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        <title>USS SEATIGER - Missione 12</title>
        <description>I diari di bordo della USS SEATIGER</description>
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        <lastBuildDate>Tue, 14 Apr 2026 16:05:44 +0200</lastBuildDate>
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            <title>USS SEATIGER</title>
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        <item>
            <title>12-01 L'eco del silenzio</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=1</link>
            <description><![CDATA[Autore: Capitano Arjian Kenar Geran<br /><br /><JUSTIFY><br />
<br /><b>USS Seatiger, Plancia<br />
03/09/2398, ore 09:11 - D.S. 75672.28</b><br /><br />
Il tempo aveva assunto una fluidità quasi beffarda nell'universo in cui la Seatiger si trovava suo malgrado ancora a navigare. Era una distorsione che si rifletteva nell'anima di chiunque a bordo della nave. Dopo l'ennesima fuga rocambolesca appena qualche giorno prima, con la nave malconcia che aveva a malapena superato lo strappo dimensionale, la plancia era avvolta in un silenzio assordante che rasentava l'assurdità. Non gli allarmi stridenti dei Rettiliani o i sibili assordanti delle sfere Borg, ma una quiete innaturale, quasi che lo spazio stesso trattenesse il respiro in attesa di qualcosa.<br />
<br />
Il Capitano Arjian Kenar Geran, seduto sulla sua poltrona di comando, teneva la mano destra serrata sul bracciolo. I lineamenti Trill apparivano come tirati da pensieri inespressi, mentre osservava lo spazio profondo sul monitor principale. La costellazione di macchie che gli correvano lateralmente lungo il viso e che scendevano sotto il colletto della divisa, improvvisamente si fecero più scure, contrapponendosi alle luminose costellazioni che riempivano la vista sul grande schermo principale. Ogni stella lì fuori era un promemoria della loro lontananza da casa, da quel punto nello spazio-tempo da cui erano stati sradicati.Il peso della responsabilità verso il suo equipaggio gravava su di lui come un macigno, sempre di più. Una via verso casa era là fuori, e lui la doveva trovare.<br />
<br />
Improvvisamente, senza alcun preavviso strumentale - le console rimasero silenziose, lo schermo principale si fece completamente vuoto ed i sensori risultarono improvvisamente ciechi: una risonanza profonda e complessa investì la nave e si diffuse in ogni angolo della Seatiger, penetrando le menti di tutti i presenti a bordo. <br />
Non era un messaggio udibile, ma un'ondata di sensazioni, di immagini e di emozioni purissime che si intrecciavano e che si srotolavano direttamente nella coscienza collettiva dell'equipaggio. <br />
Per un istante, Kenar sentì il suo simbionte agitarsi e una fitta acuta provenire dall'addome. Gli sembrò di vedere nitidamente la placida orbita della Terra, la superficie desertica e montagnosa di Vulcano, il blu ghiaccio di Andoria e infine il suo pianeta natale, Trill. Ogni ricordo era assolutamente vivido, come una promessa sussurrata: "casa". Poi, il timbro si modificò. Quella che in precedenza era stata una semplice, rassicurante ninna nanna, ora si trasformava in una melodia più complessa, intrisa di visioni contorte: percorsi non lineari, scelte estenuanti, e un indefinito, pesante "costo" che sembrava permeare l'intera trasmissione.<br />
<br />
Al Primo Ufficiale, il Comandante Dewey Finn, la risonanza arrivò come il fragore di un assolo di chitarra distorto, un'esplosione di pensieri senza melodia né ritmo. La sua mente, abituata al battito regolare del rock and roll, cercò disperatamente un tempo, una struttura, un qualcosa a cui aggrapparsi. Le affermazioni non chiare e i percorsi non lineari veicolati dalla telepatia crearono come un caos viscerale, un'improvvisazione senza senso che lo colsero alla sprovvista, maa la sua indole ottimista e la sua tendenza a pensare "fuori dagli schemi" lo resero immediatamente proiettato verso la speranza. "Capitano," ansimò, la voce tremante, "Loro... gli Ovoidi! Ci stanno chiamando! È il segno... è la via per tornare a casa!".<br />
<br />
Il Tenente Comandante T'Kar, pur impassibile, inarcò un sopracciglio Vulcaniano, un gesto quasi impercettibile che per lui equivaleva a un grido di allarme. "Capitano," disse con la sua consueta calma monocorde mentre leggeva i dati che avevano ricominciato a fluire sulla sua console scientifica, "la mia analisi primaria sta rilevando una singolarità telepatica diretta. Tuttavia, la natura di questa trasmissione è... ambigua. Il rischio di sfasamento cognitivo per l'equipaggio è stimato al 78,43% se l'esposizione continua. Non sembrerebbe essere un semplice messaggio, ma un viaggio forzato nella mente".<br />
<br />
Il brusio iniziale di speranza si affievolì ancora, sostituito ora da un freddo realismo. Fu la volta infatti dell'Ingegnere Capo Droxine Carelli. Il suo primo istinto, analitico, la spinse a razionalizzare. Tentò di mappare le frequenze, di dare un senso ai picchi energetici che le saturavano i sensi. Voleva incasellare quella energia improvvisa e inattesa, in una tabella, in una formula che potesse domare. Ma le visioni erano frammenti contorti, immagini non lineari che si sovrapponevano e si dissolvevano prima che la sua mente potesse afferrarle. Non erano dati, non erano codice: erano caos puro, e quel caos minacciava di cancellare il controllo che lei cercava sempre di avere su ciò che la circondava. "Qualsiasi interferenza quantica è un rischio per i sistemi..." mormorò "e non solo. T'Kar ha ragione, l'esposizione sul lungo periodo dell'equipaggio potrebbe essere pericolosa. Dobbiamo riuscire a schermarci in qualche modo".<br />
<br />
Poco più in là, il Tenente Comandante Jason Queen, Ufficiale Scientifico Capo, si portò le mani alla testa, un gemito trattenuto, mentre la cacofonia di sensazioni e dati si riversava nella sua mente. Sembrava che stesse lottando con sé stesso per dare un senso scientifico al caos che gli affollava la mente.<br />
<br />
Accanto a Jason, l'Ufficiale Medico Capo Althea Sheva avvertì l'ondata telepatica in modo viscerale. Da Betazoide, la sua mente era un ricevitore finemente sintonizzato per le emozioni e le esperienze altrui, ma questa volta il segnale risultò soverchiante. Le sue labbra si strinsero, mentre con la sua solita determinazione, velata da una preoccupazione più profonda, cercava di decifrare il tumulto. "Capitano," disse, con la voce sorprendentemente calma data l'intensità della percezione, "questa risonanza non è solo informativa, è intrisa di emozioni. Percepisco una speranza quasi febbrile, ma anche una profonda rassegnazione e un terrore atavico, come quello che hanno già manifestato gli Ovoidi. È un 'percorso verso casa', ma avverto un costo... un sacrificio non quantificabile." La sua espressione rivelava una lotta interna per dare un senso medico e telepatico a quella che si annunciava come una promessa dolorosa.<br />
<br />
Il Consigliere Anena Lawtoein chiuse gli occhi. La sua espressione di "joie de vivre" si incrinò. "Il prezzo della conoscenza... è sempre più alto di quanto si creda", sussurrò, più a sé stesso che agli altri. La sua sensibilità ai sentimenti altrui probabilmente avevano amplificato l'implicito "costo incalcolabile" contenuto in quella rivelazione telepatica.<br />
<br />
Anche il Capo della Sicurezza Anna Maria Calvi, la "Tigre Rossa", avvertì l'ondata improvvisa. I suoi occhi si strinsero. La sua fu una percezione acuta e al contempo inquietante di quella "comunicazione essenziale" ma così foriera di speranze intrise di dolore.<br />
<br />
Il peso delle reazioni del resto della squadra di comando ricadde sulla plancia, annullando l'iniziale euforia di Finn. La speranza del ritorno a casa era tornata, ma il modo in cui si manifestava era tutt'altro che semplice. Kenar, con la responsabilità di ogni persona sulla sua nave, sentì il suo simbionte agitarsi: la complessa esperienza sensoriale ed emotiva degli Ovoidi stava già mettendo alla prova la sua determinazione. La domanda che si formava nella sua mente era chiara, anche se non osava pronunciarla: questa era davvero la via per la libertà, o solo l'inizio di una nuova, più insidiosa prigionia? Di quale dolore era intrisa quella inattesa speranza che li stava investendo?<br />
</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Capitano Arjian Kenar Geran</author>
            <pubDate>Wed, 13 Aug 2025 08:00:00 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-02 K-H34.V3N</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=2</link>
            <description><![CDATA[Autore: Comandante Dewey Finn<br /><br /><JUSTIFY><br />
<br /><b>USS Seatiger, Plancia<br />
03/09/2398, ore 09:11 - D.S. 75672.28</b><br /><br />
Poi, come era arrivato, il messaggio mentale sparì lasciando tutti frastornati e con stati d'animo differenti: dalla tristezza per la nostalgia, all'entusiasmo per una nuova speranza.<br />
 <br />
La plancia era caduta in un silenzio irreale, anche i suoni delle console sembravano affievoliti... tutti erano immersi nei loro pernsieri.<br />
Tre secondi dopo Finn si era già scordato il messaggio e faceva un cenno all'attendente che gli portasse una birra... l'altro scosse la testa, Finn provò a gesticolare la forma di un hot dog ma ricevette di nuovo un segno negativo, poi l'attendente gli portò un tè terrestre dal profumo ricco e fruttato. Il primo ufficiale guardò prima l'acqua sporca e poi l'attendente con sguardo di disapprovazione, che fu prontamente ignorato.<br />
 <br />
Finn sospirò.<br />
"Capitano che ne dice di una vacanza?" chiese dopo aver poggiato il tè sul tavolino della sua postazione.<br />
Kenar parve scuotersi dai suoi pensieri e tornare alla realtà.<br />
"Come scusa?" chiese sovrapensiero<br />
"Una vacanza. Sa quelle cose che vengono date agli uomini della Flotta Stellare quando sono stanchi e stressati e sopratutto dopo aver affrontato delle uova supertecnologiche con chiari intenti omicidi?"<br />
"Concordo con il Comandante Finn" commentò l'ufficiale medico ancora sconvolta dalle sue percezioni "E questo messaggio mentale non ha aiutato certamente a calmare l'equipaggio."<br />
 <br />
Kenar sospirò. "Non avete tutti i torti... a qualche suggerimento Numero Uno? Conosce un buon resort in zona?" c'era una punta di acidità nella sua voce... che si aspettava Finn? Un villaggio vacanze attrezzato? Si rese conto che era stato ingiusto e trasformò il tono della sua risposta in una battuta di spirito.<br />
"Oh beh... ci sarà un pianeta abitabile lì fuori con una spiaggia e qualche palma! Jason dai un'occhiata per favore... ehm signor Queen volevo dire..." si corresse quando l'attendente gli fece una smorfia di disapprovazione.<br />
"In effetti i sensori a lungo raggio segnalano un sistema molto simile a quello Bajoriano con due pianeti nella fascia abitabile, ma siamo ancora troppo lontani per avere maggiori informazioni."<br />
Kenar si guardò intorno, tutti i suoi ufficiali avevano uno sguardo speranzoso. Glielo poteva leggere in faccia quello che volevano... Finn addirittura pareva scodinzolare come un golden retriver.<br />
"Va bene! E vacanza sia!" ammise che ne aveva proprio bisogno anche lui. "Andiamo a vedere questo sistema."<br />
 <br />
<br /><b>USS Seatiger, Plancia - Sistema K-H34.V3N<br />
03/09/2398, ore 11:11 - D.S. 75672.51</b><br /><br />
La plancia della USS Seatiger era immersa nella caratteristica penombra che accompagnava i lunghi viaggi tra le stelle. Le luci soffuse delle console creavano riflessi bluastri sui volti concentrati dell'equipaggio, mentre il ronzio sommesso dei sistemi di bordo riempiva il silenzio cosmico.<br />
Il Capitano sedeva nella sua poltrona di comando, le macchie caratteristiche della sua razza trill che si estendevano lungo i lati del volto. I suoi occhi contemplavano il viewscreen principale dove brillava la stella K-H34.V3N, una nana arancione che emanava una luce calda e rassicurante dopo gli eventi precedenti.<br />
<br />
All'Ufficiale Scientifico Capo bastò alzare un sopracciglio per attirare l'attenzione del suo capitano. L'ibrido terrestre-vulcaniano possedeva i tratti affilati del sangue vulcaniano temperati dalla morbidezza umana, e i suoi occhi scuri riflettevano la precisione scientifica mentre operava sui controlli della console con movimenti fluidi e metodici.<br />
<br />
"Rapporto, Signor Queen," disse il Capitano "Cosa ci dicono i sensori sui pianeti di questo sistema?"<br />
<br />
Jason si voltò, assumendo quella postura caratteristica a metà tra il controllo vulcaniano e la naturalezza umana. "Capitano, ho completato una scansione dettagliata del sistema K-H34.V3N. La stella primaria è una nana arancione di classe spettrale K, con massa e luminosità inferiori a quelle di Sol, ma con una longevità stimata di circa dodici miliardi di anni. Il sistema presenta sei corpi planetari di interesse variabile."<br />
<br />
Il Primo Ufficiale Dewey Finn, che stava tentando di sembrare professionale appoggiato alla ringhiera della plancia, quasi sobbalzò a sentire la parola "sei". Nonostante i mesi trascorsi a bordo, gli occhi tradivano ancora quel misto di entusiasmo genuino e terrore per le responsabilità che si era trovato addosso.<br />
<br />
"Sei pianeti?" esclamò, cercando di mantenere un tono professionale ma fallendo miseramente. "Speriamo che non siano tutti del tipo 'morte e distruzione', perché onestamente..." Si fermò, rendendosi conto di quello che stava per dire. "Ehm... voglio dire... procediamo con l'analisi."<br />
<br />
Il Capitano fece un cenno quasi impercettibile all'Ufficiale Scientifico di continuare, ormai abituato alle insicurezze del suo primo ufficiale.<br />
<br />
"H34.V3N-I è un corpo roccioso con una temperatura superficiale media di 800 gradi Celsius. Privo di atmosfera, completamente sterile," continuò l'ibrido metodicamente. "H34.V3N-II presenta caratteristiche opposte: è completamente ghiacciato, avvolto in un'atmosfera composta da gas tossici privi di ossigeno. Entrambi sono decisamente inadatti alla vita."<br />
<br />
L'Ingegnere Capo alzò la voce dalla sua postazione con genuina allegria. "Almeno sul secondo pianeta non dovremmo preoccuparci del sistema di raffreddamento!"<br />
<br />
Dewey annuì con troppo entusiasmo. "Esatto! È come..." Si fermò, cercando un'analogia appropriata. "...come avere un condizionatore che non si può spegnere. Anche se spero davvero che non dovremmo mai andarci, perché sinceramente non so ancora bene come funzionano le procedure di evacuazione d'emergenza."<br />
<br />
L'Ufficiale Scientifico continuò imperturbabile. "H34.V3N-III si trova nella zona abitabile, tuttavia presenta livelli di radiazioni gamma estremamente elevati. È essenzialmente un deserto nucleare. Le letture suggeriscono una devastazione su scala planetaria. Il pianeta è accompagnato da un satellite naturale denominato Hades, caratterizzato da intensa attività vulcanica."<br />
<br />
Dewey si fermò di colpo. "Hades? Davvero? Chi ha dato i nomi a questi posti, qualcuno con seri problemi di ottimismo?"<br />
<br />
Il Consigliere parlò con quella voce calma caratteristica della sua razza el-auriana. "Sento echi di grande sofferenza provenire da quel mondo. Una tragedia che ha lasciato cicatrici profonde."<br />
<br />
L'espressione di Dewey si fece immediatamente seria. "Mi dispiace, non volevo scherzare su una cosa del genere. È che quando sono nervoso tendo a dire stupidaggini... e io sono quasi sempre nervoso."<br />
<br />
Il Capitano si sporse in avanti. "E H34.V3N-IV?"<br />
<br />
Per la prima volta, l'Ufficiale Scientifico mostrò qualcosa che si avvicinava all'interesse. "H34.V3N-IV presenta caratteristiche decisamente più promettenti, Capitano. Atmosfera di azoto-ossigeno compatibile con tutte le specie presenti a bordo. Temperatura superficiale media di 25 gradi Celsius. È dominato da un supercontinente circondato da oceani disseminati di arcipelaghi. Le scansioni preliminari indicano un possibile mondo di Classe M."<br />
<br />
Dewey smise di respirare per un momento, poi iniziò a camminare avanti e indietro con crescente eccitazione.<br />
<br />
"Aspettate!" Si fermò al centro della plancia. "K-H34.V3N... se sostituiamo i numeri con le lettere... K... Heaven!" La sua faccia si illuminò. "Il sistema si chiama letteralmente 'Heaven'! Dopo tutti i guai che abbiamo passato, è come se l'universo ci stesse finalmente facendo un favore!"<br />
<br />
Il Capo Sicurezza alzò gli occhi dalla console tattica con espressione professionale. "Primo Ufficiale, le coincidenze non fermano i phaser nemici. Dovremmo mantenere i protocolli standard."<br />
<br />
Dewey si voltò verso di lei con un sorriso imbarazzato. "Ha ragione, naturalmente. È solo che... beh, sono ancora in fase di apprendimento su tutto questo. Se qualcuno ci attacca, al massimo posso provare a confonderli."<br />
<br />
L'Ufficiale Medico betazoide sorrise con calore genuino. "Dal punto di vista medico, un ambiente di Classe M sarebbe ideale per l'equipaggio. Il morale generale migliorerebbe notevolmente."<br />
<br />
Il Capitano si alzò dalla poltrona e si avvicinò allo schermo principale. "Ufficiale Scientifico, voglio scansioni più approfondite di H34.V3N-IV. Forme di vita, risorse, composizione atmosferica dettagliata, e qualsiasi anomalia. In questo universo non possiamo permetterci sorprese."<br />
<br />
L'ibrido tornò alla sua console con concentrazione assoluta. Dopo alcuni minuti si voltò verso il comandante. "Scansioni completate, Capitano. Confermo presenza di estese forme di vita vegetale e animale. Alcune tribù umanoidi ma nessun segno di tecnologia avanzata. Riserve idriche abbondanti, depositi minerali diversificati. Il pianeta presenta un ecosistema stabile e prospero."<br />
<br />
Dewey battè le mani con entusiasmo. "Perfetto! Un paradiso in un sistema chiamato 'Heaven'! Se questo non è il destino che ci dice di rilassarci, non so cosa sia!"<br />
<br />
Anche l'Ufficiale Scientifico sembrò colpito dalla coincidenza. "Dal punto di vista statistico, il 'destino' rimane scientificamente indimostrabile, tuttavia la probabilità di tale coincidenza è... notevole."<br />
<br />
Il Capitano parve rilassarsi. "Molto bene. Timoniere, rotta per Heaven-IV. Atterri sull'isola disabitata più lontana dal supercontinente. Capo Sicurezza, scudi alzati per precauzione."<br />
<br />
"Rotta tracciata, Capitano. Pronti per l'ingaggio."<br />
<br />
Dewey si avvicinò al Capitano, abbassando la voce. "Sa, Capitano, so di non essere esattamente il primo ufficiale che si aspettava. Il mio background è... diciamo non convenzionale." Si grattò nervosamente la nuca. "Ma dopo mesi in questo universo pazzo, forse un po' di paradiso è quello che ci serve. E prometto di fare del mio meglio per non combinare disastri!"<br />
<br />
Il Capitano posò una mano sulla spalla di Dewey. "Comandante Finn, l'esperienza si acquisisce. Il coraggio e l'onestà che dimostra sono qualità preziose."<br />
<br />
Il Consigliere chiuse gli occhi, estendendo i suoi sensi. "Capitano, percepisco un cambiamento nell'equipaggio. Sento vera speranza per la prima volta da mesi."<br />
<br />
Dewey arrossì. "Beh, cerco sempre di mantenere alto il morale. È una delle poche cose di cui sono sicuro!"<br />
<br />
Con un gesto deciso, il Capitano impartì l'ordine finale. "Allora procediamo. Timoniere, ingaggio. Impulso un quarto."<br />
