa."
"Ne abbiamo inventariate tre ancora negli stock. Una è stata assegnata — come lei ricorderà — durante la distribuzione serale. L'ultima..." il Tenente si interruppe appena un secondo, il tempo necessario a bere un sorso di tè con una compostezza che Steje trovò vagamente irritante. "L'ultima si trova nel mio alloggio. Me l'ha portata il Comandante Th'Tharek, accompagnato dalla piccola Isaryel, la sera del mio arrivo."
Steje rimase immobile per qualche istante.
Era una sensazione che conosceva bene: il momento in cui i pezzi di un puzzle che stavi ignorando smettono di galleggiare separati e si incastrano con la violenza silenziosa di una sequenza di curvatura che si attiva. Non era panico. Era qualcosa di più freddo e più antico, un campanello d'allarme che suonava sotto la superficie del pensiero razionale.
*Rerin ha portato una stella cometa al nuovo Capo della Sicurezza. Isaryel l'ha scelta dalle casse avanzate. Tra quelle casse c'era qualcosa che qualcuno sta cercando da tre giorni.*
Sollevò lo sguardo verso Grul, che in quel momento stava fingendo di esaminare un festone a spirale con l'aria distratta di qualcuno che in realtà sta ascoltando tutto. La distanza era troppa per captare conversazioni, ma la postura del Ferengi aveva subito una variazione minima: le spalle leggermente più alte, i lobi orientati nella loro direzione.
"Whitmore," disse Steje, con una calma che lui stesso riconobbe come quella particolare varietà di calma che precede le decisioni scomode. "Quante persone sanno che la stella cometa si trova nel suo alloggio?"
"Nessuna, ufficialmente. Ma..." il Tenente inclinò leggermente la testa. "Ieri sera qualcuno ha tentato di forzare i codici del mio alloggio. I protocolli di sicurezza hanno resistito, ma la traccia c'è."
Steje annuì lentamente, come se stesse approvando un rapporto meteorologico. Poi raccolse il PADD, lo ripose con gesto distratto accanto alla tazza, e incrociò le mani sul tavolo con l'espressione serena di un uomo che ha appena deciso di divertirsi.
"Bene," disse. "Ecco cosa faremo. Lei tornerà al suo alloggio, prenderà la stella cometa e la porterà — in modo ben visibile, mi raccomando — attraverso la Passeggiata fino al mio ufficio. Cammini piano. Si fermi qualche secondo al banco del bar. Se qualcuno volesse seguirla, vorrei dargli tutto il tempo necessario per farlo."
Whitmore lo guardò con un'espressione che non era esattamente sorpresa, ma che conteneva la sottile ricalibrazione di chi ha appena compreso che il Capitano della stazione è un tipo più interessante di quanto i ruolini di bordo suggerissero. "Sta usando la stella come esca."
"Sto usando la stella come esca," confermò Steje allegramente. "Nel frattempo, io resterò qui ancora qualche minuto, a finire il mio raktajino e ad ammirare con grande interesse il repertorio decorativo di questo Ferengi che, se ho ragione, tra trenta secondi cambierà posizione per non perdere di vista la direzione in cui lei se ne andrà ."
Si fermò, le labbra che si curvavano appena. "Se ho torto, ovviamente, avrò solo trascinato il mio nuovo Capo della Sicurezza in una passeggiata mattutina inutile. Ma non ho torto."
Whitmore si alzò, prese la tazza di tè e il PADD. Stava per congedarsi quando Steje aggiunse, con la stessa leggerezza con cui si commenta il tempo: "Ah, una cosa. Quella procedura irrituale che ha notato nei registri di carico... la segnali formalmente, in modo ufficiale, con data e ora. Prima di questa conversazione, intendo."
Il Tenente si fermò. "Verrebbe retrodatata."
"Esattamente." Steje girò di nuovo il cucchiaino nel raktajino ormai freddo. "Voglio che chiunque abbia messo qualcosa in quel carico sappia che abbiamo aperto un'indagine. Voglio che si senta braccato. Le persone che si sentono braccate commettono errori." Alzò gli occhi con un sorriso che era quasi affettuoso. "Ed io adoro gli errori altrui, Tenente. È il regalo di Natale che preferisco."
Whitmore annuì una volta sola, con la brevità militare di chi ha capito, e si allontanò verso il turbolift.
Steje tornò a osservare Grul.
Ventidue secondi. Il Ferengi girò lentamente la testa nella direzione in cui Whitmore si stava dirigendo.