<br />
"Ricevuto!" rispose Dewey con entusiasmo, poi si corresse: "Ehm... ordine ricevuto, Capitano."<br />
<br />
Le stelle sullo schermo iniziarono a muoversi mentre la USS Seatiger si dirigeva verso quello che speravano fosse finalmente un rifugio sicuro. Nel silenzio della plancia, tutti si persero nei propri pensieri, cullati dal ronzio dei motori che li portava verso una speranza chiamata Heaven.<br />
<br />
Dewey, nel tentativo di sembrare professionale, sussurrò: "Sa che se questo posto è davvero un paradiso, potrebbe essere il primo posto in questo universo dove non rischiamo la vita ogni cinque minuti?"<br />
<br />
Il Capitano sorrise leggermente.<br />
<br />
<br /><b>USS Seatiger, Plancia<br />
Heaven IV - Seatiger Island<br />
03/09/2398, ore 15:22 - D.S. 75672.98</b><br /><br />
Dewey si sgranchì le braccia mentre un senso di calma inaspettato lo avvolgeva. L'atterraggio sulla "Seatiger Island", come la chiamava lui, era stato impeccabile, una testimonianza delle capacità della nave e dell'equipaggio. Il sole arancione di Heaven IV proiettava una luce calda e ambrata che dipingeva l'isola con sfumature dorate e rossastre. Un'atmosfera serena, molto diversa da tutto ciò che avevano affrontato fino a quel momento.<br />
<br />
"Capitano," disse con un'espressione quasi reverente. "Non c'è niente di radioattivo. Niente di ostile. Non sento il bisogno di fare esplodere niente. Credo... credo di aver bisogno di un bagno." Kenar sorrise, divertito. "Procedura standard, Comandante. L'ufficiale medico e la sicurezza vi accompagneranno. Non allontanatevi troppo e mantenete il contatto. La scansione non ha rilevato pericoli, ma la prudenza non è mai troppa." Dewey annuì con entusiasmo. "Certamente, Capitano. E... posso levarmi la divisa?" chiese con uno sguardo di speranza.<br />
<br />
L'ufficiale medico, la cui espressione tradiva un desiderio di pace e tranquillità, scese dalla rampa insieme a Dewey, seguito da due ufficiali della sicurezza, le loro espressioni sempre professionali. L'aria era tiepida e umida, profumata di una vegetazione che ricordava quella delle foreste tropicali terrestri. Il suono delle onde che si infrangevano dolcemente sulla riva creava una melodia rilassante, molto diversa dai ronzii delle console della plancia.<br />
<br />
La spiaggia era una distesa di sabbia bianca, che si estendeva per chilometri, e l'oceano scintillava sotto la luce ambrata del sole. I due ufficiali della sicurezza si posizionarono a distanza, monitorando l'ambiente circostante, mentre l'ufficiale medico si tolse gli stivali e si sedette sulla sabbia, chiudendo gli occhi e inspirando profondamente. Dewey, dopo un attimo di esitazione, imitò il gesto, levandosi la divisa e correndo verso l'acqua in mutande.<br />
<br />
Il contatto con l'acqua tiepida fu una sensazione quasi surreale dopo tutti i mesi passati nello spazio. Dewey si tuffò, liberandosi da ogni tensione e preoccupazione, nuotando con movimenti fluidi e spensierati. Quando riemerse, era come un'altra persona. Sorrise, asciugandosi gli occhi con la mano. "Anna toglimi una curiosità... qual è esattamente la procedura standard?" esclamò rivolto verso la spiaggia.<br />
<br />
"Le nostre procedure richiedono che vengano effettuate delle analisi sull'acqua e l'ambiente per accertarne la salubrità." L'ufficiale si avvicinò a Finn, brandendo un tricorder e iniziando le scansioni controllando anche il corpo del Primo Ufficiale commentando sottovoce con dei "Mmmh... aih aih... non ci voleva"<br />
<br />
"Tenente! Che succede?!" esclamò Finn spaventato<br />
<br />
<br /><b>USS Seatiger, Infermeria<br />
Heaven IV - Seatiger Island<br />
03/09/2398, ore 17:48 - D.S. 75673.26</b><br /><br />
Dopo un rinfrescante bagno, Dewey si ritrovò in infermeria, dove l'ufficiale medico stava terminando una serie di test di routine.<br />
<br />
"Allora, dottore? Sono ancora vivo?" chiese Dewey, un po' preoccupato.<br />
<br />
"La sua salute è nella norma, Comandante. Direi quasi perfetta, nonostante il suo stile di vita. Non capisco ancora come faccia a non avere problemi di fegato, ma..." disse il dottore prima di fermarsi. Non ce la faceva proprio a resistere alla tentazione di stuzzicare il primo ufficiale.<br />
<br />
Finn aveva le pupille dilatate, già sentiva batteri mangiacarne e radiazioni mortali percorrere il suo corpo.<br />
<br />
"Comunque le analisi non hanno rilevato anomalie. Il DNA dei microrganismi presenti nell'aria e nell'acqua non è in alcun modo dannoso. Direi che questo pianeta è quasi un paradiso."<br />
<br />
Dewey sorrise come se le paura di poc'anzi non esistesse più. "Visto? Io ve l'avevo detto che dovevamo venire qui!"<br />
<br />
"La prossima volta prima di buttarsi in acqua mi faccia analizzare l'ambiente!"<br />
<br />
"Ecco cos'era la procedura standard..." commentò Finn battendo il pugno sul palmo dell'altra mano.<br />
</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Comandante Dewey Finn</author>
            <pubDate>Sat, 16 Aug 2025 08:00:00 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-03 L'isola delle rivelazioni</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=3</link>
            <description><![CDATA[Autore: Tenente Anna Maria Calvi<br /><br /><JUSTIFY><br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island<br />
06/09/2398 - ore 16.45 - D.S. 75681.36</b><br /><br />
Da quando erano sbarcati su quella grande isola rigogliosa e isolata dal resto dei continenti del pianeta, la vita per gli uomini e le donne della Seatiger scorreva tranquilla e serena rispetto ai loro standard abituali, tanto che quasi non ci potevano credere. Erano state effettuate solamente delle riparazioni che Carelli aveva detto inderogabili per la sicurezza della nave, poi anche gli uomini della sua sezione avevano obbedito agli ordini di Kenar, di prendersi alcuni giorni di assoluto riposo. Tutti dovevano metabolizzare gli eventi appena passati, alcuni dovevano ancora riprendersi del tutto dalle ferite subite nell'attacco degli Ovoidi, e affrontare quello che le visioni trasmesse dagli Ovoidi amici avevano inviato loro.<br />
<br />
Finn, nel ruolo di capo animatore, aveva organizzato in breve qualsiasi tipo di divertimento che una spiaggia e un mare splendido potevano offrire, anche se tanti avevano optato per la classica vita da spiaggia, prendendo il sole in piccole cale appartate e facendo lunghe nuotate rigeneranti.<br />
<br />
Anna Calvi era tra questi. Dato la sua pelle eburnea aveva trovato una zona d'ombra sulla quale sdraiarsi e riposarsi, ascoltando la sua musica preferita, leggendo e facendo lunghe chiacchierate con Anena. Erano sempre stati molto uniti, ma dopo che il Consigliere l'aveva vista entrare quasi esanime nel magazzino di carico, trascinando Droxine, più morta che viva, lui non si era quasi mai staccato da lei. Sulla nave passava ogni momento libero con lei e adesso che erano in vacanza, era sempre al suo fianco. Avevano anche discusso tra loro su quella strana comunicazione telepatica che tutto l'equipaggio aveva ricevuto, recepita da ognuno con sentimenti diversi, ma tutti con la netta sensazione che la via per portarli a casa c'era, ma sarebbe stata foriera di altre perdite e di altro dolore.<br />
<br />
Anna non sapeva se era pronta a sopportare altri lutti, forse anche la sua stessa morte, solo per tornare a casa. Certamente le mancava la sua famiglia, ma sulla Seatiger ne aveva trovata un'altra che non era disposta a sacrificare. Tutto sommato perchè non continuare la loro vita in questo universo? Avrebbero potuto trovare una zona tranquilla, lontana dall'Impero rettiliano e creare una nuova Federazione lì, diffondendo il messaggio di pace e collaborazione tra i popoli, proprio della Federazione nel cui nome stavano operando. <br />
<br />
Era così persa nei suoi pensieri che non sentì arrivare Finn, con la sua consueta giovialità.<br />
<br />
S'inginocchiò con malagrazia sul telo dove Anena stava sonnecchiando, facendogli venire un mezzo infarto.<br />
<br />
"Allora piccioncini, so che volete starvene in disparte, ma stasera alla mia spiaggia ho organizzato una festa con falò e tanto cibo, e soprattutto bere. Quindi guai a voi se non dovessi vedervi. Alle 20.00. Puntuali." disse e se ne andò senza aspettare una risposta, dirigendosi verso l'estremità opposta della cala, dove Queen stava meditando.<br />
<br />
I due si guardarono e poi cominciarono a ridere, pensando all'espressione usata dal Numero Uno<br />
<br />
"A quanto pare stasera abbiamo un'impegno piccioncino!" disse Anna<br />
<br />
"Inderogabile a quanto pare." rispose Anena stiracchiando le lunghe braccia e mettendosi in piedi "Vado a fare una nuotata, vieni anche tu?" le chiese guardandola con uno sguardo nuovo. Davvero davano l'impressione di essere una coppia?<br />
<br />
"No, grazie. dovrei rimettermi la protezione solare e non ne ho voglia."<br />
<br />
"Ok, a dopo." e Anna lo guardò dirigersi al mare con la sua grazia innata, il corpo magro e flessuoso. Sicuramente non era una bellezza classica, così diverso dai ragazzi che di solito l'attraevano.<br />
<br />
Queen per esempio era il classico esempio di maschio che attirava la sua attenzione, forte, muscoloso e con lineamenti perfetti, ma guardandolo Anna non provò nessun tipo d'attrazione. Al contrario, guardando Anena sentiva come uno strana sensazione allo stomaco, come se avesse delle farf...Oddio che le succedeva? Si era innamorata del suo amico?<br />
<br />
Doveva parlarne con qualcuno, di solito si sarebbe rivolta a lui, ma adesso non era il caso!<br />
<br />
Droxine o Sheva sarebbero state sicuramente più d'aiuto. Si alzò, lasciò un messaggio ad Anena che tornava all'accampamento per prepararsi per la serata e che si sarebbero visti al falò e andò a cercare le sue amiche.<br />
</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Tenente Anna Maria Calvi</author>
            <pubDate>Thu, 21 Aug 2025 08:00:00 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-04 E poi qualcuno urlò...</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=4</link>
            <description><![CDATA[Autore: Tenente Althea Sheva<br /><br /><JUSTIFY><br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island<br />
06/09/2398 - ore 17.32 - D.S. 75681.45</b><br /><br />
Dewey Finn si stava godendo ogni attimo di quel paradiso, un'oasi di pace inaspettata dopo anni trascorsi a fuggire da una minaccia all'altra. Finalmente libero dal ronzio costante dei motori a impulso e dal peso delle sue responsabilità, poteva sentire il ritmo lento e rilassante delle onde che s'infrangevano sulla spiaggia. Le sue dita affondavano nella sabbia bianca e calda, un piacevole contrasto con il metallo freddo della plancia. Sopra di lui, il sole arancione di Heaven IV bagnava il paesaggio di una luce calda e ambrata, facendogli quasi dimenticare di essere a milioni di anni luce dalla sua vera casa. <br />
<br />
Il Comandante aveva scavato una buca nella sabbia, modellandola con cura con le mani e i piedi fino a farla diventare una vera e propria "poltrona da spiaggia". Seduto lì, si godeva il momento. Sorseggiava una bevanda dal sapore effervescente e fruttato, che gli ricordava un po' una soda gassata della Terra. Le onde si infrangevano sulla riva con un ritmo lento e costante, cullandolo in un'atmosfera di pace. Il suono era accompagnato dal fruscio leggero delle foglie di palma, una melodia rassicurante che sembrava escludere ogni altro rumore.<br />
<br />
Era il momento perfetto. <br />
Nessuna minaccia aliena. <br />
Nessun allarme che suonasse. <br />
<br />
Una tranquillità così profonda che aveva quasi un sapore tangibile. Non era la calma tesa e finta che si trovava negli intervalli tra un problema e l'altro, ma una vera sensazione di sicurezza che si infiltrava in ogni cellula del suo corpo.<br />
<br />
Dewey si lasciò andare, la schiena affondata nella sabbia calda. Chiuse gli occhi e si concentrò solo su quel momento, assorbendo la pace. Nella sua mente, costruiva un futuro, un sogno che osava a malapena sperare. Forse un giorno avrebbero potuto stabilirsi lì, in un mondo che li avrebbe accolti senza chiedere nulla in cambio, un luogo dove la vita era semplice, senza minacce aliene o fughe disperate.<br />
<br />
Poi, un suono improvviso, acuto e penetrante, ruppe il silenzio. Non era un allarme della nave, ma un fischio assordante che sembrava provenire dall'interno della sua testa. <br />
<br />
L'aria divenne gelida, un freddo che non era solo fisico, ma che gli strinse la gola e i polmoni. La sabbia calda che aveva avvolto le sue mani svanì, sostituita da un freddo e inospettabile pavimento di legno sotto il suo corpo. Dewey aprì gli occhi e il paradiso era svanito. Non c'era più la spiaggia, né l'oceano, ma si trovava su un palco, illuminato da un fascio di luce accecante. L'odore del mare era svanito, sostituito da un'aria pesante e viziata. Di fronte a lui, un mare di facce in ombra lo fissava, e il silenzio fu rotto da un coro di fischi e di risate. Una voce interiore, tagliente e spietata, si fece strada nella sua mente. <br />
<br />
<i>*Non sei abbastanza bravo...*</i><br />
<i>*Non sei abbastanza intelligente...*</i><br />
<i>*Non sei abbastanza...* </i><br />
<i>*...non sarai mai abbastanza.*</i><br />
<br />
Il palcoscenico si trasformò, e i volti anonimi della folla si fecero più chiari, emergendo dall'ombra come immagini nitide. Non erano sconosciuti, ma volti che Dewey conosceva fin troppo bene. <br />
<br />
Sulle prime, Dewey vide solo il volto del Capitano Kenar, l'espressione sul suo viso delusa, quasi addolorata, che gli si stringeva allo stomaco. La disapprovazione profonda nei suoi occhi non era solo per un errore, ma per un fallimento personale.<br />
<br />
Anena era in piedi accanto al Capitano, una figura silenziosa e rassicurante che sembrava assorbire il peso delle loro preoccupazioni. Sul viso del consigliere c'era un'espressione di profonda tristezza, come se avesse già percepito la fine amara della loro avventura. Scuoteva la testa lentamente, quasi impercettibilmente, con gli occhi che esprimevano una rassegnazione infinita. Percepiva il fallimento di Dewey, non come un singolo errore, ma come un destino inevitabile. Come se avesse già saputo che tutto sarebbe andato a finire male, che Dewey aveva fallito prima ancora di iniziare, e che tutti i suoi sforzi non sarebbero stati sufficienti.<br />
<br />
A poca distanza dal Capitano Kenar, si trovava la dottoressa Althea Sheva, il suo volto betazoide velato da un'espressione di profonda compassione. Non c'era giudizio nei suoi occhi, ma una tristezza che trafiggeva Dewey. Era una compassione così intensa da far male, come se stesse leggendo ogni fallimento impresso nella sua mente e stesse sentendo lei stessa il dolore della sua inadeguatezza.<br />
<br />
Poi la visione si espanse, e non erano più solo il Capitano, la dottoressa Sheva e il consigliere Anena. I loro volti si moltiplicarono, formando una giuria silenziosa. C'era l'Ingegnere Capo Droxine Carelli, i suoi occhi che lo scrutavano come se fosse un pezzo di macchinario rotto e inutile. C'era il Capo della Sicurezza Anna Maria Calvi, che lo guardava con il freddo disprezzo di un soldato per un codardo. Tutti lo fissavano, le loro espressioni un misto di disprezzo e pietà.<br />
<br />
L'aria si fece gelida, un freddo che gli penetrava fin nelle ossa. Un'angoscia profonda lo avvolse, soffocandolo. Si rese conto che non era più su un palco, ma in un'aula di tribunale, e il suo cuore si strinse. Il giudice e la giuria non erano degli estranei, ma le persone che lo avevano sostenuto e protetto. I suoi amici.<br />
<br />
La figura del Capitano Kenar, con l'espressione di delusione che gli solcava il viso, avanzò al centro dell'aula di tribunale.<br />
<br />
"Comandante Finn" disse Kenar con una voce che risuonava profonda e piena di rimpianto "Lei è accusato di negligenza, di non aver saputo proteggere l'equipaggio, ma soprattutto di non aver mai posseduto le qualità richieste per il suo incarico. Era il mio Primo Ufficiale, il mio 'Numero Uno'. Mi sono fidato di lei, e lei mi ha tradito."<br />
<br />
Dewey sentì le lacrime agli occhi "Ma Capitano..." sussurrò, con la voce rotta dall'emozione. "Ho sempre fatto del mio meglio!"<br />
<br />
Kenar si limitò a scuotere la testa "Il meglio non è mai abbastanza, Comandante. Non in un universo come questo. Lei non era pronto per questo ruolo. Non lo è mai stato."<br />
<br />
Al suo fianco, la dottoressa Sheva si avvicinò e lo guardò con un misto di tristezza e compassione "Dewey" mormorò "la sua mente è un'angoscia costante. È una ferita aperta che non si rimarginerà mai. Non è una speranza, ma una prigione. E ora... è il momento di affrontare le conseguenze delle sue scelte"<br />
<br />
La visione si intensificò e la folla si fece più vicina, un mare di visi accusatori che lo stringevano da ogni lato. Dewey si sentì circondato da un'angoscia profonda, un peso che lo schiacciava e gli toglieva il respiro. Sentì la sua mente sul punto di crollare, di frantumarsi sotto il peso di tutta quella delusione.<br />
<br />
Alla fine, fece l'unica cosa che gli venne in mente, l'unica che aveva un senso per lui in quel momento: urlò. Urlò con tutta la forza che aveva in corpo, un grido che non era di rabbia, ma di dolore e disperazione.<br />
<br />
All'improvviso, il freddo pavimento di legno svanì e il calore della sabbia tornò a riempirgli le dita. L'odore acre e viziato si dissolse, sostituito dall'aria salmastra e dal profumo della vegetazione aliena. Il fischio assordante cessò. Dewey aprì gli occhi e, con un respiro profondo e tremante, si ritrovò di nuovo lì, su quella spiaggia, ad osservare le onde che si infrangevano sulla riva.<br />
<br />
Era salvo. <br />
Per ora.<br />
<br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island, Laguna isolata<br />
Contemporaneamente</b><br /><br />
Althea Sheva si era allontanata dal gruppo, preferendo la solitudine di una piccola laguna protetta dalle fronde giganti di palme aliene che formavano una sorta di anfiteatro naturale. Lì, il fragore lontano delle onde si smorzava in un sussurro appena percepibile, un sottofondo discreto che non disturbava la sua ricerca di tranquillità. <br />
<br />
Da Betazoide, la sua mente era un ricettore finemente sintonizzato sulle emozioni degli altri, un canale costantemente aperto che assorbiva le ansie, le speranze e le tensioni dell'equipaggio. Quella connessione, di solito fonte di forza, in quel momento era un peso. Aveva disperatamente bisogno di silenzio, non solo acustico, ma mentale. <br />
<br />
L'aria era tiepida e densa, carica del profumo inebriante e dolce della vegetazione aliena, una fragranza che si mescolava al sentore salmastro dell'oceano. L'acqua della laguna era incredibilmente limpida e calma, una superficie specchiata che rifletteva le nuvole arancioni e rosa che si muovevano lente nel cielo.<br />
<br />
Si sedette sulla sabbia soffice, lasciandosi cadere in un modo che non faceva da mesi, come se ogni muscolo del suo corpo avesse deciso di sciogliersi all'unisono. Chiuse gli occhi, concentrandosi sul nulla, un vuoto mentale che solo lei, con la sua abilità telepatica, riusciva a raggiungere.<br />
<br />
In quell'istante, si liberò del carico emotivo dell'equipaggio. Non c'era l'ansia del Capitano, l'insicurezza di Finn, il dolore di Anna. C'era solo un'oasi di pace che non provava da mesi, un'oasi che le permetteva di respirare senza la costante pressione di dover "sentire" le emozioni degli altri. Il suo volto, di solito teso, si rilassò, e un sorriso le affiorò sulle labbra, genuino e radioso.<br />
<br />
Per un istante, si sentì completamente sola, ma in un modo positivo, senza il peso delle aspettative e delle paure degli altri. Era la sua solitudine, una solitudine scelta, non imposta, che le permetteva di essere se stessa senza essere un "ricettore" costantemente attivo.<br />
<br />
Il momento di pace di Althea, tuttavia, svanì in un istante, squarciato da un'ondata di emozioni così intense e caotiche da farla tremare. Non era il rumore mentale familiare del suo equipaggio, ma una cacofonia assordante che la spaventava. Si alzò in piedi di scatto, con gli occhi spalancati, e l'ambiente intorno a lei si dissolse. Il calore del sole svanì, e l'aria si fece gelida, un freddo che le penetrava fin nelle ossa. <br />
<br />
La spiaggia, la laguna, il profumo dolce della vegetazione: tutto scomparve, sostituito dal familiare odore di metallo e ozono della nave. Si ritrovò in una plancia della USS Seatiger completamente vuota, illuminata solo dalle flebili luci delle console. Il silenzio era rotto solo da un ronzio sommesso, un suono che non le dava pace ma che le faceva venire la pelle d'oca. Cercò i suoi compagni, ma non c'era nessuno. La sua mente, un tempo una rete inestricabile di connessioni empatiche, era ora una tela strappata. Tentò di raggiungere Kenar con la sua mente, ma non riuscì a percepire nulla. La sua empatia, la sua unica forza, non funzionava. Era cieca, sorda e muta, persa in un vuoto che la faceva tremare.<br />
<br />
In preda al panico, si guardò intorno, i suoi occhi che si muovevano freneticamente da una parte all'altra. I monitor erano spenti, le console erano silenziose. Era completamente sola. Un dolore acuto e profondo la colpì, una sensazione di totale isolamento che la faceva tremare. Era un dolore che non aveva mai provato prima, una solitudine così intensa che le sembrava di cadere in un vuoto senza fine.<br />
<br />
Poi, le facce dei suoi compagni apparvero sui monitor, uno dopo l'altro. <br />
<br />
Erano i volti di Kenar, di Finn, di Droxine, di Anna e di Anena. Ma erano solo immagini statiche. Erano immobili, privi di vita e di emozione, i loro occhi come vetri rotti. La loro presenza non era una consolazione, ma un'angoscia ancora più profonda.<br />
<br />
Fu solo allora che un'idea si creò nella mente di Althea: non erano solo le sue capacità di sentire che erano andate perdute, ma la sua stessa essenza, la sua identità di Betazoide che era sempre stata definita dall'empatia. Senza quella connessione, l'universo intorno a lei era diventato un guscio vuoto, privo di senso, un'ombra pallida e fredda della realtà.<br />
<br />
Lei era solo un guscio vuoto, senza nessun spessore.<br />
<br />
L'angoscia di Althea crebbe, stroncando sul nascere qualsiasi barlume di speranza. La plancia che un tempo risuonava della vita dell'equipaggio, ora era un mausoleo. Le sue mani, che di solito si muovevano con la grazia di una danzatrice, ora erano rigide, come se il freddo avesse raggiunto anche i suoi muscoli. <br />
<br />
Fece alcuni passi, sperando di sentire l'emozione di Droxine, il conforto di Anena. Nulla. Era un fantasma in un'eco di ciò che era stato. L'unica cosa che percepiva era un dolore così profondo che le si stringeva allo stomaco.<br />
<br />
Le dita di Althea si mossero lentamente verso i monitor spenti, come se potessero risvegliare l'equipaggio con un tocco. Toccò lo schermo che mostrava il volto di Finn, un ragazzo ottimista con il cuore pieno di speranza. Ma il volto sul monitor era solo un guscio vuoto, privo di vita. Il suo sorriso era una maschera di cera.<br />
<br />
Poi, toccò lo schermo che mostrava il Capitano Kenar, un uomo che portava il peso di tutto l'equipaggio sulle sue spalle. Ma ache il suo volto era solo un riflesso spento, la sua espressione congelata per sempre.<br />
<br />
Fu in quel momento, in un lampo accecante di orrore, che la realizzazione la colpì. <br />
<br />
Le sue capacità non erano scomparse. Stavano funzionando perfettamente. La sua mente non era isolata.. era il contrario. Stava percependo la verità, un'angoscia così profonda da non poterla accettare. <br />
<br />
I suoi compagni non erano fantasmi. Erano morti. <br />
<br />
E lei... lei era rimasta sola, l'ultima sopravvissuta di un massacro silenzioso di cui non ricordava nulla ma poteva constatarne il risultato. <br />
<br />
La consapevolezza la colpì con la forza di un'onda anomala, un orrore così profondo da farla vacillare. Era sola. In quell'universo immenso e sconosciuto, era l'unica sopravvissuta, destinata a vagare da sola fino alla morte. Un brivido gelido le percorse la schiena, e la sua mente, incapace di sopportare un peso così grande, minacciò di frantumarsi.<br />
<br />
Poi, un suono familiare e inaspettato trafisse quel silenzio mortale: un urlo disperato, che Althea riconobbe immediatamente. Non era un suono privo di emozioni, ma un'esplosione di panico e dolore. Era l'urlo di Finn.<br />
<br />
Quel suono la risvegliò. L'incubo svanì, e il mondo tornò a essere quello di prima. Si ritrovò sulla spiaggia, il calore del sole sulla pelle e l'odore salmastro del mare. Si sentì invasa da un'ondata di sollievo così grande che le fece mancare il fiato.<br />
<br />
L'urlo di Finn si ripeté, e Althea lo sentì. Non lo percepì solo con le orecchie, ma con ogni fibra del suo essere. Non era un fantasma, non era un'eco di un passato perduto. <br />
<br />
Era reale. <br />
<br />
E il suo cuore, che poco prima era un guscio vuoto, tornò a battere, pieno di speranza. Si lanciò di corsa, spingendosi con le gambe, verso la direzione del suono. Aveva un solo pensiero in mente: trovare Finn.<br />
<br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island, Insenatura rocciosa<br />
Contemporaneamente</b><br /><br />
Anna Calvi si era allontanata dall'accampamento per trovare un momento di pace e solitudine. Aveva bisogno di riflettere sulle sue emozioni turbolente, un groviglio di sentimenti che non riusciva a districare. Il suo cammino l'aveva portata a un'insenatura rocciosa, dove le onde si infrangevano con un rumore dolce e ritmato, una melodia rassicurante che la faceva sentire a casa, lontana dalle preoccupazioni della nave.<br />
<br />
Si era seduta su una roccia liscia, godendosi il momento. Il vento le scompigliava i capelli e l'odore del mare le riempiva le narici, un profumo salmastro e fresco che le dava un senso di calma e di sicurezza. L'aria era tiepida e il sole le scaldava la pelle, un'oasi di pace in un universo che le sembrava sempre più ostile.<br />
<br />
Era il momento perfetto per riflettere, per dare un nome ai sentimenti che provava per Anena. Non era solo amicizia, ma qualcosa di più profondo, qualcosa che la spaventava e l'affascinava allo stesso tempo. Si rese conto, con un brivido, che le sue paure erano come fantasmi: la paura di non essere abbastanza, la paura di fallire e, soprattutto, la paura di perdere le persone che amava.<br />
<br />
Era sicura di una cosa sola: non avrebbe lasciato che qualcosa o qualcuno le portasse via la sua nuova famiglia. Non dopo aver quasi perso Droxine e Anena. La loro fuga e la loro sopravvivenza le avevano dato un senso di appartenenza che non aveva mai provato prima, e quel legame era diventato la sua ancora di salvezza in quell'universo immenso e sconosciuto.<br />
<br />
Improvvisamente, un vento gelido la investì, portando con sé un odore di polvere e sangue che le fece venire la pelle d'oca. Quel profumo dolce e salmastro del mare svanì, sostituito da un fetore metallico e nauseabondo. Il rumore ritmato delle onde si trasformò in un silenzio assordante, rotto solo da un ronzio sommesso e inquietante.<br />
<br />
La luce calda e arancione che le scaldava la pelle svanì, sostituita da una luce fioca e grigia, un'illuminazione morente che faceva sembrare tutto più freddo e vuoto. La roccia liscia su cui era seduta si trasformò in un pavimento di acciaio freddo e scivoloso. Si guardò intorno e capì con un brivido agghiacciante: non era più su una spiaggia, ma in un corridoio della USS Seatiger, devastato da un attacco.<br />
<br />
Un gemito strozzato le sfuggì dalle labbra. Anna barcollò in avanti, le gambe pesanti come piombo, il rumore dei suoi passi che echeggiava in quel silenzio di tomba. Qualcosa inciampò sotto i suoi piedi. Abbassò lo sguardo e vide il corpo senza vita di un sottufficiale della sicurezza, un ragazzo che aveva scherzato con lei solo poche ore prima. La sua uniforme era lacerata, il volto contorto in un'espressione di puro terrore.<br />
<br />
L'orrore le si strinse alla gola, ma l'istinto la spinse avanti. Lì, in fondo al corridoio, vide le figure di Droxine e Anena. Il consigliere era schiacciato contro la parete, il volto pallido, gli occhi spalancati per un terrore così intenso da squarciargli l'anima. <br />
<br />
"Anna!" urlò, la sua voce strozzata "Aiutaci!" <br />
<br />
Droxine era a terra, a poca distanza, immobile, e l'unica cosa che si muoveva era una figura scura, una presenza invisibile che minacciava i due. Anna tirò fuori il phaser, ma le sue mani tremavano, la sua forza era svanita. Si sentiva impotente, un'ombra di ciò che era stata. <br />
<br />
"Non lasciarci!" la voce di Anena si fece più debole. <br />
<br />
La figura invisibile si fece più vicina, e Anna si sentì come una statua, incapace di muoversi. <br />
<br />
"Perché non ci hai protetto?" la voce di Droxine, che aveva una nota di rimprovero, le perforò l'anima. <br />
<br />
Le parole erano come un veleno, che le si spargeva nelle vene, facendola sentire colpevole di un crimine che non aveva commesso. La figura invisibile sollevò la sua mano scura, che era come un'ombra, e la sua mano si posò sul collo di Anena, e il consigliere ansimò. Il suo volto, un tempo pieno di vita e di gentilezza, si fece pallido e spento, un'espressione di orrore che lo sfigurava. I suoi occhi, che di solito erano uno specchio di compassione, ora erano vuoti, come se il suo spirito fosse stato rubato, lasciando dietro di sé solo un guscio vuoto.<br />
<br />
"Anna!" l'ultima parola di Anena fu un sussurro. "Ti prego... ti prego, salvaci!" <br />
<br />
La sua voce, un tempo così piena di vita, si affievolì fino a diventare un sussurro, un suono quasi impercettibile che si perse nel silenzio mortale del corridoio. L'ultima cosa che Anna vide fu il suo volto che si trasformava, le linee morbide che si indurivano in una maschera di orrore, i suoi occhi che si spalancavano e poi, in un istante, si spegnevano, come se la sua anima fosse stata strappata via, lasciando dietro di sé solo un guscio vuoto e senza vita.<br />
<br />
"È colpa tua, Anna," le parole di Droxine erano un'eco che risuonava nella sua mente "Sei stata una codarda. La tua paura ci ha uccisi." <br />
<br />
La figura invisibile si rivolse a Droxine, e il suo volto divenne una maschera di orrore, e i suoi occhi si spalancarono, e poi... il buio.<br />
<br />
Anna si ritrovò di nuovo in quel corridoio ma da sola. Il silenzio del luogo era rotto solo da un ronzio sommesso e inquietante. Il terrore si fece strada nel suo cuore. <br />
<br />
Il corridoio era deserto, e l'unica cosa che si sentiva era il ronzio sommesso dell'aria condizionata. L'atmosfera era fredda, un freddo che le penetrava fin nelle ossa. Si guardò intorno, e vide che le figure invisibili erano sparite, ma che sul pavimento c'erano due corpi, senza vita, uno accanto all'altro.<br />
<br />
Anna si avvicinò, il cuore che le batteva forte nel petto. <br />
<br />
Il volto di Droxine era pallido, la sua espressione contorta dal dolore e dall'orrore. L'altro corpo era quello di Anena. Il suo volto era sereno, quasi in pace, ma i suoi occhi erano spenti, come se il suo spirito fosse stato rubato. Anna si inginocchiò accanto a lui, e sentì un dolore così profondo che le si strinse lo stomaco. La sua più grande paura si era avverata. <br />
<br />
Aveva fallito.<br />
<br />
Era sola, con i corpi dei suoi amici, e la sua coscienza che la tormentava, un incubo che non sarebbe mai andato via. Poi, un suono familiare e inaspettato trafisse quel silenzio di tomba: un urlo disperato, che Anna riconobbe immediatamente. Non era un suono privo di emozioni, ma un'esplosione di panico e dolore. Era l'urlo di Finn.<br />
<br />
Quel suono la risvegliò. L'incubo svanì, e il mondo tornò a essere quello di prima. Chiuse gli occhi per un attimo poi tirò un sospiro di sollievo. Non aveva idea di cosa fosse successo ma era probabile che altri avessero avuto la stessa esperienza, quindi si voltò e si diresse nella direzione del rumore. <br />
<br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island, Promontorio roccioso a picco sul mare<br />
Contemporaneamente</b><br /><br />
Jason Queen si era inerpicato su un promontorio roccioso che dominava la costa, un luogo perfetto per posizionare i suoi sensori e raccogliere campioni geologici del pianeta. Voleva analizzare la composizione del terreno, la sua storia, ma soprattutto, aveva bisogno di un momento di isolamento logico. Seduto su una sporgenza levigata dal vento, sentiva la brezza marina che gli scompigliava i capelli e l'aria fresca e salmastra che gli riempiva i polmoni. Sotto di lui, le onde si infrangevano con un ritmo calmo e prevedibile, un suono rassicurante che la sua mente analitica apprezzava. Per un attimo, si sentì completamente in pace, immerso nell'ordine del mondo naturale, lontano dalle variabili imprevedibili della nave.<br />
<br />
Questa non era solo una semplice calma, ma la pace dell'ordine. Era la sensazione di essere un piccolo ingranaggio in un meccanismo cosmico perfetto. La sua mente, che di solito era un motore costantemente acceso, si placò. Poteva quasi percepire le leggi della fisica in azione, il calcolo della gravità che teneva il promontorio ancorato al pianeta, la formula del vento che gli scompigliava i capelli. Per un istante, si sentì in perfetta sintonia con l'universo, la sua mente che si fondeva con l'armonia di un codice perfetto.<br />
<br />
Poi, un suono improvviso, acuto e penetrante, ruppe l'armonia. Non era il rumore naturale della spiaggia, ma un fischio assordante che gli perforò le orecchie, così intenso da fargli vibrare le ossa del cranio. Una cacofonia di suoni e di rumori che non riusciva a identificare, che lo avvolgeva e lo soffocava. <br />
<br />
Il mondo intorno a lui si frantumò. Non era una rottura fisica, ma un crollo totale della realtà come la conosceva. La stabilità della roccia, la coerenza del cielo e del mare: tutto si dissolse in un lampo di luce accecante.<br />
<br />
Il promontorio roccioso su cui era seduto si dissolse in un vortice di numeri e di equazioni matematiche impazzite, linee di codice verde e blu che danzavano caoticamente nel suo campo visivo. Un'illusione ottica che gli fece venire la pelle d'oca, un'immagine che non aveva senso. Ma era reale, una sensazione così profonda e così terrificante da farlo tremare.<br />
<br />
Gli alberi della foresta sottostante si trasformarono in complesse strutture frattali, ogni foglia un algoritmo, ogni ramo una funzione irrisolvibile. Le loro forme, un tempo organiche e perfette, divennero schemi geometrici incomprensibili, un caos di numeri e di simboli che gli faceva male agli occhi. Si sentì come se stesse cadendo in un abisso di dati corrotti, un vuoto che minacciava di inghiottirlo.<br />
<br />
Un'angoscia profonda, logica e terrificante lo avvolse. <br />
<br />
Non era la paura istintiva di un animale, ma la paura più spaventosa che un essere umano possa provare: la paura di perdere il controllo, la paura di non poter dare un senso al mondo. Per la prima volta nella sua vita, Jason si sentì impotente. E quella sensazione era più terrificante di qualsiasi mostro alieno.<br />
<br />
Si guardò intorno, ma non vide altro che quel caos numerico. <br />
<br />
Il mondo non era altro che un'illusione fatta di calcoli errati, una serie infinita di dati che non avevano senso, un groviglio inestricabile di formule e di codici che non si potevano risolvere. L'aria stessa era fatta di codice binario danzante, un linguaggio alieno che non riusciva a comprendere, che lo avvolgeva e lo soffocava. Ogni cosa che aveva creduto solida e reale si era liquefatta in un'astrazione incomprensibile. Si sentì come un fantasma, perso in un universo che aveva perso ogni coerenza, ogni legge, ogni logica.<br />
<br />
Jason si rese conto con orrore che la sua dipendenza dalla logica era diventata la sua maledizione. L'unica cosa che poteva fare, disperatamente, era cercare di dare un senso a quel caos che lo circondava, di trovare un pattern, una formula, una qualsiasi chiave per decifrare l'inferno in cui era sprofondato.<br />
<br />
La sua mente, un tempo un'enciclopedia di dati e di teorie, era ora un vortice di caos, una serie di numeri che non avevano senso, un puzzle che non si poteva risolvere. Sentiva che l'universo era impazzito. La sua intera realtà si era trasformata in un'illusione fatta di codici binari, un labirinto di formule irrisolvibili.<br />
<br />
Allungò una mano per afferrare qualcosa, ma la sua mano attraversò un'equazione fluttuante, e sentì una scarica elettrica, una sensazione di dolore così profonda da fargli tremare. Il suo corpo era un'illusione, una serie di numeri che non si potevano toccare, che non si potevano sentire.<br />
<br />
"Devo... devo trovare un senso a questo caos" mormorò, le parole che gli morivano sulle labbra "Devo trovare una formula, una logica" ma ogni volta che cercava una soluzione, un'altra equazione si formava, una formula che non aveva senso, un caos ancora più profondo e terrificante.<br />
<br />
Si sentì come un fantasma, perso in un universo che non era più suo. La sua unica speranza era che, da qualche parte in quell'oceano di numeri, ci fosse un'ancora, una logica che lo avrebbe riportato alla realtà.<br />
<br />
La visione si intensificò. <br />
<br />
Il caos di numeri iniziò a prendere forma, a confluire, a formare un'immagine terrificante. I volti dei suoi compagni apparvero nel vortice, ma non erano facce umane, ma maschere di codici binari, una serie di numeri che non avevano senso, uno sguardo vuoto che lo tormentava.<br />
<br />
Erano tutti lì: il Capitano, la dottoressa Sheva, il consigliere Anena,  Anna Calvi...<br />
<br />
I loro volti erano pallidi, le loro espressioni contorte dal dolore e dall'orrore. I loro occhi erano come vetri rotti, che lo guardavano con un misto di rimprovero e pietà. <br />
<br />
E lui capì. <br />
<br />
La loro esistenza non era altro che una serie di calcoli errati, di formule che non si potevano risolvere. <br />
<br />
La visione si fece più nitida, e Jason vide una formula, un'equazione che si formava lentamente. Era la formula della loro morte, un'equazione che spiegava come erano morti, il perché come tutto non fosse stato altro che un calcolo errato. Il suo cuore si strinse, e un dolore così profondo lo colpì, un dolore che non aveva niente a che fare con la logica, ma che era più reale di qualsiasi equazione.<br />
<br />