*Ventisette, in realtà . Mi sono sbagliato di tre secondi.*
Era comunque un buon inizio di giornata.
Deep Space 16 Gamma - Ufficio del Capitano Aymane
20/12/2405 - Ore 10.44
La stella cometa era sul tavolo dell'ufficio, appoggiata accanto a tre PADD e a una tazza di tè che Whitmore aveva portato da sé — inglese, con latte, Steje aveva già apprezzato il dettaglio — e pulsava con i suoi cicli di luce rossa, verde e argento con una placida indifferenza alle implicazioni della propria presenza in quel luogo.
Steje la stava fissando da venti minuti.
Non stava cercando nulla di visibile: non era il tipo di problema che si risolveva con uno scanner o con un esame visivo. Stava cercando la logica dell'oggetto. Cosa conteneva, secondo le persone che lo cercavano, che valesse il rischio di introdurlo clandestinamente in una starbase della Federazione attraverso un wormhole sorvegliato? E perché nasconderlo in una decorazione natalizia?
*Perché è piccolo,* pensò. *Abbastanza piccolo da non alterare la massa del carico. Abbastanza anonimo da passare inosservato tra centinaia di oggetti identici. E abbastanza luminoso da distrarre l'attenzione da sé stesso.*
Esattamente come un certo tipo di persone che conosceva.
"Ha idea di cosa stiamo cercando?" chiese, senza alzare lo sguardo dalla stella.
Whitmore, seduto dall'altro lato del tavolo con la sua encomiabile compostezza britannica, scosse appena la testa. "Qualcosa di piccolo. La descrizione fatta all'inizio della catena di comunicazioni intercettata..."
Steje alzò gli occhi di scatto. "Intercettata?"
"Ho chiesto al personale di monitoraggio di segnalarmi eventuali comunicazioni con distorsore di frequenza nelle ultime quarantotto ore. Ne sono state rilevate tre, tutte brevi, tutte dai piloni inferiori. Non sono riuscito a risalire all'identità del mittente, ma il contenuto parziale suggerisce che stiano cercando qualcosa delle dimensioni di un chip isolineare."
Steje rimase in silenzio per un momento. Poi si alzò, prese la stella cometa con entrambe le mani e la esaminò lentamente, ruotandola nella luce. Era bella, a modo suo: il plastacciaio captava i riflessi della stanza e li rimandava indietro moltiplicati, come se contenesse più luce di quanta ne ricevesse.
*Un chip isolineare. Dati, allora. Non un'arma, non un esplosivo. Informazioni.*
"Sa cosa mi preoccupa di più?" disse Steje, posando di nuovo la stella sul tavolo con delicatezza. "Non è quello che c'è dentro. È quello che qualcuno era disposto a fare pur di prenderlo. Forzare l'alloggio del Capo della Sicurezza il primo giorno del suo incarico non è la mossa di un improvvisatore nervoso. È la mossa di qualcuno che ha una scadenza."
Si avvicinò alla vetrata che dava sul Quadrante Gamma, le mani dietro la schiena. Fuori, il buio era costellato di luci fisse e lontane, indistinguibili, a questa distanza, dagli ornamenti luminosi che coprivano l'esterno della base.
"Whitmore, le faccio una proposta." Si voltò, con l'espressione di uno che ha già deciso ma per correttezza finge ancora di stare valutando. "Lei ha trovato il problema. Ha già avviato l'indagine con una competenza che, devo ammetterlo, mi ha fatto rimpiangere brevemente di non aver richiesto il suo trasferimento prima. Ora le chiedo di gestirla, ma senza protocolli ufficiali per il momento. Niente rapporti formali alla sezione investigativa, niente allerta di sicurezza pubblica."
Il Tenente aprì la bocca. Steje lo precedette.
"Lo so. È irrituale. Ma se attiviamo i protocolli standard, chiunque stia aspettando quel chip saprà che lo abbiamo trovato e sparirà nella base prima che possiamo identificarlo. Voglio che continui a cercarlo." Indicò la stella sul tavolo. "Voglio che pensi che sia ancora nascosto. E voglio capire chi lo sta cercando prima di chiudergli la porta in faccia."
Whitmore lo guardò con quella stessa ricalibrazione silenziosa di prima. "Sta chiedendo di usare il chip come esca. Anche questa volta."
"È un Natale ricco di esche," ammise Steje con un sorriso. "È il caso di approfittarne finché durano le decorazioni."