La formula si completò, e i volti dei suoi compagni si dissolsero. Al loro posto, apparve il suo volto, un'immagine statica e senza vita. I suoi occhi erano vuoti, come un guscio senza anima. Il suo volto era una maschera di numeri e di codici che non avevano senso.<br />
<br />
In quel momento, in preda al panico, Jason si guardò intorno, e la sua mente, incapace di sopportare un dolore così profondo, si concentrò su una cosa: la logica. <br />
<br />
Doveva trovare una soluzione. E la soluzione era semplice: doveva decifrare l'equazione. <br />
<br />
La sua mente, che era come un motore costantemente acceso, si concentrò su una cosa: trovare un senso a quel caos. Le sue mani, che di solito si muovevano con grazia, ora erano rigide.<br />
<br />
Poi, un suono familiare e inaspettato trafisse quel silenzio mortale: un urlo disperato, che Jason riconobbe immediatamente. Non era un suono privo di emozioni, ma un'esplosione di panico e dolore. Era l'urlo di Finn.<br />
<br />
Si sentì invaso da un'ondata di sollievo, una sensazione che era come un calcolo risolto, una formula che si completava in modo perfetto. Il suo respiro, che era stato bloccato dal panico, tornò a essere regolare, e il suo cuore, che batteva all'impazzata, si placò. Era una sensazione di pace, una pace che non aveva niente a che fare con le emozioni, ma con la logica, con l'ordine che era tornato a regnare nel suo universo interiore.<br />
<br />
Recuperata la totale padronanza delle proprie emozioni, con un autocontrollo che solo un vulcaniano poteva avere, Jason si diresse verso il Primo Ufficiale. I suoi movimenti erano rapidi e precisi, ogni passo calcolato. Non c'era fretta, solo l'urgenza logica di un problema da risolvere. La sua mente, che poco prima era un caos di numeri, era tornata a funzionare in modo perfetto, e l'unica cosa che contava era raggiungere Finn il più velocemente possibile.<br />
<br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island, Scogli sul bagnasciuga<br />
Contemporaneamente</b><br /><br />
Anena Lawtoein si era seduto in silenzio su una roccia, il suo volto sereno e il suo spirito in pace. Non era un luogo che conosceva, ma la sua mente si sentiva a casa, in sintonia con le vibrazioni dell'universo che lo circondava.<br />
<br />
Era il suo rituale. Ogni volta che si sentiva sopraffatto dalla cacofonia di emozioni umane, si isolava per ritrovare l'equilibrio. <br />
<br />
Seduto su quella roccia, si lasciava andare, permettendo alla sua mente di fondersi con l'ambiente circostante. Non era una fuga, ma un ritorno a casa.<br />
<br />
Era un momento di profonda riflessione, in cui si lasciava andare. Percepiva il battito del pianeta, la sua energia vitale, e si fondeva con essa. Era un'esperienza che andava oltre le parole, un'esperienza che gli dava una sensazione di pace e di armonia che non provava da mesi.<br />
<br />
Poi, la sua serenità si incrinò. <br />
<br />
Non era una sensazione di paura o di angoscia, ma di profonda e innaturale disonestà. Era un'emozione aliena, una totale assenza di verità. Era un'emozione che non aveva senso, qualcosa che non era sua. <br />
<br />
L'aria divenne gelida e l'ambiente intorno a lui si dissolse, sostituito da una scena terrificante. Era sulla plancia della USS Seatiger, che risuonava di allarmi e di urla, ma non era un attacco alieno. Era la scena di un tradimento. <br />
<br />
La voce del Capitano Kenar, che era un misto di paura e rabbia, gridava il suo nome. <br />
<br />
"Traditore!" <br />
<br />
Il suo cuore si strinse, e Anena si voltò per affrontare il Capitano.<br />
<br />
"Traditore!" lo accusò Kenar, il suo volto contorto da un misto di rabbia e delusione "Hai venduto la nave! Hai venduto i tuoi amici! Come hai potuto?!" <br />
<br />
La sua voce risuonava nella plancia, un'accusa che lo trafiggeva come una spada. Anena si sentiva come un guscio vuoto, il suo spirito era spezzato, e l'unica cosa che poteva fare era rispondere alla sua accusa.<br />
<br />
"Capitano" mormorò, con la voce che gli tremava "Io non so di cosa stai parlando. Io non ho tradito nessuno! Non l'ho mai fatto!"<br />
<br />
"Bugiardo!" lo accusò Kenar "Hai lasciato che la nave venisse distrutta! Sei un traditore, Anena! Un traditore!"<br />
<br />
Le facce dei suoi amici, la dottoressa Sheva, Dewey Finn e Anna Calvi, erano piene di un odio così profondo da fargli venire la pelle d'oca. Non c'era giudizio, ma un odio freddo e profondo, come se lui fosse la causa di tutti i loro mali. Non era la rabbia che si esprime con urla e minacce, ma una delusione che gli lacerava il cuore. La loro rabbia era come una ferita aperta, un'accusa che lo tormentava.<br />
<br />
Anena guardò i loro volti, uno per uno, e non vide nulla. Il Capitano, un uomo che aveva sempre rispettato, ora lo guardava con uno sguardo di puro disprezzo. La dottoressa Sheva, una donna che lo aveva sempre sostenuto, ora aveva un'espressione di disgusto. E Anna Calvi, la sua amica più cara, ora lo guardava con uno sguardo di odio così profondo da fargli venire la pelle d'oca.<br />
<br />
La visione si intensificò. <br />
<br />
L'intero equipaggio apparve, e le loro facce erano piene di un odio così profondo da fargli venire la pelle d'oca. Anena si sentì circondato da un'accusa che non riusciva a comprendere, un'accusa che lo tormentava. Le loro voci si mescolarono in una cacofonia assordante. <br />
<br />
"Traditore!" <br />
"Hai venduto la nave!"<br />
"Sei la causa di tutto!" <br />
<br />
I loro volti si avvicinarono, le loro espressioni contorte dall'odio, le loro voci che si trasformavano in un coro di accuse. Anena si sentì come un animale in gabbia, intrappolato in un incubo che non aveva fine.<br />
<br />
La visione si fece più nitida, e Anena si ritrovò in una sala conferenze, in cui era seduto al centro di un tavolo, con i suoi amici che lo guardavano, con i loro occhi che lo accusavano. La voce del Capitano Kenar, che era un misto di rabbia e delusione, gli perforò l'anima.<br />
<br />
"Anena, ci hai traditi. Non sei più uno di noi" <br />
<br />
Un'eco delle parole del Capitano risuonò nella mente di Anena, un'eco che non aveva fine. <br />
<br />
Si sentiva come un guscio vuoto, il suo spirito era spezzato, e l'unica cosa che poteva fare era sopportare il peso della sua colpa. La sua più grande paura si era avverata. La sua onestà, la sua integrità, la sua lealtà: tutto si era rivelato un calcolo errato. Aveva tradito i suoi amici, e la loro rabbia era il suo castigo. Non era il dolore di un corpo che soffriva, ma il dolore di un'anima che si spezzava. Era l'orrore di un tradimento che non aveva commesso, ma che era diventato parte di lui. La sua stessa essenza, la sua onestà, era una bugia.<br />
<br />
La visione divenne più nitida, e Anena si ritrovò nel nulla, il buio l'aveva inghiottita assieme ad ogni speranza di perdono: era solo. <br />
<br />
Un dolore così profondo lo colpì, una solitudine così intensa che gli sembrava di cadere in un vuoto senza fine. E poi, un suono familiare e inaspettato trafisse quel silenzio mortale: un urlo disperato, che Anena riconobbe immediatamente. Non era un suono privo di emozioni, ma un'esplosione di panico e dolore. Era l'urlo di Finn.<br />
<br />
Quel suono lo risvegliò. L'incubo svanì, e il mondo tornò a essere quello di prima. Si ritrovò seduta sulle rocce, con il vento che le scompigliava i capelli e l'odore del mare che le riempiva le narici. Si sentì invaso da un'ondata di sollievo così grande che gli fece mancare il fiato.<br />
<br />
Non c'era tempo per riflettere, solo per agire. <br />
<br />
Non stava solo cercando un amico, ma la sua stessa redenzione. Con una calma e una precisione che nascondevano una nuova e profonda urgenza, si lanciò di corsa, spingendosi con le gambe, verso la direzione del suono. Doveva trovare il primo ufficiale e, possibilmente, una spiegazione per quello che gli era appena successo. <br />
<br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island, Boschetto nei pressi della spiaggia<br />
Contemporaneamente</b><br /><br />
Il Capitano Kenar aveva bisogno di un momento di solitudine, un lusso che raramente si concedeva. Aveva lasciato l'accampamento e si era addentrato in un boschetto a poca distanza dalla spiaggia. Gli alberi, con le loro foglie iridescenti e i rami contorti, creavano una cupola naturale che lo isolava dal resto del mondo, offrendogli un senso di privacy e di pace che, in quel momento, era ciò di cui aveva bisogno. <br />
<br />
La sua mente, che era come un'enciclopedia di strategie e di tattiche, era finalmente tranquilla. Per un attimo, si sentì completamente a suo agio, lontano dai doveri di capitano. La sua mente, che di solito era un motore costantemente acceso, si placò. Poteva quasi percepire l'armonia del mondo, un'armonia che si fondeva con il battito del suo cuore. Per la prima volta da mesi, si sentì veramente rilassato, in pace con se stesso e con il mondo che lo circondava.<br />
<br />
Improvvisamente, un suono strano lo fece rabbrividire. Non era un suono, ma una sensazione di gelo così profonda da fargli venire la pelle d'oca. Il mondo intorno a lui si frantumò, non in un'esplosione, ma come un'immagine in un ologramma che si dissolve. <br />
<br />
Il boschetto di cristallo, la brezza marina, il calore del sole: tutto si dissolse.<br />
<br />
Il vento si trasformò in un silenzio assordante, una pressione che gli opprimeva i timpani. Il sole che gli scaldava la pelle svanì, sostituito da una luce fioca e grigia, un'illuminazione morente che faceva sembrare tutto più freddo e vuoto. Il tronco d'albero su cui era seduto si trasformò in un pavimento di acciaio freddo e scivoloso. <br />
<br />
Si guardò intorno, e capì: non era più nel boschetto, ma in un corridoio della USS Seatiger, devastato da un attacco.<br />
<br />
L'aria era densa di fumo, con odore di metallo bruciato e di ozono. Le pareti erano piene di crepe, le luci intermittenti, e ogni monitor era spento, come un occhio vuoto. Il corridoio sembrava una tomba, e l'unica cosa che si sentiva era un ronzio sommesso, un suono che non prometteva nulla di buono. Si sentì invaso da un'ansia così profonda da fargli mancare il fiato.<br />
<br />
Poi, una voce lo chiamò. <br />
<br />
"Capitano! Dov'è?!" <br />
<br />
La voce di Anena. <br />
<br />
Non era un suono di sollievo, ma un suono di paura, un suono che gli lacerava l'anima. Kenar si voltò, e vide il suo equipaggio, ma non erano più i suoi amici. Le loro facce erano coperte di fumo e di fuliggine, i loro volti contorti dal dolore e dalla rabbia.<br />
<br />
"Capitano" mormorò Sheva, con una nota di rimprovero nella voce "Perché non ci hai protetti?"<br />
<br />
La sua voce era come un veleno, che le si spargeva nelle vene, facendola sentire colpevole di un crimine che non aveva commesso. La sua visione si intensificò, e Kenar capì. <br />
<br />
"Hai promesso di proteggerci.." continuò la dottoressa, le lacrime che le solcavano il viso "Ma hai fallito."<br />
<br />
Le sue parole erano come una lama affilata che gli si piantava nel cuore. Si sentì impotente, un'ombra di ciò che era stato. Aveva giurato di proteggere i suoi uomini, e aveva fallito. <br />
<br />
La sua intera realtà si era trasformata in un incubo, un incubo che non sarebbe mai andato via.<br />
<br />
La visione si intensificò. <br />
<br />
I corpi dei suoi amici, uno per uno, si accasciò a terra, le loro espressioni contorte dal dolore e dalla rabbia. Erano come manichini, senza vita, e le loro facce erano vuote, come se le loro anime fossero state rubate. L'unica cosa che si sentiva era un grido di dolore, un grido che non aveva parole, ma che era pieno di angoscia.<br />
<br />
Poi, le luci si spensero. <br />
<br />
L'oscurità si diffuse rapidamente, avvolgendo ogni cosa, ogni ombra, ogni suono. <br />
<br />
Il ronzio sommesso dell'aria condizionata si spense, e l'unica cosa che si sentiva era un silenzio assordante, un silenzio che era più terrificante di qualsiasi urlo. <br />
<br />
Kenar era solo. <br />
<br />
Era circondato da un'oscurità che non aveva fine, un'oscurità che lo avvolgeva e lo soffocava.<br />
<br />
Un'ondata di panico lo colpì, un'ondata così profonda da fargli mancare il fiato. Allungò una mano per afferrare qualcosa, ma non c'era nulla. <br />
<br />
Era solo, in una plancia vuota, circondato dai fantasmi dei suoi amici e dal peso dei suoi fallimenti. <br />
<br />
Si sentì come un guscio vuoto, il suo spirito era spezzato, e l'unica cosa che poteva fare era sopportare il peso della sua colpa. Non c'era via d'uscita, non c'era speranza, solo un vuoto che lo avrebbe inghiottito per sempre.<br />
<br />
E poi, sentì un suono familiare e inaspettato trafisse quel silenzio mortale: un urlo disperato, che Kenar riconobbe immediatamente. Non era un suono privo di emozioni, ma un'esplosione di panico e dolore. Era l'urlo di Finn.<br />
<br />
Quel suono agì come un pugno nello stomaco, squarciando il velo dell'incubo. Il pavimento freddo sotto i suoi piedi si dissolse, e fu sostituito dal ruvido tronco d'albero su cui era seduto. L'odore di fumo e ozono svanì, sostituito dal profumo fresco della foresta e dalla brezza salmastra. Kenar aprì gli occhi, e si ritrovò nel boschetto, le sue mani ancora tremanti. L'illusione era svanita.<br />
<br />
L 'urlo di Finn si ripeté, e il suo cuore, che poco prima era un guscio vuoto, tornò a battere. Non era una questione di emozioni, ma di responsabilità. Il suo equipaggio era in pericolo.  <br />
<br />
Aveva un solo pensiero in mente: trovare il Primo Ufficiale. Era il suo dovere, la sua responsabilità, l'unica cosa che contava in quel momento.<br />
<br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island<br />
Pochi minuti dopo</b><br /><br />
Finn giaceva a terra, scosso e tremante, con gli occhi spalancati che fissavano un punto nel vuoto. Le sue mani stringevano la sabbia bagnata. Respirava a fatica, boccheggiando come un pesce tirato fuori dall'acqua, la sua voce ridotta a un debole sibilo. Il suo corpo era immobile, ma la sua mente era ancora intrappolata in un incubo che gli era sembrato più reale della sua stessa vita.<br />
<br />
Fu il primo a risvegliarsi e per un attimo, pensò di essere l'unico sopravvissuto. Un'ondata di panico così profonda da fargli mancare il fiato. <br />
<br />
Era solo. <br />
<br />
Solo e terrorizzato.<br />
<br />
Poi, un'ombra lo coprì e alzò lo sguardo. Il Capitano Kenar, con un'espressione di profondo sollievo, si inginocchiò accanto a lui "Finn," mormorò, la voce rotta dall'emozione "Stai bene?"<br />
<br />
All'improvviso, si ritrovò circondato da tutti i suoi amici, che lo guardavano con un misto di sollievo e di paura. Anna era lì, con il suo volto che era una maschera di preoccupazione, Jason lo guardava con uno sguardo di sollievo, e Anena si sentiva come se un peso invisibile fosse stato tolto dalle sue spalle.<br />
<br />
"Sono... sono tornato" balbettò Finn ancora piuttosto provato"Siete tutti... vivi."<br />
<br />
"Cosa è successo?" ripeté il Capitano, con la sua voce che era un misto di sollievo e di rimprovero.<br />
<br />
Finn cercò di spiegare, ma le parole gli morirono sulle labbra "Sono stato... in un incubo. Eravate tutti lì ma mi trovavo sotto accusa..."<br />
<br />
All'improvviso, una voce lo chiamò. <br />
<br />
"Finn!" <br />
<br />
Era Althea. La sua espressione era un misto di sollievo e di dolore, e le sue mani erano tremanti. Si avvicinò a lui e, senza dire una parola, lo abbracciò. Le sue lacrime, calde e abbondanti, gli bagnarono la spalla. Althea non era un ufficiale troppo emotivo, era una guerriera, e il suo gesto sorprese tutti.<br />
<br />
Finn inizialmente restò bloccato, poi la abbracciò cercando di farla calmare "Dottoressa, stiamo tutti bene.. si calmi"<br />
<br />
L'equipaggio si scambiò sguardi sbigottiti. <br />
<br />
Non avevano mai visto Althea così fragile. <br />
<br />
Poi si guardarono dentro constatando la triste realtà.. non si erano mai sentiti tanto vulnerabili. <br />
<br />
La situazione era grave. Non erano più su un pianeta alieno a godere di una breve vacanza, ma in un incubo che li stava inseguendo dallo spazio. <br />
<br />
E l'incubo era appena iniziato.<br />
</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Tenente Althea Sheva</author>
            <pubDate>Thu, 11 Sep 2025 08:00:00 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-05 Soglie superate</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=5</link>
            <description><![CDATA[Autore: Tenente Amanda Kiss<br /><br /><JUSTIFY><br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island<br />
06/09/2398 - ore 17:02 - D.S. 75681.39</b><br /><br />
La sabbia bianca scintillava sotto il sole mentre l'oceano scandiva il tempo con lo sciabordare dolce delle onde, accarezzate da una brezza leggera che portava odori marini: alieni e insieme stranamente familiari alle narici dei pigri ufficiali in licenza. Sparsi qua e là lungo la spiaggia, si lasciavano cullare dal calore del pianeta, avvolti da una natura ancora incontaminata.<br />
<br />
La crew di plancia del turno Beta aveva occupato una porzione della spiaggia lunga e piatta, che si stendeva per quasi cinquecento metri prima di tuffarsi nell'oceano calmo. Alcune casse diffondevano musica nell'aria salmastra, mentre bevande e stuzzichini erano disposti su un tavolo improvvisato. Tutto era stato preparato per un unico scopo: salutare degnamente la collega appena promossa al turno Alfa e al grado di Tenente.<br />
<br />
Amanda Kiss era seduta al centro dell'attenzione, circondata da colleghi che, per tutti i mesi prima di allora, avevano condiviso con lei turni infiniti, missioni rischiose e silenzi complici sulla plancia. Ora, ogni frase sembrava intessuta di orgoglio e di un pizzico di malinconia.<br />
<br />
"Così la nostra Amanda diventa ufficiale tattico capo," rise Kavan, l'addetto ai sensori, sollevando il bicchiere. "Scommetto che il turno Alfa non è pronto per lei."<br />
"Nessuno è pronto per Amanda, mai," aggiunse Leira, la navigatrice del turno Beta, facendo l'occhiolino a un gruppo di giovani ufficiali che passavano di lì con il suo solito fare provocante. "E poi, chi verrà a caccia di ragazzi con me, ora che te ne vai?" disse ammiccando in direzione di Amanda.<br />
<br />
Amanda alzò il bicchiere e si limitò a sorridere all'amica, la sua migliore amica. Si ritrovò sorpresa a chiedersi se avrebbe ancora avuto il tempo di frequentarla, ora che l'avevano assegnata alla crew di comando. Spostò lo sguardo, che si stava rattristando, e lo volse all'orizzonte, perdendosi per un attimo a fissare il mare.<br />
<br />
Nessuno fece caso al suo cambiamento di umore, e le risate si diffusero sulla spiaggia come naturale reazione alla battuta di Leira, interrotte soltanto da qualche applauso spontaneo. Qualcuno, con fare teatrale, lanciò uno sguardo verso Finn, che si stava scavando una buca nella sabbia lungo la costa in lontananza, dove presumibilmente si sarebbe coricato.<br />
<br />
"Guardatelo là, il Primo Ufficiale," disse con tono di scherno. "Scommetto che non ha mai affrontato un'emergenza come le nostre. La nave sarebbe persa senza i ponti bassi... e poi è per colpa delle loro scelte scellerate che ci troviamo intrappolati in questo universo."<br />
"Parla per te," ribatté un altro. "Il Comandante Dewey è molto empatico, e un ufficiale capace. Anche loro hanno fatto la gavetta come noi: non si trovano al comando per caso. E se siamo qui non è certo colpa loro: fanno del loro meglio, come tutti a bordo."<br />
<br />
Amanda non si lasciava andare a eccessi di parole. Ringraziava con un cenno, un sorriso contenuto. La sua naturale eleganza sembrava amplificata dalla leggerezza di quel pomeriggio.<br />
<br />
Poi, quasi in risposta al clima polemico che si stava delineando, estrasse dalla borsa da spiaggia un disco compatto che portava sempre con sé. L'oggetto era simile a un disco da hockey, solo un po' più grande, con una striscia luminosa che percorreva l'intera circonferenza e un piccolo display sulla superficie superiore.<br />
<br />
Armeggiò per qualche secondo con le dita sul display, quindi lo posò sulla sabbia e arretrò di un paio di passi. Un bagliore azzurro saturò l'aria e rivelò un ologramma portatile: un pianoforte a coda, scuro, lucido, perfetto nel contrasto con la spiaggia chiara.<br />
<br />
"Ah," sussurrò qualcuno tra i Beta, "finalmente Amanda ci mostra che non comanda solo con disciplina, ma suona anche con stile."<br />
"Se dirige in plancia come suona," aggiunse Kavan, "il turno Alfa non sa cosa l'aspetta."<br />
<br />
Si sedette allo sgabello del pianoforte olografico con grazia naturale, una postura affinata dalla disciplina impartitale dalla madre musicista. Diede due colpetti di tosse per richiamare l'attenzione: gli astanti si ammutolirono e, senza dire nulla, cominciò a suonare.<br />
<br />
La musica si diffuse nell'aria. Le note non erano di celebrazione, ma un richiamo alla sua terra: melodie che odoravano di neve, di vento che corre sopra laghi ghiacciati. Mosca riviveva lì, per un attimo, davanti a compagni che nulla sapevano di quella vita, ma che tacquero rapiti.<br />
<br />
Le note descrivevano scenari di steppa, lupi che correvano nella brughiera brulla, bruciata dal ghiaccio e sferzata da venti gelidi. Era impossibile non restare incantati da tanta bellezza e tanta disciplina. Le dita della Tenente danzavano sui tasti dell'illusione olografica in una danza perfetta, fatta di pause, note e cadenze armoniose che rapivano l'attenzione di chiunque fosse a portata d'orecchio.<br />
<br />
Il brano continuò per alcuni minuti senza che nessuno parlasse o si muovesse, ad eccezione di Leira. La sua migliore amica si avvicinò con passo circospetto, cercando di disturbare il meno possibile l'interpretazione. Si sedette accanto ad Amanda e, con gesto naturale, le cinse i fianchi con un braccio.<br />
<br />
Amanda si voltò un istante, senza smettere di suonare: le dita scivolavano sulla tastiera sicure anche senza l'ausilio dello sguardo, e le rivolse un sorriso strano. Dapprima ampio, grato per quell'attimo di intimità amicale, ma che presto si contrasse in una smorfia quasi di dolore. Lo stesso fece Leira. Per un attimo tra le due vi fu un'epifania: quel giorno segnava un punto di passaggio. Sarebbero sempre rimaste amiche, ma non avrebbero più, almeno per qualche tempo, condiviso fianco a fianco le interminabili giornate di lavoro sulla USS Seatiger.<br />
<br />
Il brano terminò tra gli applausi del turno Beta e di altri ufficiali accorsi a presenziare al concerto improvvisato.<br />
Leira, sempre seduta sullo sgabello accanto ad Amanda, si unì all'applauso. Amanda divenne leggermente rossa, fissò l'amica e le sorrise.<br />
<br />
"La facciamo?" chiese, con uno sguardo brillante e un sorriso elegante.<br />
Leira si guardò attorno e fece una smorfia. "Ora? In mezzo a tutti?"<br />
Kiss sorrise. "E perché non dovremmo? Hai una voce fantastica, e la musica classica piace a tutti."<br />
<br />
Leira scosse la testa leggermente sorridendo, ma poi rispose con un cenno di assenso e un lampo di decisione nello sguardo. Amanda cominciò a suonare le prime note.<br />
<br />
Abbassò lo sguardo sulla tastiera olografica, lasciando scivolare le dita con delicatezza sui tasti. L'introduzione fluì morbida, fatta di accordi semplici, rotondi, quasi timidi: un richiamo che apparteneva a un'epoca lontana e a un artista della vecchia Terra. Alcuni dei presenti riconobbero subito la melodia, altri invece restarono sospesi, incuriositi.<br />
<br />
Leira si schiarì la voce, colta da un improvviso imbarazzo, ma Amanda le rivolse un cenno d'incoraggiamento. Così, quando la sequenza introduttiva giunse al suo naturale punto d'appoggio, la voce di Leira si levò chiara, limpida, e attraversò la spiaggia con una semplicità disarmante:<br />
<br />
"It's a little bit funny...<br />
...This feeling inside"<br />
<br />
Un sorriso percorse i volti di chi ascoltava. Non c'erano artifici, né tecniche da cantante professionista, solo la verità di un'amica che si lasciava andare. Amanda si unì appena, sottovoce, nel controcanto del ritornello, dando corpo e profondità al momento.<br />
<br />
La musica cresceva, e con essa anche la complicità tra le due. Leira intonava con intensità crescente le frasi più intime, raccontando di sentimenti semplici e autentici, mentre Amanda teneva saldo il tempo e riempiva gli spazi con armonie leggere, quasi invisibili. Al ritornello, le loro voci si unirono:<br />
<br />
"I hope you don't mind...<br />
I hope you don't mind...<br />
...That I put down in the words...<br />
...how wonderful life is, while you're in the world."<br />
<br />
L'applauso spontaneo fu soffocato da chi, con un gesto, invitava al silenzio: nessuno voleva spezzare quell'incanto.<br />
<br />
Leira, più sciolta, chiuse gli occhi e lasciò che la canzone le scorresse dentro. Cantava di un dono modesto, di poche parole scritte in musica come fossero un regalo sincero. Amanda la seguiva con lo sguardo fiero, orgogliosa di quella voce che, pur non perfetta, trasmetteva intensi sentimenti.<br />
<br />
Man mano che il brano scivolava verso la fine, la tensione emotiva si sciolse in una dolcezza malinconica. Leira cantava con un filo di voce, Amanda la sosteneva nei cori, e l'ultimo verso si allungò come un abbraccio che nessuno avrebbe voluto interrompere.<br />
<br />
Le mani di Amanda sfiorarono gli ultimi accordi, lasciandoli svanire nell'aria come onde che si perdono nell'oceano. Per qualche secondo regnò il silenzio. Poi l'intera spiaggia esplose in un applauso caloroso, qualcuno gridò "bravissime!", altri fischiarono in segno di approvazione.<br />
<br />
Leira rise, imbarazzata, e si coprì il volto con una mano. Amanda la strinse forte per le spalle, tirandola contro di sé, e per un attimo le due rimasero immobili...<br />
<br />
...finché un urlo squarciò la quiete della spiaggia.<br />
<br />
L'urlo di Finn tagliò l'aria come una lama. Tutti i volti si voltarono verso il punto dove poco prima avevano notato il Primo Ufficiale: lì, piegato su se stesso, respirava a fatica, le mani affondate nella sabbia accanto alla buca che stava scavando.<br />
<br />
Gli ufficiali superiori accorsero poco dopo quasi all'unisono, da diverse direzioni. Si disposero intorno a lui in un cerchio compatto, come un muro, voci basse, gesti rapidi e controllati. I Beta e tutti gli ufficiali non appartenenti alla crew di comando rimasero immobili, esclusi da quella barriera invisibile che divideva i livelli di responsabilità a bordo.<br />
<br />
Amanda non si mosse subito. Restò con lo sguardo perso sulla scena, sentendo il braccio di Leira che la stringeva, esitante, quasi a trattenerla. Dentro di lei, però, la risposta era già chiara: non apparteneva più al gruppo che guardava da lontano. Il suo posto era lì, al centro della cerchia, con chi portava il peso delle decisioni.<br />
<br />
Inspirò a fondo. Il pianoforte olografico svanì con un crepitio azzurro, lasciando nell'aria un vuoto irreale. Raccolse il disco da terra, lo tenne stretto come fosse un'àncora e iniziò a camminare.<br />
<br />
Ogni passo affondava nella sabbia e dentro di lei apriva una distanza nuova: dal riso leggero degli amici, dalla complicità di Leira, dai giorni in cui era solo "una di loro". Sentiva il cuore battere forte, non per la paura, ma per la consapevolezza che stava varcando una soglia.<br />
<br />
Quando raggiunse il cerchio, nessuno la fermò. Forse troppo concentrati su Finn, o forse già pronti a vederla come parte del gruppo che contava.<br />
<br />
Amanda si fermò accanto al Capitano, inginocchiato a fianco del Primo Ufficiale. Rivide, come in un lampo, il momento di due giorni prima: il gesto solenne con cui le aveva appuntato il secondo pin dorato, mentre Finn, alle sue spalle, assisteva alla cerimonia con le mani dietro la schiena.<br />
<br />
"Benvenuta nella crew di comando, Tenente Amanda Kiss" le aveva detto con un sorriso. "Ora è l'Ufficiale Tattico Capo della Seatiger, e sono sicuro che farà un ottimo lavoro."<br />
<br />
Quel ricordo ora pesava davvero: non più simbolico, ma concreto, inciso come un giuramento nel metallo del distintivo che brillava sul suo petto.<br />
<br />
Portò le mani ai fianchi, rigida, in un mezzo attenti che stonava con la sabbia della spiaggia che ricopriva i suoi piedi nudi. La voce le uscì ferma, più forte del battito nel cuore:<br />
"Signore... posso essere d'aiuto?"<br />
<br />
Mentre attendeva la risposta del Capitano, un improvviso torpore le invase le membra. Il respiro le si fece corto, la sabbia parve scivolare via sotto i piedi. L'aria si saturò di un silenzio innaturale...<br />
<br />
Il mondo si spense in un battito di ciglia.<br />
La sabbia sotto i piedi, il brusio dei colleghi, persino il respiro salmastro del mare: tutto si dissolse come polvere spazzata via dal vento.<br />
<br />
Amanda si ritrovò sospesa nel vuoto. Nessuna luce, nessuna stella, solo un'oscurità compatta che le avvolgeva il corpo come un mantello gelido. Si guardò attorno, il cuore accelerato: non c'era alto né basso, solo silenzio e tenebra.<br />
<br />
Poi, un movimento.<br />
Ombre che prendevano forma, figure che emergevano lentamente dall'oscurità.<br />
Erano corpi.<br />
<br />
Fluttuavano intorno a lei, inerti, le divise lacerate, i volti pallidi e senza vita. Riconobbe gli sguardi vuoti di Kavan, Leira e di tutti i compagni del turno Beta: i sorrisi che poco prima l'avevano accompagnata mentre suonava al pianoforte, ora si erano trasformati in maschere di morte. I capelli si muovevano in ciocche lente come alghe sott'acqua, le dita rigide si protendevano verso di lei senza toccarla mai.<br />
<br />
Amanda fu travolta dal terrore nel vedere i suoi compagni, e soprattutto la sua amica, ridotti in quel modo. Cercò di gridare, ma nessun suono riuscì ad abbandonare la sua gola. Un gelo improvviso le serrò il petto.<br />
<br />
All'improvviso, un lampo di luce si accese alle sue spalle, e sotto di lei apparve la sagoma immensa della Seatiger. Ma non era la nave che conosceva: lo scafo era squarciato, le gondole di curvatura distrutte, i ponti spezzati come ossa infrante. La carcassa della nave si allontanava lentamente, trascinata dal nulla.<br />
<br />
Dal ventre dilaniato dello scafo emersero altre figure. Non erano ombre indistinte: erano il Capitano, Finn e gli ufficiali di comando.<br />
Fluttuavano come spettri, i volti pallidi ma riconoscibili, gli occhi fissi su di lei. Amanda sentì lo stomaco serrarsi, incapace di distogliere lo sguardo.<br />
<br />
Le labbra delle figure si mossero all'unisono, e una voce corale e cavernosa si diffuse nello spazio vuoto, senza provenire da nessuna bocca in particolare:<br />
"Ci eravamo fidati di te..."<br />
<br />
Amanda scosse il capo, cercando di negare, cercò persino di giustificarsi a parole, ma nel vuoto dello spazio nessuna di esse riusciva a raggiungere i suoi funerei accusatori. Poi il coro riprese, più cupo, più vicino:<br />
"...e ora la Seatiger è distrutta. E tu, avevi il compito di proteggerla."<br />
<br />
Le parole caddero su di lei come macigni. La tenebra si strinse intorno, i corpi morti le fluttuavano accanto, sfiorandole la pelle fredda. Avvertì un senso di colpa schiacciante, un peso che le toglieva il fiato.<br />
<br />
Il buio le serrò gli occhi e la trascinò nell'oblio. Si sentì prigioniera, cosciente eppure condannata a un eterno riposo che non dava pace. Le mani le tremavano, gli occhi spalancati incapaci di vedere altro che, il nero vuoto dell'imponderabile.<br />
<br />
Poi un tocco. Una scossa alle spalle. Una voce lontana che la richiamava, pressante, insistente.<br />
<br />
Amanda batté le palpebre: il vuoto si incrinò in schegge di luce.<br />
Ancora una scossa, più forte. Qualcuno la teneva per le braccia, scuotendola.<br />
<br />
E la spiaggia tornò di colpo.<br />
Il sole, l'odore del mare, i volti preoccupati degli ufficiali di comando intorno a lei. Le mani del Capitano che non smettevano di stringerle le spalle, scuotendola per strapparla via da quell'incubo.<br />
<br />
Amanda respirò a fondo, un singulto strozzato, mentre il cuore le martellava nel petto.<br />
Riprese poco a poco il controllo, inspirando ampiamente, lo sguardo che vagava tra i volti tesi dei superiori.<br />
<br />
"Ho visto..." mormorò, senza riuscire a concludere la frase.<br />
<br />
Fu Finn a terminarla, fissandola con occhi che tradivano lo stesso terrore:<br />
"...cose spaventose."<br />
<br />
Gli altri ufficiali annuirono, scambiandosi sguardi carichi di comprensione.<br />
<br />
Amanda abbassò lo sguardo, la voce appena un sussurro:<br />
"Già..."<br />
<br />
Il Capitano le posò una mano sulla spalla, il tono calmo ma fermo:<br />
"Non si preoccupi,Ttenente. È successo anche a me, poco fa."<br />
<br />
Uno dopo l'altro, gli altri ufficiali alzarono le mani, ammettendo di aver vissuto la stessa esperienza.<br />
<br />
Fu subito chiaro: non un incubo privato, ma un'allucinazione collettiva che li aveva colpiti tutti uno per uno, singolarmente.<br />
</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Tenente Amanda Kiss</author>
            <pubDate>Sat, 13 Sep 2025 08:00:00 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-06 Ti sussurra dentro</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=6</link>
            <description><![CDATA[Autore: Tenente Comandante Droxine Carelli<br /><br /><JUSTIFY><br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island<br />
06/09/2398, ore 17.40 - D.S. 75681.47</b><br /><br />
Prospettiva 1: Arjan Kenar<br />
"Tenente Sheva, voglio un controllo medico su tutti noi. Signor Queen, faccia un'analisi completa. Picchi di radiazione, fattori chimici, biologici, tutto..."<br />
*...sisisitienilioccupatiSihaiilcontrolloproteGgiliproteggilitttosottocOntrollo...*<br />
"...Tenente Calvi, riunisca l'equipaggio e tracci un perimetro. Nessuno entra nessuno esce. Tenente Kiss, da ora siamo in quarantena. Nessun teletrasporto o spostamento da e per la Seatiger. Voglio sapere se si è trattato di un attacco o c'è una causa  ambientale."<br />
*...tuttialsicurosInonmoritenonmoritenomoRitenonmOrite...*<br />
Arjan osservò gli ufficiali di comando eseguire i suoi ordini.<br />
Notò come non lo facessero con solita efficienza.<br />
Althea si mosse solo qualche secondo dopo averli ricevuti. Aveva la bocca leggermente aperta in un'espressione di stupore.<br />
Jason si mise immediatamente a trafficare sul tricorder. Ma svogliatamente. Come se fosse un compito inutile.<br />
Anna si mosse per riunire i membri dell'equipaggio. Ma si muoveva nervosamente, a scatti. Senza la fluida sicurezza che la caratterizzava anche nelle situazioni più tese.<br />
Amanda aveva gli occhi sgranati. Sembrava in preda al terrore. Poi si scosse, annuì ed attivò il comunicatore.<br />
*...sonoferiTisonoferitiSonoferiticolpAtuacoplaTuacolpatua...*<br />
Portò lo sguardo su Dewey.<br />
Il primo ufficiale sembrava apatico. Aveva la testa inclinata con lo sguardo spento a fissare la sabbia della spiaggia.<br />
Faceva male vedere il primo ufficiale ridotto così. No, l'amico.<br />
Si maledisse per averlo fatto scendere sul pianeta. La procedura prevedeva che capitano e primo ufficiale non si esponessero contemporaneamente in un away team. Se si fosse attenuto alle regole ora il primo ufficiale sarebbe stato sulla poltrona di comando della Seatiger a fare battute stupide.<br />
*...stupidostuPidocolpatuacolpaTua...*<br />
Le stupide battute di Finn. Era incredibile come fossero diventate importanti per la salute mentale di una ciurma sperduta. Arjan non aveva dubbi. Se la nave era riuscita a tenersi insieme era grazie alla leggerezza dell'uomo. Capitato nel momento sbagliato al momento sbagliato e catapultato in una storia che non era la sua.<br />
Tutto l'equipaggio era al suo posto con la promessa di 'per andare dove nessuno è mai giunto prima'.<br />
Non Finn.<br />
Avrebbe avuto tutte le ragioni per cadere nella disperazione.<br />
Invece era lui ogni giorno a sostenerli.<br />
Finora.<br />
<br />
<br /><b>Prospettiva 2<br />
Althea Sheva</b><br /><br />
"Tenente Sheva, voglio un controllo medico su tutti noi. Signor Queen, faccia un'analisi completa. Picchi di radiazione, fattori chimici, biologici, tutto. Tenente Calvi, riunisca l'equipaggio e tracci un perimetro. Nessuno entra nessuno esce. Tenente Kiss, da ora siamo in quarantena. Nessun teletrasporto o spostamento da e per la Seatiger. Voglio sapere se si è trattato di un attacco o c'è una causa  ambientale."<br />
Althea fece uno sforzo per recepire le parole del capitano.<br />
C'era un gran frastuono nella sua mente. Tutti i membri dell'equipaggio attorno a lei erano preoccupati. Tesi. E sembravano tutti volerlo gridare in lei.<br />
Avrebbe dovuto chiudersi. Almeno un po'.<br />
Ma non poteva farlo. Non voleva. Non osava.<br />
*...nonOnonononLascIarlinononsolifreddicadaveRivuoti...*<br />
Ma nonostante il frastuono non sentiva nulla fuori posto delle menti che la circondavano.<br />
Nulla di esterno. Nulla di alieno.<br />
Lasciò l'abbraccio del povero Finn. Non avrebbe voluto. Avevano bisogno entrambi di quell'abbraccio. Lei anche più di lui.<br />
Iniziò le scansioni con il tricorder medico in cerca di anomalie fisiche o mentali.<br />
Solo gli ufficiali di plancia erano stati colpiti. Ma anche facendo i confronti con il resto dell'equipaggio non trovò differenze significative.<br />
*..seiinUtileinutileinutileinutilenOnsaIcomesalvarLi...*<br />
Perché solo gli ufficiali di plancia?<br />
Le sue mani tremavano sul tricorder. Le voci sui infrangevano in lei come le onde su una scogliera.<br />
Ma aveva troppa paura per lasciarli andare.<br />
*...deboLedeboledeivisostenerlidebolemoRirannomorirannocOlpatua...*<br />
La paura le azzannava lo stomaco. Cosa cosa poteva fare?<br />
<br />
<br /><b>Prospettiva 3<br />
Jason Queen</b><br /><br />
"Tenente Sheva, voglio un controllo medico su tutti noi. Signor Queen, faccia un'analisi completa. Picchi di radiazione, fattori chimici, biologici, tutto. Tenente Calvi, riunisca l'equipaggio e tracci un perimetro. Nessuno entra nessuno esce. Tenente Kiss, da ora siamo in quarantena. Nessun teletrasporto o spostamento da e per la Seatiger. Voglio sapere se si è trattato di un attacco o c'è una causa  ambientale."<br />
Le dita di Jason si mossero sul tricorder più per riflesso che per intenzione.<br />
In realtà si sentiva spento.<br />
*...nonseRvinonserviseiunblufFseivuotovuOtovuoto...*<br />
La logica lo aveva sempre guidato. Una possente e solida macchina che riceveva dati e restituiva predizioni.<br />
Ora era diventata una macchina di cartapesta. Riceveva fantasie e restituiva pompose sciocchezze.<br />
Aveva perso la fede.<br />