Il Tenente considerò per qualche secondo, poi annuì con la sobrietà di chi ha già valutato ogni obiezione e le ha trovate superabili. "Capito. Tuttavia, Capitano, devo segnalarle una variabile che complica il quadro."
"Mi dica."
"La stella cometa è uscita dall'alloggio mio stamattina, visibilmente, davanti a chiunque fosse nella Passeggiata. Chiunque la stesse monitorando sa già che si trova qui." Una pausa. "Il che significa che potremmo avere visite nell'ufficio del Capitano in tempi relativamente brevi."
Steje si voltò di nuovo verso la vetrata e osservò per un momento il riflesso della stella sul vetro scuro, piccola e incandescente come una cosa viva.
"Lo so," disse, con la contentezza tranquilla di chi ha sistemato i pezzi dove voleva. "È per questo che la porta del mio ufficio resterà stranamente sbloccata per il resto della mattinata. Un'anomalia tecnica, dirà il registro. Capita, con tutti i sovraccarichi dei replicatori."
Si voltò verso Whitmore con un'espressione che era, a tutti gli effetti, un invito.
"Si sistemi comodo, Tenente. E finisca il tè. Potrebbe volerci un po'."
Deep Space 16 Gamma - Passeggiata
20/12/2405 - Ore 19.30['>/p
Il problema con i regali di massa, aveva concluso Steje nel corso delle ultime ore, non era procurarseli. Era trovarsi il tempo di consegnarli di persona, uno per uno, nello stesso giorno in cui aveva lasciato la porta dell'ufficio volutamente aperta e stava aspettando che qualcuno commettesse l'errore di entrarci.
Era una scelta rischiosa, lo sapeva. Ma Steje aveva imparato da tempo che le giornate in cui succedono troppe cose contemporaneamente sono quelle in cui le persone rivelano chi sono davvero. E lui aveva bisogno di vedere chi erano tutti quanti, quella sera.
I replicatori avevano lavorato per qualche ora producendo sfere di vetro trasparente, perfettamente vuote, perfettamente identiche. Nessuno le aveva trovate particolarmente impressionanti durante il confezionamento. L'addetto alla logistica aveva chiesto due volte se fosse sicuro del modello, convinto ci fosse un errore nelle specifiche. Steje aveva risposto di sì entrambe le volte con la pazienza di chi sa già come va a finire.
Le aveva fatte confezionare in scatole semplici, senza nastri né decorazioni. Anche questo aveva generato perplessità . Anche questo era intenzionale.
Con la Passeggiata che splendeva di ogni luce possibile e la base che per una volta sembrava essersi dimenticata di trovarsi nel Quadrante Gamma, Steje aveva iniziato il suo giro.
Non c'era un ordine prestabilito. Si muoveva per osservazione, intercettando le persone nei momenti in cui erano sole o quasi, mai in gruppo, mai in modo ufficiale. Una consegna alla volta, una frase alla volta, con la stessa leggerezza con cui si posa una carta sul tavolo sapendo già che è quella giusta. Aveva memorizzato la lista del personale e non, che aveva aiutato nell'addobbare la stazione... erano tanti, ma non così tanti da rendere la procedura di consegna del regalo impossibile.
Durani fu la prima degli ufficiali superiori, per una questione di logica: era quella che aspettava il regalo con più scetticismo dichiarato, e Steje aveva imparato da tempo che lo scetticismo dichiarato è quasi sempre curiosità travestita. La trovò al cambio turno, nel corridoio adiacente alla sezione sicurezza, mentre firmava un rapporto sul PADD con la concentrazione di chi preferisce la burocrazia alle conversazioni.
Steje le si avvicinò senza preamboli e le posò la scatola tra le mani. Era identica a quella che avrebbe consegnato a tutti gli altri quella sera: stesse dimensioni, stesso materiale, stesso peso. Dentro, una sfera di vetro trasparente, completamente vuota, che non rifletteva nulla di particolare e non conteneva nulla di visibile. Un oggetto che in mezzo alle centinaia di addobbi colorati della base sembrava quasi un errore, un pezzo difettoso dimenticato per sbaglio nelle casse.
Ma il regalo non era la sfera.
"Ho notato che durante l'allestimento ha sistemato personalmente le luci nel settore residenziale dei civili," disse, con la stessa voce con cui avrebbe comunicato un aggiornamento giornaliero. "Fuori turno, senza che nessuno la guardasse. Non era nei suoi ordini." Una pausa. "Non l'ho detto a nessuno."