Se glielo avessero detto solo un'ora fa... non avrebbe riso perché ridere era un'attività illogica.<br />
*...seinullaseinullaunfantoCciofantocciomorirannotuttiperquEsto...*<br />
In lui c'era sempre stato il conflitto tra umano e vulcaniano.<br />
Ma il vulcaniano era sempre sembrato sempre così superiore... Deciso. Imperturbabile. Quello affidabile.<br />
Ma ora?<br />
*...pateTicoPateticoomettoprovocheraiSolomortE...*<br />
Concluse la scansione. Nulla. Nessuna traccia di qualcosa fuori posto.<br />
Ma ovviamente non era così.<br />
Sette membri dell'equipaggio erano stati colpiti da qualcosa contemporaneamente.<br />
Questo confermava che la sua analisi non valeva nulla.<br />
Tuttavia su diresse dal capitano per fare rapporto. Perché quella era la parte che doveva recitare.<br />
L'uomo di latta andò dal mago di Oz.<br />
<br />
<br /><b>Prospettiva 4<br />
Dewey Finn</b><br /><br />
"Tenente Sheva, voglio un controllo medico su tutti noi. Signor Queen, faccia un'analisi completa. Picchi di radiazione, fattori chimici, biologici, tutto. Tenente Calvi, riunisca l'equipaggio e tracci un perimetro. Nessuno entra nessuno esce. Tenente Kiss, da ora siamo in quarantena. Nessun teletrasporto o spostamento da e per la Seatiger. Voglio sapere se si è trattato di un attacco o c'è una causa  ambientale."<br />
Dewey ascoltò il suo capitano fare la magia. Dirigeva tutti con sicurezza e competenza.<br />
E naturalmente non aveva ordini per lui.<br />
E cosa avrebbe dovuto ordinargli?<br />
Non sapeva fare nulla.<br />
Primo Ufficiale? Certo.<br />
Al massimo era la mascotte.<br />
*...piccolopaTeticoOmettoinutileseisbagliatosbagliAtosBagliato...*<br />
Magari potevano trovarlo anche simpatico. Ma la responsabilità del suo ruolo?<br />
Un giorno o l'altro avrebbe provocato un disastro vero ed allora la simpatia non sarebbe servita a nulla.<br />
Pensò a tutti quelli che erano morti da quanto erano rimasti bloccati in quell'universo.<br />
Perché non lui?<br />
*...fattidApartenonserVimorirannotUttipercolPatuavaiviavaiviA...*<br />
La verità era che l'ultimo dei guardiamarina sarebbe stato enormemente più utile di lui.<br />
La cosa migliore sarebbe stata rassegnare le dimissioni e chiudersi nella sua cabina. Consumando meno risorse possibile... poteva ridurre i pasti...<br />
Quanta preziosa energia aveva sprecato per replicare un sacco di sciocchezze?<br />
*...inUtileinutIlefaraimOriretuttIpateticoPateTicopatetico...*<br />
Strinse le spalle. Nonostante la temperatura sentiva freddo.<br />
Gli mancava l'abbraccio di Althea.<br />
Ma Althea era andata a svolgere il suo compito.<br />
Lei sì che era utile.<br />
<br />
<br /><b>Prospettiva 5<br />
Anna Calvi</b><br /><br />
"Tenente Sheva, voglio un controllo medico su tutti noi. Signor Queen, faccia un'analisi completa. Picchi di radiazione, fattori chimici, biologici, tutto. Tenente Calvi, riunisca l'equipaggio e tracci un perimetro. Nessuno entra nessuno esce. Tenente Kiss, da ora siamo in quarantena. Nessun teletrasporto o spostamento da e per la Seatiger. Voglio sapere se si è trattato di un attacco o c'è una causa  ambientale."<br />
Anna digrignò i denti.<br />
Un flusso di rabbia le sgorgava dal cuore.<br />
Certo che avrebbe creato un perimetro. Certo che nessuno sarebbe entrato. Avrebbero dovuto passare sul suo freddo cadavere per farlo.<br />
*...proteggiliProteggilomuoinomuoIonomuoreAnenaAnenaAnena...*<br />
Ebbe un flash della visione con il viso freddo e senza vita di Anena. Di Droxine.<br />
* ...ègIasuccessorisucceDeràproteggiliproteggilinoncelafarainononoNo...*<br />
Non sarebbe successo! Non di nuovo!<br />
Si mosse con passo nervoso per la spiaggia, richiamando i membri dell'equipaggio che ancora non erano accorsi attirati dall'urlo di Finn.<br />
Aspetta... e se qualcuno si infiltrasse?<br />
*...tuttisoNonemicituttitUttituttichichichiproteggidichiTifiDinessunonesSunonessuno...*<br />
Iniziò a scansionare minuziosamente tutti i membri dell'equipaggio, trattandoli rudemente.<br />
*...distruggidistRuggidistruGgidistruggidistrUggidistruggiDistruggi...*<br />
Nulla. Guardò il tricorder con odio. E se la stesse ingannando? Di chi e cosa poteva fidarsi?<br />
Gettò a terra lo strumento in un moto di stizza.<br />
Poi lo raccolse, vergognandosi del gesto. La avevano vista?<br />
Nessuno sembrava guardarla ma sentiva ugualmente gli sguardi di tutti su di lei.<br />
Erano ostili?<br />
Doveva fare qualcosa.<br />
Doveva fare decisamente qualcosa.<br />
<br />
<br /><b>Prospettiva 6<br />
Amanda Kiss</b><br /><br />
"Tenente Sheva, voglio un controllo medico su tutti noi. Signor Queen, faccia un'analisi completa. Picchi di radiazione, fattori chimici, biologici, tutto. Tenente Calvi, riunisca l'equipaggio e tracci un perimetro. Nessuno entra nessuno esce. Tenente Kiss, da ora siamo in quarantena. Nessun teletrasporto o spostamento da e per la Seatiger. Voglio sapere se si è trattato di un attacco o c'è una causa  ambientale."<br />
Amanda annuì rigidamente all'ordine del capitano e si affrettò a a contattare la Seatiger.<br />
Le passarono velocemente il facente funzioni di comando Droxine Carelli, che la salutò giovialmente.<br />
=^= Salve tenente. Come procede la vacanza?  =^=<br />
"Tenente. Si è verificato un episodio che ha colpito gli ufficiali di plancia. Il capitano ha ordinato di attivare la quarantena. Nessuno scambio tra la nave e la base."<br />
La voce di Droxine si tinse immediatamente di preoccupazione.<br />
=^= Cosa è successo? State bene? =^=<br />
"Sì non si preoccupi. Stiamo tutti bene. Si è trattato di un una specie di allucinazione, ma è durata pochissimo. Stiamo lavorando per determinare le cause. È stato piuttosto sconvolgente ma nulla di veramente pericoloso."<br />
=^= Lieta di sentirlo, tenente. Ma voglio rapporti regolari. Mi affido a lei, mi raccomando. Ah... e benvenuta in plancia... alla maniera della Seatiger... tranquilla NON ci si abituerà. =^=<br />
Amanda fece un sorrisetto. Non conosceva ancora bene il capo ingegnere ma le stava già simpatica.<br />
"Ne terrò conto, grazie tenente. Ah, il capitano non lo ha specificato ma passi ad allarme giallo e faccia una scansione accurata. Lo stiamo facendo anche noi ma la strumentazione della Seatiger è molto più sensibile. Meglio fare anche una scansione dello spazio. Da terra sarà meno precisa ma potrebbe essere utile."<br />
=^= Agli ordini tenente. Sarà fatto. Carelli chiudo. =^=<br />
Amanda guardò il comunicatore appuntato sul petto. Aveva osato troppo? Era l'ultima arrivata in fondo. E si era messa a dare ordini ad un ufficiale anziano.<br />
Rabbrividì. Era che continuava a balenarle davanti lo scafo squarciato della Seatiger alla deriva nello spazio.<br />
Perché quella visione?<br />
Perché la sua era arrivata in ritardo rispetto agli altri?<br />
Lo scafo squarciato.<br />
Iniziò a ponderare una teoria completamente irrazionale.<br />
E se da lì a poco fosse successo qualcosa di terribile. Così disastroso ed apocalittico che il suo eco fosse stato percepibile anche indietro nel tempo?<br />
Amanda non era una scienziata, ma si rendeva conto di quanto fosse antiscientifica quell'idea.<br />
D'altra parte avevano incontrato tante cose strane ed inspiegabili.<br />
Si riscosse. Non era raccontandosi favole per bambini che si sarebbe fatta accettare nel turno alfa.<br />
Si diresse impettita verso il capitano per fare rapporto, piena di energia e voglia di fare.<br />
<br />
<br /><b>Prospettiva 7<br />
Droxine Carelli</b><br /><br />
Droxine aveva deciso di provare l'ebrezza del comando sedendosi nella poltrona del capitano.<br />
Ok.<br />
Ammettiamolo: le bastava fare quattro passi per sentirsi spossata.<br />
Althea aveva fatto miracoli per rimetterla in piedi in così poco tempo. Ma il suo corpo le ricordava quello che aveva passato. E che aveva i suoi tempi.<br />
Sfortunatamente aveva notato che il display del bracciolo era leggermente fuori squadra.<br />
Quindi ovviamente ora il suddetto display ora si trovava smontato nelle sue mani.<br />
Mani che avrebbero potuto essere impiegate meglio in mille altre riparazioni urgenti a bordo della nave, pensò.<br />
Ma questo era il dorato mondo della sindrome maniaco compulsiva da ingegnere...<br />
Il tenente Ocano la informò di una comunicazione urgente dal pianeta. Il nuovo ufficiale tattico capo.<br />
"Me la passi pure nel mio comunicatore, tenente."<br />
Un trillo uscì dal badge appuntato sul petto.<br />
"Salve tenente. Come procede la vacanza?"<br />
=^= Tenente. Si è verificato un episodio che ha colpito gli ufficiali di plancia. Il capitano ha ordinato di attivare la quarantena. Nessuno scambio tra la nave e la base a terra. =^=<br />
La voce di Droxine si tinse immediatamente di preoccupazione.<br />
"Cosa è successo? State bene?"<br />
=^= Sì non si preoccupi. Stiamo tutti bene. Si è trattato di un una specie di allucinazione, ma è durata pochissimo. Stiamo lavorando per determinare le cause. È stato piuttosto sconvolgente ma nulla di veramente pericoloso.  =^=<br />
"Lieta di sentirlo, tenente. Ma voglio rapporti regolari. Mi affido a lei, mi raccomando. Ah... e benvenuta in plancia... alla maniera della Seatiger... tranquilla NON ci si abituerà."<br />
=^= Ne terrò conto, grazie tenente. Ah, il capitano non lo ha specificato ma passi ad allarme giallo e faccia una scansione accurata. Lo stiamo facendo anche noi ma la strumentazione della Seatiger è molto più sensibile. Meglio fare anche una scansione dello spazio. Da terra sarà meno precisa ma potrebbe essere utile. =^=<br />
Il capitano, Anena, Althea, tutti.<br />
Tutti corpi morti sfigurati orribilmente.<br />
Droxine iniziò a strisciare indietro.<br />
"No... no... vi prego..."<br />
I corpi erano sempre più visibili. Illuminati dal nucleo di curvatura che stava pulsando sempre più velocemente.<br />
Sempre più luminoso...<br />
Droxine giunse le mani in preghiera.<br />
"Ti prego, mio signore. Perdonaci... perdonaci..."<br />
Ma ormai la luce era ormai quasi continua. Accecante. Ineluttabile. Fino a che l'annientamento li colpì tutti.<br />
<br />
Droxine era sulla poltrona di comando.<br />
Boccheggiava sotto lo guardo stupito del personale di plancia.<br />
Cosa diavolo era successo?<br />
Guardò il monitor della plancia.<br />
Fu colta dal pensiero di quanto fosse fallibile e pesante lo scafo in cui erano racchiusi.<br />
*...labilelAbiLeimperfettoInaffiDabiletiseiaffidataadundiofinto...*<br />
Il sistema di supporto vitale si poteva guastare in tanti di quei modi... e lei li conosceva tutti...<br />
"...sifidansifidanomAlifaraiSoloMoriremacchinemAccHinemAledette...*<br />
Si appoggiò allo schienale acutamente consapevole di essere dentro una palla di rottami pronta ad esplodere al minimo guasto.<br />
<br />
<br /><b>Prospettiva 8<br />
Anena Lawtoein</b><br /><br />
Il capitano stava blaterando ordini all'equipaggio.<br />
Come era il suo ruolo.<br />
Anena era più interessato al linguaggio del corpo del trill.<br />
Muscoli contratti, pupille dilatate.<br />
Era sconvolto.<br />
Naturale dopo l'orrida visione che avevano avuto tutti.<br />
Anche così giudicò la reazione eccessiva.<br />
Il capitano Kenar era stato sottoposto, da quando si erano trovati dispersi in quell'universo una pressione incredibile.<br />
Possibile che potesse crollare per una cosa simile?<br />
*...bamBolerotteroTterottEtuttiapezZipezzipezzI...*<br />
Analizzò il comportamento degli altri ufficiali di plancia.<br />
Althea vestiva un'espressione trasognata e confusa.<br />
Jason, per quanto incredibile sembrava addirittura svogliato. Nel mezzo vulcaniano convivevano due anime. Ma questo?<br />
Finn... Finn era l'ultima persona che si sarebbe aspettato cadere preda della depressione. Eppure eccolo lì. L'espressione vuota diceva tutto.<br />
Anna sembrava pervasa di rabbia ed aggressività. L'aveva vista operare in condizioni terrificanti riuscendo a mantenere il self-control. Ora era una tigre pronta a balzare.<br />
Amanda era l'unica sembrare reagire bene. C'erano comprensibili segni di stress e nervosismo. Normale considerato sia la visione che la recente promozione.<br />
*...nonlIterraiInsiemesonorottIrOttisistannosBriciolanDo...*<br />
Possibile che il punto fosse quello?<br />
L'equipaggio era stato sottoposto da troppo tempo alla paura ed alla disperazione.<br />
E se, semplicemente, fosse successo?<br />
Ogni cosa, per quanto resistente, ha un punto di rottura.<br />
E se la causa di quelle visioni fosse stato solo la conseguenza di ciò?<br />
La vicenda degli ovoidi era stata particolarmente devastante. Poter quasi protendersi e toccare la via di casa. Per poi venire sottratta.<br />
Oh sicuro. Una visone avuta contemporaneamente dai soli ufficiali di plancia. Ci doveva essere una causa esterna.<br />
*...giocattOlirottituttItuttIancheTu...*<br />
Ma forse sfruttava una debolezza interna già presente.<br />
Anena scosse la testa.<br />
Se era così non sapeva cosa avrebbe potuto fare.<br />
Il benessere mentale dell'equipaggio era sua responsabilità, e credeva di aver fatto un buon lavoro, ma non era bastato.<br />
Sentì un peso sulle spalle.<br />
*...rottorotOnonpuoifArenienTe...*<br />
L'equipaggio si era rotto e lui con loro. Era come se ci fosse stata una vocina nella sua testa che continuava a ripeterlo e...<br />
*...tuAresponsabiltAperdutIperdUti...*<br />
...aspetta un attimo...<br />
*...nonPuoifAreNullA...*<br />
...C'ERA una vocina nella sua testa che continuava a parlare e parlare...<br />
*...seiSolosoLosolo...*<br />
Era come cercare di sentire un tarlo nella credenza nel seminterrato, ma c'era. E come un tarlo erodeva la sua anima. Da dentro.<br />
Guardò gli altri.<br />
Come si comportavano. Forse anche loro...<br />
Corse verso il capitano.<br />
"Capitano! C'è qualcosa, qualcosa che ci parla nella mente. Come una vocina insistente."<br />
Arjan lo guardò esterrefatto. Come gli altri membri dell'equipaggio presenti.<br />
"Una vocina...? Guardiamarina, è sicuro?"<br />
"Sì, provi a concentrarsi."<br />
Arjan sembrò farlo. Poi scosse la testa.<br />
"Non sento niente, guardiamarina. Forse è meglio che si riposi un attimo."<br />
Anena lo vide nello sguardo del capitano. Preoccupazione per un altro membro dell'equipaggio che stava perdendo la testa.<br />
Lo vide anche nello sguardo degli altri.<br />
Si maledisse. Era caduto nel più bieco cliché delle malattie mentali. 'sentire le voci nella testa'.<br />
E se invece fosse stato vero?<br />
Forse era solo nella sua di testa.<br />
*...pateticoPateticodovrestiCuradegliAltrImaseipazzOpazZopazzO...*<br />
Stava immaginando tutto?<br />
No.<br />
No.<br />
No.<br />
Non ci sarebbe caduto. Non poteva. Non doveva.<br />
La voce c'era.<br />
Non era pazzo.<br />
Doveva attaccarsi a questa assoluta certezza.<br />
Si rivolse ad Althea. Consapevole di avere la voce rotta dalla disperazione.<br />
"Althea, tenente Sheva, forse si tratta di una sorta influenza telepatica. Tu non sente nulla?"<br />
<br />
Ma la betazoide la guardava trasognata, come se fosse immersa in un sogno.<br />
Si guardò intorno.<br />
Tutti lo guardavano.<br />
Con sguardi di compatimento...<br />
*...pateticoPazzotiriNchiuderannoscappScaPpavaivia...*<br />
NO! Concentrati.<br />
"Signor Queen! Analizzi la sua mente. Faccia appello alla logica! C'è qualcosa fuori posto in lei! Lo trovi!"<br />
Ma incontrò solo uno sguardo apatico.<br />
Si rivolse di nuovo al capitano.<br />
"Capitano! Il simbionte Kenar. Forse può aiutarla contro questa cosa."<br />
Arjan lo guardò.<br />
Scosse la testa.<br />
"Le assicuro, guardiamarina che il simbionte non..."<br />
Poi il viso del capitano si contrasse in una smorfia di orrore.<br />
"Non c'è più... Kenar non c'è più! È morto!"<br />
Crollò in ginocchio nella sabbia ai piedi di Anena.<br />
"Althea!"<br />
L'ufficiale medico si riscosse e si avvicinò con il tricorder medico.<br />
Pochi secondi bastarono per avere il responso.<br />
"Il simbionte sta bene. Ed anche l'ospite. Fisicamente è tutto a posto. Ma per qualche motivo il capitano è convinto di non avere più il legame con il simbionte."<br />
Anena si inginocchiò per mettersi al livello del capitano.<br />
"Capitano! Mi ascolti! È tutto falso. Lei sta bene! Si concentri. Kenar è dentro di lei e sta bene!"<br />
Ma il trill iniziò a singhiozzare. Lacrime ne solcarono gli zigomi.<br />
Si guardò intorno.<br />
Anena non aveva bisogno di essere un telepate per sentire la paura serpeggiare nelle menti dei presenti.<br />
Il capitano era caduto.<br />
L'uomo che li aveva portati lì attraverso l'inferno alla fine era caduto.<br />
Avevano perso l'unica ancora che avevano avuto da un tempo che sembrava ormai infinito.<br />
Anena poteva sentire le tessere del domino che ticchettavano cadendo una dopo l'altra.<br />
Le stesse che stavano ticchettando nelle menti di tutti gli altri.<br />
Se il capitano non era in grado di svolgere il suo ruolo...<br />
Quasi all'unisono tutte le teste si voltarono a guardare l'eterno ometto buffo tra di loro.<br />
Con gli occhi sgranati e la bocca semiaperta il Primo Ufficiale Comandante Dewey Finn finalmente alzò la testa ad incontrare tutti quegli guardi terrorizzati e disperati e... speranzosi?<br />
</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Tenente Comandante Droxine Carelli</author>
            <pubDate>Tue, 23 Sep 2025 08:00:00 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-07 Contrattacco</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=7</link>
            <description><![CDATA[Autore: Comandante Dewey Finn<br /><br /><JUSTIFY><br /><b>Heaven IV - Seatiger Island<br />
06/09/2398, ore 17:52 - D.S. 75681.49</b><br /><br />
Dewey Finn sentì il peso di tutti quegli sguardi come se qualcuno avesse appena scaricato un container di tritanio sulla sua schiena.<br />
<br />
Il Capitano Kenar - l'uomo che li aveva guidati attraverso l'inferno, che aveva affrontato Borg, Rettiliani e uova assassine senza mai vacillare - era ora in ginocchio sulla sabbia, singhiozzando come un bambino che aveva perso il suo giocattolo preferito. Tranne che il "giocattolo" era un simbionte secolare che, secondo il tricorder di Althea, stava perfettamente bene nel suo addome.<br />
<br />
...oratoccAateToccAaTetupateticoomettoseiTuseiTuresponsabilE...<br />
<br />
"Io?" disse Dewey ad alta voce, prima di rendersi conto che stava rispondendo alla vocina nella sua testa. "Cioè... io nel senso... cosa dovrei...?"<br />
<br />
Si guardò intorno. Jason lo fissava con quello sguardo vuoto che non gli aveva mai visto prima. Althea sembrava persa in un sogno ad occhi aperti. Anna aveva una mano sul phaser con un'espressione che diceva chiaramente "se qualcosa si muove nel modo sbagliato, sparo prima e faccio domande poi". Anena lo guardava con un misto di disperazione e... speranza?<br />
<br />
Solo Amanda sembrava relativamente presente, anche se continuava a stringere nervosamente il disco del pianoforte olografico come se fosse un talismano.<br />
<br />
...nonSainUllAnonnOnhaimaiFattoNullaoraMoriRannoTuttiperColpaTua...<br />
<br />
Dewey sentì il panico salire come bile in gola. Le sue mani iniziarono a tremare. Questa era esattamente la situazione che aveva sempre temuto. Il momento in cui tutti si sarebbero resi conto che lui era solo un impostore, un professore di musica che fingeva di essere un ufficiale della Flotta Stellare.<br />
<br />
Iniziò a tamburellare nervosamente le dita sulla coscia. Un ritmo. Quattro quarti. Come quando doveva calmarsi prima di un'esibizione.<br />
<br />
Tum-tum-tum-tum. Tum-tum-tum-tum.<br />
<br />
"Comandante Finn," la voce di Anena era tesa ma controllata "deve concentrarsi. C'è qualcosa che sta attaccando le nostre menti. Una sorta di influenza esterna. Deve..."<br />
<br />
"Lo so! Lo so! Ok? Lo sento anch'io!" esplose Dewey, le parole gli uscirono di bocca in un fiume incontrollato. "C'è questa... questa COSA che continua a dirmi quanto faccio schifo, il che, ok, non è esattamente una novità, ma di solito sono io a dirmelo da solo e non... aspettate."<br />
<br />
Si fermò.<br />
<br />
Le sue dita continuavano a tamburellare. E la vocina... era più debole. Non sparita, ma come se qualcuno avesse abbassato il volume.<br />
<br />
Tum-tum-tum-tum.<br />
<br />
"Comandante?" Amanda fece un passo avanti, gli occhi socchiusi. "Sta bene?"<br />
<br />
"No. Sì. Forse?" Dewey si alzò in piedi, iniziando a camminare avanti e indietro sulla sabbia. "È solo che quando faccio questo," tamburellò di nuovo le dita, "la voce è meno... forte. È come se..."<br />
<br />
Iniziò a fischiettare. Una melodia semplice, quasi infantile. "When the Saints Go Marching In". Non sapeva perché gli fosse venuta in mente quella, ma le sue dita la conoscevano bene.<br />
<br />
La vocina si affievolì ancora di più.<br />
<br />
...cosStaiFacendoStupidOstupido...<br />
<br />
Ma era decisamente più debole.<br />
<br />
"Tenente Kiss," disse improvvisamente, voltandosi verso Amanda "quando è stata colpita lei dalle... dalle visioni?"<br />
<br />
Amanda sembrò sorpresa dalla domanda diretta. "Io... sono stata l'ultima. Stavo suonando il pianoforte con Leira e poi..."<br />
<br />
"E poi ha smesso di suonare," la interruppe Dewey, l'eccitazione che iniziava a prendere il posto del panico. "È stata colpita quando ha SMESSO di fare musica!"<br />
<br />
Jason sollevò lo sguardo apatico. "Comandante, non vedo la rilevanza..."<br />
<br />
"Certo che non la vede! Perché sta cercando di PENSARE!" Dewey si voltò verso di lui, quasi saltellando per l'agitazione. "Ma la musica non è pensiero logico, è... è pattern, è ritmo, è frequenze! E se questa cosa, qualunque cosa sia, è anche lei una frequenza? Un suono che ci sta letteralmente suonando il cervello?"<br />
<br />
...scioChezzEsCiocchezzenOnhaSensoNoNfunziOnerà...<br />
<br />
Ma la voce era ancora più debole ora che ci stava pensando in termini musicali.<br />
<br />
Anena fece un passo avanti, gli occhi improvvisamente più lucidi. "Comandante, potrebbe avere ragione. È l'unico che ha senso. Ma come..."<br />
<br />
"Aspettate, aspettate," Dewey si portò le mani alla testa, cercando di organizzare i pensieri. "Ok, quindi abbiamo... abbiamo questo pianeta che sembra un paradiso, giusto? Heaven IV. Con delle tribù primitive. E poi abbiamo Heaven III che è un deserto nucleare radioattivo con un satellite chiamato HADES. Cioè, dai, non serve essere un genio per capire che qualcosa di molto brutto è successo lì."<br />
<br />
Si voltò verso il Capitano, che era ancora in ginocchio ma almeno aveva smesso di singhiozzare e lo stava guardando con occhi vitrei.<br />
<br />
"Capitano, so che in questo momento pensa di aver perso Geran, ma le assicuro che è lì dentro. Il tricorder lo dice. Althea lo dice. E io... beh, io non sono un dottore ma sono abbastanza sicuro che se avesse davvero perso il simbionte sarebbe morto, non solo triste."<br />
<br />
Kenar lo guardò senza rispondere, le lacrime che gli solcavano ancora le macchie trill.<br />
<br />
...bravoFinnBravoOraHaiOffesoAncheilCapitanoSeiunDisastro...<br />
<br />
Dewey deglutì a fatica ma continuò, tamburellando le dita contro la gamba.<br />
<br />
"Quello che sto cercando di dire è... e se qualcuno, molto tempo fa, ha piazzato qui dei... non so, degli amplificatori di paura? Dei generatori di angoscia? Tipo un sistema di difesa che prende le tue paure più profonde e le amplifica fino a farti impazzire?"<br />
<br />
"Per quale motivo qualcuno dovrebbe fare una cosa del genere?" chiese Anna, la voce aspra. La sua mano era ancora pericolosamente vicina al phaser.<br />
<br />
"Non lo so! Forse per tenere lontani gli invasori? O forse..." Dewey si fermò, gli ingranaggi che giravano nella sua testa "O forse per tenere soggiogata una popolazione che aveva già fatto qualcosa di terribile. Come... come una prigione mentale permanente."<br />
<br />
Althea finalmente sembrò scuotersi dal suo torpore. "Comandante, sta suggerendo che gli abitanti di questo pianeta sono... prigionieri?"<br />
<br />
"Sto suggerendo che non lo so!" disse Dewey, la frustrazione evidente nella voce. "Sto solo cercando di mettere insieme i pezzi mentre questa COSA nella mia testa continua a dirmi che sto facendo tutto sbagliato, il che, ok, probabile, ma almeno sto PROVANDO!"<br />
<br />
Iniziò a camminare più velocemente, gesticolando selvaggiamente.<br />
<br />
"Pensateci. Heaven III è distrutto. Anena ha detto di sentire 'echi di sofferenza' da lì. Heaven IV sembra un paradiso ma ha solo tribù primitive nonostante sia perfetto per una civiltà avanzata. E ora noi, con la nostra tecnologia, arriviamo qui e improvvisamente tutti iniziamo ad avere incubi a occhi aperti. Non vi sembra un po' troppo conveniente?"<br />
<br />
Jason, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, finalmente parlò con un filo di voce: "Sta ipotizzando un sistema di difesa automatico."<br />
<br />
"Sì! Esattamente!" Dewey puntò il dito verso di lui con entusiasmo eccessivo. "Un sistema che rileva tecnologia avanzata e attiva qualcosa che... che suona una frequenza che amplifica le paure. Come un... un phaser sonico emotivo."<br />
<br />
"Phaser sonico emotivo non è un termine tecnico," mormorò Jason, ma c'era una scintilla nei suoi occhi. Come se una parte della sua mente vulcaniana stesse iniziando a combattere contro l'apatia.<br />
<br />
"Lo so! Me lo sono appena inventato! Ma funziona come spiegazione, no?" Dewey si voltò verso Amanda. "Tenente Kiss, lei ha il disco olografico del pianoforte?"<br />
<br />
Amanda annuì, stringendolo ancora più forte.<br />
<br />
"Bene. Lo faccia suonare. Qualsiasi cosa. Qualcosa di ritmico e forte."<br />
<br />
"Comandante, non capisco..."<br />
<br />
"Lo so! Neanch'io! Ma se la musica ha protetto lei e se ha aiutato me quando tamburello, allora forse... forse è come un rumore bianco. Qualcosa che interferisce con la frequenza che ci sta attaccando."<br />
<br />
Amanda esitò, guardando il Capitano ancora in ginocchio. Ma poi, con decisione, posò il disco sulla sabbia e lo attivò.<br />
<br />
Il pianoforte olografico si materializzò con il suo solito bagliore azzurro.<br />
<br />
"Cosa vuole che suoni?" chiese Amanda.<br />
<br />
"Qualcosa forte. Ritmico. Qualcosa che..." Dewey si fermò, poi sorrise per la prima volta da quando l'incubo era iniziato. "Qualcosa rock."<br />
<br />
Amanda inarcò un sopracciglio ma si sedette davanti al pianoforte olografico. Le sue dita volarono sui tasti e le prime note di "Don't Stop Believin'" dei Journey riempirono l'aria della spiaggia.<br />
<br />
Per un momento non successe nulla.<br />
<br />
Poi Dewey sentì la vocina... vacillare.<br />
<br />
...noNfunzIonerà... non... funzio...<br />
<br />
Si affievolì. Non sparì, ma si affievolì decisamente.<br />
<br />
Guardò gli altri. Kenar aveva smesso di piangere e stava guardando le sue mani con espressione confusa. Althea si stava massaggiando le tempie come se si stesse svegliando da un lungo sonno. Jason aveva già tirato fuori il tricorder e stava facendo scansioni frenetiche. Anche Anna sembrava meno tesa, anche se la sua mano non aveva ancora lasciato il phaser.<br />
<br />
"Sta... sta funzionando?" chiese Anena, la voce carica di incredulità.<br />
<br />
"Non lo so," ammise Dewey "ma è meglio di niente, giusto?"<br />
<br />
Si avvicinò al Capitano e gli tese una mano.<br />
<br />
"Capitano? Kenar è ancora lì. Lo prometto. Ora per favore si alzi perché, e lo dico con tutto il rispetto possibile, io NON sono assolutamente pronto ad assumere il comando di questa nave."<br />
<br />
Kenar lo guardò. Per un lungo momento non si mosse. Poi, lentamente, afferrò la mano di Dewey e si lasciò tirare in piedi.<br />
<br />
"Il simbionte..." mormorò, la voce roca.<br />
<br />
"È lì. Controlli. Lo senta," disse Dewey con fermezza inaspettata.<br />
<br />
Kenar chiuse gli occhi. Dopo qualche secondo, un respiro tremante gli sfuggì dalle labbra. "È... è vero. È lì. Io... cosa mi è successo?"<br />
<br />
"La stessa cosa che è successa a tutti noi," disse Anena, avvicinandosi. "Qualcosa ci ha attaccato. Qualcosa che amplifica le nostre paure peggiori."<br />
<br />
"E il Comandante Finn pensa sia un suono," aggiunse Amanda, le sue dita che continuavano a danzare sui tasti olografici.<br />
<br />
Jason finalmente parlò, la sua voce che recuperava un po' della solita precisione clinica: "Le scansioni mostrano onde sonore a bassissima frequenza. Infrasuoni. Sotto la soglia dell'udito cosciente ma... c'è qualcosa di anomalo nel pattern. Come se fossero... modulati. Artificialmente."<br />
<br />
"Dove ha origine?" chiese Kenar, la sua voce che recuperava lentamente autorevolezza.<br />
<br />
Jason regolò il tricorder. "È difficile triangolare con precisione ma... sembra provenire da più punti. Come se ci fossero emettitori distribuiti su tutta l'isola. No, aspetti..." scrutò i dati "Su tutto il pianeta."<br />
<br />
"Un sistema planetario," mormorò Anena. "Proprio come ipotizzato dal Comandante."<br />
<br />
Dewey sentì un misto di orgoglio e terrore. "Quindi... ho ragione? Cioè, davvero? Perché di solito quando ho ragione è per puro caso e poi scopriamo che in realtà avevo capito tutto male e..."<br />
<br />
"Comandante," Kenar posò una mano sulla sua spalla, fermando il fiume di parole. I suoi occhi erano ancora arrossati ma erano di nuovo lucidi. Presenti. "Ha fatto un ottimo lavoro."<br />
<br />
...fortunaSoloFortunanoNseiCaApaceprossimaVoltanoNce...<br />
<br />
La vocina era ancora lì, ma così debole che Dewey poteva quasi ignorarla. Quasi.<br />
<br />
"Signor Queen," disse Kenar, la sua voce che tornava al tono di comando "voglio una scansione completa del pianeta. Localizzi tutti gli emettitori. Tenente Sheva, continui i controlli medici su tutti. Tenente Calvi, il perimetro rimane attivo. Nessuno dentro, nessuno fuori finché non capiamo con cosa abbiamo a che fare."<br />
<br />
Si voltò verso Dewey. "Comandante Finn, lei e il Consigliere Lawtoein dovete capire PERCHÉ questo sistema esiste. C'è stata una guerra tra Heaven III e IV? È un sistema difensivo? Punitivo? Dobbiamo saperlo prima di decidere il da farsi."<br />
<br />
Dewey annuì, cercando di sembrare più sicuro di quanto si sentisse.<br />
<br />
"E tenente Kiss," Kenar si rivolse ad Amanda che continuava a suonare "continui così. Se la musica interferisce con il segnale, allora la usiamo. Appena tornati a bordo useremo gli altoparlanti interni per diffondere musica in tutta la nave."<br />
<br />
"Capitano," intervenne Anna, la voce ancora tesa "e se questo sistema reagisce? Se attacca più forte?"<br />
<br />
"Allora faremo quello che abbiamo sempre fatto, tenente," rispose Kenar, un accenno di sorriso sulle labbra. "Affronteremo anche quello."<br />
<br />
La musica di Amanda riempiva ancora l'aria mentre il sole di Heaven IV iniziava lentamente a scendere verso l'orizzonte, tingendo il cielo di sfumature arancioni e viola.<br />
<br />
Dewey guardò i suoi compagni. Erano ancora scossi, ancora segnati da quello che avevano vissuto. Ma erano di nuovo presenti. Di nuovo loro stessi.<br />
<br />
Almeno per ora.<br />
<br />
...èSoloUnaTreguaTreGuaprEstotorneràpiùFortePiùforte...<br />
<br />
Sì, pensò Dewey tamburellando nervosamente le dita. Probabilmente tornerà. Ma almeno ora sappiamo che c'è.<br />
<br />
E questa, per quanto poco fosse, era pur sempre una vittoria.<br />
<br />
Una piccola, fragile, terrificante vittoria.<br />
<br />
"Comandante Finn," la voce di Anena lo scosse dai suoi pensieri "pronto ad andare a caccia di risposte?"<br />
<br />
Dewey lo guardò, poi guardò il resto della squadra che si stava riorganizzando, poi il sole che calava all'orizzonte.<br />
<br />
"No," disse onestamente. "Ma quando mai lo sono stato?"<br />
<br />
E con quello, si incamminò verso l'interno dell'isola, dove gli emettitori aspettavano silenziosi, continuando a cantare la loro canzone di paura e disperazione.<br />
<br />
Una canzone che, ora lo sapevano, qualcuno aveva composto molto tempo prima.<br />
<br />
Rimaneva solo da scoprire perché.<br />
<br />
E, cosa ancora più importante, se potevano - o dovevano - spegnerla.<br />
</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Comandante Dewey Finn</author>
            <pubDate>Fri, 07 Nov 2025 08:00:00 +0100</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-08 Gli allegri esploratori</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=8</link>
            <description><![CDATA[Autore: Tenente Anna Maria Calvi<br /><br /><JUSTIFY><br />
<br /><b>Heaven IV - Seatiger Island<br />
06/09/2398, ore 18:30 - D.S. 75681.56</b><br /><br />
Dalla Seatiger si erano fatti mandare un sistema di riproduzione musicale con altoparlanti che coprivano l'intero perimetro dell'area occupata dagli uomini ancora presenti sulla spiaggia, così da permettere al Tenente Kiss di smettere di suonare e poter tornare ai suoi doveri.<br />
<br />
Kenar aveva dato ordine di risalire alla maggior parte dell'equipaggio, dopo aver istruito Carelli affinché la musica risuonasse per tutta la nave, così da ridurre al minimo l'effetto di quegli emettitori. La mossa successiva era quella di raggiungere Haeven III per cercare risposte sul perché fossero stati installati quegli emettitori; sebbene la Seatiger si fosse già riposizionata in un'orbita bassa per facilitare il rientro dell'equipaggio, le riparazioni in corso al nucleo non permettevano ancora alla possente nave di riprendere la navigazione interplanetaria. Aveva così deciso d'inviare una navetta esplorativa, guidata da Queen e Kiss e che comprendeva, oltre al pilota, un ufficiale della sezione ingegneria. due della sezione scientifica e una squadra della sicurezza<br />
Nel frattempo, la squadra guidata da Finn e Lawtoein e formata da un paio d'uomini della sezione scientifica e una squadra della sicurezza, stavano per raggiungere l'emettitore, situato al centro dell'isola.  Avevano evitato di usare il teletrasporto o altri mezzi tecnologici, vista la teoria che avevano sviluppato, che gli emettitori si attivavano all'avvicinarsi di mezzi tecnologici avanzati. Sarebbe anche stata una passeggiata piacevole, poiché il percorso tra la foresta vergine dell'isola, mostrava scorci di una bellezza primitiva mai vista da alcuno finora e il clima del calar della sera era piacevole. Purtroppo, le vibrazioni che nonostante la musica attenuava un po', erano sempre presenti, lasciando l'animo dei partecipanti alla missione in stato di continua agitazione. <br />
<br />
"Eccolo." Disse Anena una volta sbucati in una radura, dove al centro si stagliava una struttura metallica dalla forma di obelisco, alta un paio di metri e larga alla base circa un metro e dalle pareti perfettamente lisce ed uniformi. Gli uomini della Seatiger si avvicinarono per esaminarlo meglio e gli ufficiali scientifici cominciarono ad usare i loro tricorder con cautela. Ma la vibrazione sembrava calare mentre si avvicinano alla struttura, fino a quasi sparire una volta arrivati davanti ad essa. Gli girarono attorno per cercare una via d'accesso all'obelisco, ma non trovarono nessun pertugio che permettesse loro di avere un'accesso diretto coi meccanismi interni dell'emettitore. Il Tenente Raven alzò gli occhi dal suo strumento e disse "la parte che vediamo è solo la punta, in effetti la sua base è situata a dieci metri in profondità nel sottosuolo."<br />
"Allora può darsi che la porta d'ingresso sia posizionata là in fondo." rispose Anena.<br />
"Nessuno ha pensato a portare un badile, vero?" disse un Finn sconsolato.<br />
<br /><b>Haeven III - orbita bassa - navetta esplorativa<br />
06/09/2398, ore 18:50 - D.S. 75681.60</b><br /><br />
Avevano già fatto due orbite alte attorno al pianeta morto, e non avevano rilevato niente di utile: nessun segnale che ci fosse rimasto qualcosa d'interessante da scoprire su quel pianeta, ridotto ad un deserto radioattivo da chissà quale immane catastrofe.<br />
<br />
Decisero di abbassarsi e concentrarsi sulla zona che dalla conformazione e dai pochi ruderi rimasti, sembrava essere stata un'area molto popolata e magari un centro di comando.<br />
<br />
"Niente di utile Signor Queen?" chiese il Tenente Kiss dalla sua postazione accanto al pilota.<br />
"Come c'era d'aspettarsi ogni forma di tecnologia è morta, come tutto il resto del pianeta. Però sto registrando dei dati che indicano delle cavità sottosuolo, che sono sicuramente non di origine naturale. Purtroppo, le radiazioni non permettono agli strumenti di essere più precisi."<br />
"È possibile trasportarci all'interno di queste cavità? Gli abitanti di questo mondo potrebbero aver deciso di preservare parte della loro cultura in un luogo sicuro, e nasconderla sottoterra, potrebbe essergli sembrata una buona idea." disse Kiss che continuò "A che livello sono le radiazioni laggiù?"<br />
"Niente da cui le tute EVA non potrebbero ripararci e il teletrasporto è possibile." rispose Queen.<br />
"Bene, informiamo il Capitano e poi prepariamoci a scendere." disse una Kiss decisa, facendo segno ai componenti della squadra di prepararsi.<br />
<br />
<br /><b>Haeven III - cavità sotterranea - <br />
06/09/2398, ore 19:30 - D.S. 75681.67</b><br /><br />
Queen e Kiss e la squadra di sbarco si erano teletrasportati al centro della cavità sotterranea che i sensori avevano rilevato e che un tempo si sarebbe trovata sotto quella che avrebbe dovuto essere una grande città.<br />
Il buio era totale, in quanto ogni forma di energia era morta da centinaia di secoli e solo le torce delle tute EVA dei due ufficiali della Seatiger illuminavano l'area circostante. Cercando di fare più luce si erano portati dei generatori portatili, ai quali avevano attaccato dei potenti fari. Quando il tenente Rodien, un giovane ma preparato ingegnere, terminò di assemblare il tutto e diede luce, ciò che apparve ai loro occhi li lasciò quasi senza fiato: tutto l'enorme spazio era occupato da raccoglitori di metallo che andavano dal pavimento sino al soffitto. Queen e Kiss si avvicinarono alla parete alla loro destra per osservare meglio e videro che ogni raccoglitore recava all'esterno un'etichetta metallica con delle cifre in caratteri sconosciuti.<br />
Queen provò ad aprirne uno e come sospettava erano aperti e il contenuto si mostrò ai loro occhi: centinaia di pagine non rilegate scritte negli stessi caratteri che avevano trovato sulle targhette.<br />
"Cosa saranno?" chiese Amanda<br />
"Dovrei prima sottoporli ad un'analisi del computer di bordo per avere una traduzione accurata, ma non mi sento di escludere che possa trattarsi della storia di questo popolo. Se sapesse che la sua civiltà sta morendo, non vorrebbe trovare un modo di lasciare una traccia della sua storia?" rispose l'ufficiale scientifico affascinato da quello che avevano trovato, che nel frattempo stava già provvedendo a scansionare.<br />