Il regalo era quella frase. La dimostrazione silenziosa che lui aveva visto qualcosa che lei non aveva mostrato a nessuno, un gesto di cura che una Klingon non avrebbe mai ammesso pubblicamente. La sfera era solo il contenitore: ciò che conteneva era la certezza di essere stati osservati nel momento in cui si credeva di essere invisibili.
Durani abbassò gli occhi sulla scatola, poi li rialzò su di lui. Per un secondo la sua espressione fu quella di qualcuno che sta cercando la trappola e non riesce a trovarla.
Non disse nulla. Aprì la scatola, guardò la sfera vuota, la richiuse. Poi riprese a firmare il rapporto come se niente fosse, ma Steje notò che la scatola non la posò a terra: la tenne sotto il braccio per tutto il tempo che rimase lì.
Era già un risultato soddisfacente.
T'Lani la trovò negli alloggi diplomatici, dove aveva trascorso la maggior parte dei tre giorni di allestimento con la dichiarata intenzione di non parteciparvi. Steje bussò, aspettò il tempo esatto che una vulcaniana avrebbe impiegato per decidere se aprire, e quando la porta si aprì si trovò davanti un'espressione di cortese neutralità che avrebbe scoraggiato chiunque non fosse abituato a leggerla.
Le posò la scatola tra le mani senza preamboli.
"Il secondo giorno dell'allestimento," disse Steje, "un bambino Bajoriano di circa sei anni si è perso nella biosfera andoriana. Era solo da almeno venti minuti quando lei lo ha trovato, lo ha accompagnato fino alla sezione residenziale e lo ha riconsegnato ai genitori." Si fermò un secondo. "Non ha segnalato l'episodio al registro di sicurezza. Non ha detto nulla a nessuno. Ha semplicemente ripreso la sua passeggiata come se niente fosse."
T'Lani osservò la scatola con la stessa espressione con cui avrebbe osservato un campione di roccia vulcanica di scarso interesse geologico. "Non vedo la rilevanza dell'episodio," disse. "Il bambino era disorientato. Ricondurlo ai genitori era la risposta logicamente corretta alla situazione. Qualsiasi altra azione sarebbe stata inefficiente."
"Esatto," confermò Steje, con un sorriso che non commentava nulla. "Buona serata, Ambasciatrice."
Si allontanò prima che lei potesse aggiungere altro, lasciandola con la scatola tra le mani. Mentre percorreva il corridoio, pensò che la risposta di T'Lani era stata genuinamente vulcaniana: non stava mentendo, non si stava difendendo. Stava dicendo esattamente quello che pensava. Ed era proprio questo che confermava tutto. Aveva notato quel bambino perché stava guardando, e stava guardando perché le importava — anche se non avrebbe mai usato quella parola, in nessuna lingua della Federazione.
Tara Keane rise, il che era esattamente quello che Steje si aspettava. Rise e disse che era la cosa più ridicola che avesse sentito in anni, e che assolutamente non era vero che il caos logistico la divertiva, e che lui era un uomo insopportabile. Steje aspettò pazientemente che finisse, poi disse: "Ha gestito tre giorni di caos totale con il sorriso di qualcuno che in realtà stava godendosi ogni minuto. Le operazioni perfette la annoiano, Comandante. Lo sa anche lei."
Keane smise di ridere. Prese la sfera, la guardò controluce e disse "è vuota" con una voce che aveva perso tutta l'ironia. Steje non rispose e si allontanò prima che lei potesse aggiungere altro.
Bly Dorien era in infermeria, come spesso la sera, con la scusa di aggiornare cartelle che non necessitavano di aggiornamenti urgenti. Steje le posò la scatola sul banco e disse: "Isaryel ti lancia le scarpe da tre anni. La maggior parte delle persone, dopo la prima settimana, avrebbe smesso di avvicinarsi. Tu no. Hai schivato una scarpina con i riflessi di un ufficiale tattico." Una pausa. "Ha trovato un avversario degno. E tu lo sai."
La dottoressa non rise e non minimizzò. Si limitò a guardare la sfera per un lungo momento, poi disse sottovoce: "Spero che prima o poi capisca che non voglio portarle via nessuno." Steje annuì, e uscì senza aggiungere altro, perché alcune cose funzionano meglio nel silenzio.
Rerin lo aspettava. Naturalmente lo aspettava: era Rerin, e le sue antenne avevano probabilmente tracciato il percorso di Steje attraverso la base con la precisione di un sistema di navigazione. Era appoggiato alla paratia del corridoio fuori dai suoi alloggi, con Isaryel già addormentata dentro e un'espressione che cercava di essere neutra e non ci riusciva del tutto.
Steje gli consegnò la scatola e disse: "Hai passato tre giorni a lamentarti del Natale. Ma la prima cosa che hai fatto quando sono avanzate le decorazioni è stata portare tua figlia a scegliere un addobbo per un uomo che non conoscevi ancora." Si fermò un secondo, lasciando che la frase trovasse il suo posto. "Un uomo che odia davvero una festa non la usa per insegnare alla figlia come si accoglie uno sconosciuto."
Rerin ascoltò senza interromperlo, le antenne ferme, il volto controllato. Poi guardò la sfera vuota per un tempo che sembrava eccessivo per esaminare un oggetto di vetro.
"È vuota," disse infine, con voce piatta.
"Sì," confermò Steje.
"Cosa dovrebbe contenere?"
"Quello che ci hai appena visto dentro." Si strinse nelle spalle con la noncuranza di chi ha già detto tutto quello che aveva da dire. "Buona notte, Numero Uno."
Rerin non rispose. Ma quando Steje si voltò per andarsene, sentì alle sue spalle il suono inequivocabile di una porta che si apriva lentamente, come se il Primo Ufficiale fosse rimasto un momento sulla soglia prima di entrare.
L'ultimo della lista era Whitmore.
Lo trovò esattamente dove si aspettava di trovarlo: non nel suo ufficio, non nei corridoi ad alta visibilità dove un Capo della Sicurezza alle prime settimane di servizio avrebbe dovuto farsi vedere. Lo trovò seduto a un tavolo del bar della Passeggiata, nella stessa posizione in cui Steje stesso si era seduto quella mattina, con una tazza di tè e un libro aperto che non stava leggendo, gli occhi fissi su Grul che ancora, con una costanza che rasentava l'ammirevole, girovagava tra le decorazioni cercando qualcosa che non avrebbe trovato.
Steje si sedette di fronte a lui senza essere invitato e posò la scatola sul tavolo. "Ha nascosto un phaser dietro un libro di Coleridge quando ha sentito bussare alla porta il primo giorno," disse. "Riflesso corretto. Ma ha aperto comunque, prima di sapere chi fosse." Una pausa. "Sa distinguere una minaccia da una curiosità . È una dote rara."
Whitmore ascoltò senza cambiare espressione. Poi aprì la scatola, guardò la sfera, e la richiuse con la stessa precisione con cui aveva fatto tutto il resto da quando era arrivato.
"È vuota," disse.
"Tutti me lo fanno notare," rispose Steje, con una nota di stanca soddisfazione. "È il regalo più onesto che riesco a fare. Non pretende di essere qualcosa che non è."
Whitmore considerò questo per un momento. Poi alzò gli occhi verso Grul, poi di nuovo verso Steje. "La porta dell'ufficio è ancora aperta?"
"Da stamattina," confermò Steje. "E sono ragionevolmente certo che prima di mezzanotte qualcuno troverà il coraggio di entrarci." Si alzò, sistemò la sedia con cura e raccolse la sua tazza ormai vuota. "Domani mattina alle nove nel mio ufficio, Tenente. Porti il tè."
Si allontanò verso il turbolift con le mani dietro la schiena, lasciando Whitmore con la sfera vuota tra le dita e Grul che, inconsapevole, continuava il suo giro instancabile tra le luci della sera.
Quando tornò nel suo alloggio, trovò sul tavolo una sfera avanzata. Aveva contato male, o forse aveva dimenticato qualcuno, o forse no. La prese, la tenne in mano per un momento e cercò, quasi per abitudine professionale, di trovare la frase giusta. Quella cosa che lui avrebbe detto a se stesso, la cosa vera che nessuno aveva notato.
Non gli venne nulla.
La posò accanto alla stella cometa, che aveva trafugato dal suo ufficio. I due oggetti — una che pulsava di luce, l'altra perfettamente vuota — che si riflettevano a vicenda nel buio della stanza, sembravano attendere la frase che non arrivava. Forse era questo il punto: che l'unica persona che non riusciva a leggere, dopo tutti quegli anni, era ancora se stesso.
Interessante, pensò, con una punta di ironia che non era del tutto priva di amarezza.