"Bisogna decifrare la loro scrittura, così da capire con che sistema li hanno catalogati." disse la donna "Se riusciamo a trovare quelli più recenti, probabilmente è lì che troveremo il perché hanno installato quei maledetti emettitori!" e nel ripensare a quanto male l'avevano fatta sentire quegli inquietanti oggetti, le tremò un po' la voce.<br />
"Ha ragione Tenente. Queen a Seatiger."<br />
=^=Parla Kenar. Trovato qualcosa di utile Signor Queen?=^=<br />
"Sto per inviare delle scansioni di pagine scritte nella lingua di Haeven: bisogna decifrare i caratteri in cui scrivevano gli antichi abitanti del pianeta, così potremo accedere alla loro storia."<br />
=^=Proceda con l'invio. Vi faremo avere quanto richiesto al più presto. Chiudo.=^=<br />
"Intanto che aspettiamo, che ne dice se esploriamo questo posto? Rilevo altre stanze da quella parte!" disse Amanda. Il fatto di non sentire più quel maledetto ronzio di fondo che cercava d'infilarsi nella sua mente, le aveva fatto ritrovare la sua solita impulsività e, in fondo, lì era tutto morto e sepolto da secoli, quindi per una volta pensò che non potesse succedere niente di male.<br />
</JUSTIFY><br />
]]></description>
            <author>Tenente Anna Maria Calvi</author>
            <pubDate>Wed, 10 Dec 2025 08:00:00 +0100</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-09 La discesa nel buio</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=9</link>
            <description><![CDATA[Autore: Tenente Althea Sheva<br /><br /><JUSTIFY><br />
<br /><b>Heaven IV - spiaggia<br />
06/09/2398, ore 20:30 - D.S. 75681.79</b><br /><br />
Il sole di Heaven IV stava scomparendo oltre l'orizzonte, tingendo l'oceano di un viola livido e innaturale, ma per Althea Sheva quella bellezza era solo un velo pietoso steso su una realtà mostruosa. Nonostante le note ritmiche di Bohemian Rhapsody che saturavano l'aria della spiaggia, la dottoressa percepiva una dissonanza che nessun altoparlante poteva coprire. <br />
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Si avvicinò a un gruppo di ingegneri del turno Beta che sedevano immobili vicino a una cassa acustica; i loro corpi seguivano il ritmo con oscillazioni meccaniche, ma i loro sguardi erano persi in una fissità vitrea, priva di qualsivoglia scintilla emotiva. Althea passò il tricorder medico su un giovane guardiamarina e il responso fu un colpo al cuore.<br />
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"Capitano, guardi i loro occhi" disse Althea, intercettando Kenar mentre camminava nervosamente lungo il bagnasciuga "Non sono rilassati. Sono svuotati"<br />
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Kenar si fermò, le pupille ancora leggermente dilatate dal suo stesso trauma "La musica li sta proteggendo, Althea. Queen ha confermato che l'interferenza sta reggendo. Almeno ora non urlano più"<br />
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"Non urlano perché non hanno più la forza di farlo, Signore" ribatté lei, mostrando il display del tricorder con un gesto brusco "Questa è apatia per saturazione. La musica agisce come un rumore bianco, impedisce alle allucinazioni di formarsi nella mente cosciente, ma la radiazione infrasonica del pianeta sta ancora filtrando. Sta bombardando il loro sistema limbico attraverso le ossa, attraverso i nervi. È come cercare di curare un'emorragia interna mettendo un cappotto sopra il paziente per non vedere il sangue. Se non interveniamo subito, tra tre ore l'erosione sinaptica diventerà irreversibile. Diventeranno gusci vuoti, Capitano. Corpi sani con menti completamente rase al suolo"<br />
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Anna Maria Calvi, che era rimasta in ascolto poco distante, scosse la testa con gravità "Credo che abbia ragione, Capitano, lo vedo nello sguardo dei miei uomini. Sono come tante corde tese che stanno per spezzarsi. Althea ha ragione: il silenzio sotto la musica è più rumoroso del suono stesso"<br />
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"E allora cosa propone, Dottoressa?" intervenne Zoe, avvicinandosi a passo spedito  "Non possiamo spegnere gli altoparlanti, ci farebbe impazzire tutti in pochi secondi"<br />
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Althea fissò il capo operazioni, poi volse lo sguardo verso il mare mentre rifletteva "Dobbiamo cambiare strategia. La logica di Queen e i dati storici potrebbero non bastare, sento che al di sotto di tutto questo c'è molto di più. Per disarmare questa macchina, dobbiamo capirne il funzionamento dall'interno" fece un respiro profondo, stringendo il tricorder al petto "Tornerò sulla nave, nel mio alloggio. Lì spegnerò la musica. E userò la mia telepatia come una sonda chirurgica per dissezionare la struttura della paura"<br />
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La prima a scattare fu il tenente Calvi "Di cosa sta parlando dottoressa?!" <br />
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"Ascoltatemi bene" continuò Althea, la voce che si faceva più tagliente per sovrastare i bassi della musica "La paura che sentiamo non è un'emozione astratta; questo è un costrutto architettonico fatto di onde e risonanze artificiali, ma basate su qualcosa che è strettamente umanoide. Ha una frequenza portante che scava nel talamo e una modulazione che distorce i ricordi, sovrapponendo l'angoscia alla realtà.. ma questa angoscia non è semplicemente qualcosa di studiato da una macchina, ma sulla base di percezioni e pensieri umanoidi. Dissezionarla significa scendere nel nucleo del dolore e separare i tessuti: identificare dove finisce l'impulso sintetico e dove inizia quella parte di emozioni che appartenevano a coloro che hanno dato inizio a tutto questo. È come cercare una melodia stonata nel bel mezzo di un'orchestra assordante: non posso farlo se continuo a urlare sopra di essa con il rock. Devo spogliare l'orrore, strato dopo strato, finché non rimarrà solo la sua impronta più umana, la sua "firma" biologica. Una volta isolata quella radice, potremo capire finalmente lo scopo di tutto questo orrore. Ma per farlo, devo lasciarmi colpire"<br />
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"Assolutamente no!" scattò Kenar, facendo un passo avanti "È una missione suicida. Sei una betazoide, Althea. Senza protezione, quel segnale ti friggerà il cervello prima ancora che tu possa formulare un pensiero!»<br />
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"Sono un ufficiale medico e possiedo capacità empatiche, Capitano" rispose lei con la convinzione di chi è certa di ciò che è necessario fare "Non è un dato matematico quello che ci colpisce, è un flusso di dolore creato al solo scopo di colpire i nostri cervelli. Se riesco a isolare il nucleo di questa 'voce', se riesco a capire come si aggancia alla nostra memoria, potrò capirne il senso ed infine il modo per difendere l'equipaggio. Non ho scelta. Non abbiamo scelta"<br />
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Zoe le afferrò un braccio, lo sguardo carico di un terrore genuino. "Dottoressa, non lo faccia. Abbiamo già visto cosa c'è là dentro. Se si perde in quel buio, non potremo venirla a prendere"<br />
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Althea gli rivolse un sorriso malinconico, liberandosi con dolcezza dalla stretta "Il mio compito è guarire, tenente. E questo pianeta è malato. Non posso operare un tumore se mi rifiuto di guardare dove affondo il bisturi" senza aggiungere altro si girò per raggiungere la nave ma si ricordò che poche ore prima la Seatiger era tornata in orbita, quindi sfiorò il comunicatore "Tenente Sheva a plancia, uno da portare su"<br />
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<br /><b>USS Seatiger - ponte alloggi ufficiali superiori<br />
Alloggio Sheva Althea<br />
06/09/2398, ore 20:50 - D.S. 75681.83</b><br /><br />
Pochi istanti dopo, Althea stava percorrendo il corridoio deserto del ponte alloggi. La musica dei Journey risuonava negli altoparlanti della nave, un ordine di Kenar che ora le sembrava un rumore insopportabile. Entrò nel suo alloggio e il portello si chiuse con un fruscio. Per un momento si limitò a guardare le sue cose, i suoi libri, la poltrona dove leggeva di solito. <br />
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"Computer" disse, e la sua voce tremò solo per un istante "Spegni la musica in questo alloggio, autorizzazione dell'ufficiale medico capo. Isolamento audio totale. Blocca il portello"<br />
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Il silenzio non era assenza di suono. Per Althea Sheva, nel momento esatto in cui il comando vocale spense la musica nel suo alloggio, il silenzio divenne una massa fisica, un fluido denso e gelido che le riempì le orecchie, i polmoni e, infine, i pensieri.<br />
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Sprofondò nel buio della stanza, ma i suoi occhi betazoidi non videro le pareti familiari. La sua barriera telepatica, solitamente elastica e resistente, si schiantò come cristallo sotto un maglio. Non ci fu tempo per analizzare, non ci fu spazio per dissezionare.<br />
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L'incubo la trascinò sotto, senza fiato.<br />
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Il silenzio non durò che un battito di ciglia, prima di trasformarsi in un urlo psichico che la scaraventò altrove. Althea non era più nel suo alloggio; si ritrovò improvvisamente sotto la luce cruda e intermittente di una sala operatoria distorta, le cui pareti sembravano trasudare un fumo nero e denso.<br />
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Sul tavolo operatorio davanti a lei giaceva Finn. Il suo petto era aperto, ma non c'erano divaricatori o strumenti chirurgici a tenerlo fermo: i tessuti sembravano lacerati da una forza invisibile. Althea sentì il peso familiare e rassicurante del laser chirurgico tra le dita, ma quando abbassò lo sguardo, vide con orrore che le sue mani erano avvolte da una luminescenza grigiastra, una vibrazione che faceva marcire la carne al solo contatto.<br />
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"Dottoressa... mi aiuti..." sussurrò Finn. La sua voce non proveniva dalle labbra, che erano cucite da fili d'ombra, ma vibrava direttamente nelle ossa di Althea.<br />
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In preda a un istinto disperato di guarigione, lei affondò le mani nel torace del comandante per estrarre quella che credeva essere la fonte del male: una massa nerastra che pulsava al ritmo del cuore di Heaven IV. Ma quando sollevò il "tumore", la luce della lampada scialitica rivelò la verità: tra le sue dita non c'era un'infezione, ma il cuore sano, vibrante e ancora caldo di Finn. Lo stava strappando via con le sue stesse mani, convinta di curarlo.<br />
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"No!" gridò, ma il suono della sua voce fu soffocato da un'ondata di agonia telepatica. Le sue dita, invece di rimarginare, trasmettevano una frequenza distruttiva che polverizzava i vasi sanguigni del paziente. Non era più un medico, era la sorgente della malattia che stava consumando la Seatiger.<br />
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L'orrore la schiacciò, portandola sull'orlo del collasso mentale, ma fu proprio in quel momento di massima intensità che qualcosa in lei, la parte più profonda e addestrata della sua natura Betazoide, ebbe un sussulto di ribellione.<br />
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*Aspetta*<br />
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Il pensiero emerse come una bolla d'aria in un oceano di fango. Althea sentiva il dolore di Finn, un dolore atroce, eppure era sterile. Come medico, sapeva che un trauma di quella portata avrebbe scatenato un caos biochimico: l'odore del sangue, il calore della febbre, il sudore freddo della vittima. Ma lì, in quell'incubo, non c'era calore. Il cuore tra le sue mani era freddo come metallo e il dolore che percepiva era troppo strutturato, troppo "pulito". Era una sequenza ripetitiva, una serie di impulsi che ricalcavano uno schema matematico perfetto, non l'agonia disordinata di un essere vivente.<br />
<br />
"Questo non è dolore" ansimò Althea nella sua mente, forzando i propri recettori a guardare oltre l'immagine del corpo straziato di Finn. "Questa è... una costruzione meccanica, esattamente quello che non mi serve"<br />
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La sua parte razionale, quella allenata a distinguere le proiezioni telepatiche dai sentimenti genuini, riconobbe l'inganno. Il segnale stava cercando di usare il suo senso di colpa per paralizzarla, ma nel farlo aveva commesso un errore logico: aveva proiettato un dolore troppo perfetto per essere vero. Quella realizzazione fu come un primo crepaccio nella muraglia dell'incubo. La visione della sala operatoria iniziò a tremare ai bordi, rivelando per un istante la poltrona del suo alloggio e il ronzio soffocato dei computer di bordo.<br />
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Ma il macchinario non accettò la sconfitta. Non appena Althea identificò la natura meccanica dell'inganno, la sala operatoria non svanì per riportarla alla realtà del suo alloggio. Al contrario, si sciolse come inchiostro nell'acqua, lasciandola sospesa in un vuoto bianco, assoluto e asettico.<br />
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Non c'era sopra, non c'era sotto. Non c'era il ronzio dei motori della Seatiger, né il battito del suo stesso cuore. Per una Betazoide, quella deprivazione sensoriale era un'esecuzione. Il "rumore" empatico che solitamente la circondava, quel brusio vitale che le confermava di essere parte di un universo senziente, era stato reciso di netto.<br />
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"Computer..." tentò di dire, ma non udì la propria voce. Le sue labbra si muovevano, ma il suono veniva annullato prima di nascere.<br />
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Fu allora che iniziò l'erosione. <br />
<br />
Althea sentì la propria identità sfilacciarsi. Il segnale non stava più proiettando mostri; stava cancellando le fondamenta della sua memoria. Cercò di aggrapparsi alla propria laurea medica, ma vide le parole sui libri della sua mente sbiadire fino a diventare pagine bianche. Cercò di visualizzare il volto di suo padre, ma i tratti dell'uomo si mescolarono in una massa informe di nebbia grigia.<br />
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*...chi sei?...* sussurrava il vuoto *...non sei un medico... non sei una figlia... sei solo un'antenna che trasmette il nostro dolore...*<br />
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Althea si guardò le mani e, con un orrore che superava quello della sala operatoria, vide che stavano diventando trasparenti. Non stava svanendo fisicamente, ma la sua mente stava perdendo la connessione con la propria biologia.<br />
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Era il punto di rottura. <br />
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Nel buio reale del suo alloggio, il corpo di Althea era rannicchiato sul pavimento, i muscoli tesi in uno spasmo involontario. Non c'era sangue, non c'erano lesioni visibili, ma il suo sistema nervoso stava urlando sotto il peso di una sovrappressione telepatica che minacciava di spegnere la sua coscienza.<br />
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Il dolore non era più un'immagine; era una vibrazione pura che le scuoteva le ossa, cercando di trasformarla in un guscio vuoto. Ogni ricordo che cercava di evocare veniva sommerso da un ronzio bianco, un'interferenza che cancellava i volti, i nomi, le ragioni per cui si trovava lì.<br />
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*Cedi..* ordinava la frequenza *...diventa parte del silenzio...*<br />
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Althea sentì la propria volontà scivolare via. Ma fu proprio in quel vuoto che scattò il paradosso. Il suo corpo, privato di ogni stimolo esterno e soffocato dal segnale, reagì con un violento riflesso primordiale. Un'improvvisa scarica di adrenalina, dettata dall'istinto di sopravvivenza più basico, le incendiò i nervi.<br />
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Fu un sussulto fisico, un colpo di tosse secca e improvvisa che le squarciò i polmoni, riportandola bruscamente alla realtà tattile.<br />
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Il vuoto bianco svanì. Althea si ritrovò con la guancia premuta contro il metallo freddo del pavimento del suo alloggio. Il silenzio era ancora lì, denso e pesante come piombo, ma quel contatto fisico, il freddo del pavimento, il sapore amaro della saliva, il battito accelerato del suo cuore, agì da àncora. A svegliarla fu la discrepanza tra il "nulla" dell'incubo e la solidità del mondo reale. Per un medico, quella era la prima diagnosi: il suo corpo era vivo, dunque il silenzio mentiva.<br />
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Aprì gli occhi. Aveva resistito alla prima ondata senza che il segnale riuscisse a "resettare" le sue sinapsi ma la guerra era ancora lunga. Così, senza capirne lo scopo, si ritrovò a camminare in un'infermeria che non finiva mai.<br />
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<br /><b>Heaven III - cavità sotterranea<br />
06/09/2398, ore 20:56 - D.S. 75681.84</b><br /><br />
Il silenzio all'interno della cavità sotterranea di Heaven III era talmente denso da sembrare quasi solido, rotto solo dal fruscio ritmico dei ricircolatori d'aria delle tute EVA. Jason Queen procedeva lentamente, con la torcia montata sulla spalla che tagliava il buio assoluto, rivelando pareti di una pietra nera così levigata da sembrare vetro. Amanda Kiss lo seguiva a breve distanza, tenendo gli occhi fissi sul tricorder, i cui segnali acustici erano gli unici battiti vitali in quel mausoleo planetario.<br />
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Superata una soglia monumentale, i due ufficiali si ritrovarono in un ambiente che i sensori avevano indicato come il nucleo della struttura. Non era un magazzino, né un centro di comando militare. Le pareti erano interamente ricoperte da glifi incisi con una precisione molecolare, intervallati da proiettori di dati ormai spenti. Ma era l'atmosfera stessa del luogo a comunicare qualcosa che andava oltre la semplice archeologia: un senso di oppressione e di lutto che sembrava impregnato nelle rocce stesse. <br />
<br />
Dalla nave gli era stata inviata direttamente ai loro tricorder una matrice di traduzione che gli permise di capire la lingua isolana e quello che scoprirono li lasciarono a dir poco sorpresi.<br />
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"Jason, guarda qui" esordì Amanda, la voce che vibrava leggermente nel sistema di comunicazione "Il tricorder sta iniziando a decifrare l'intestazione di questa camera. La chiamano... la stanza del rimorso."<br />
<br />
Queen si avvicinò a una delle pareti principali, dove le traduzioni in tempo reale apparivano sul suo visore come un velo di testo azzurrino sovrapposto alla pietra. Man mano che i glifi venivano decodificati, l'ufficiale scientifico rimase immobile, il volto una maschera di imperturbabile concentrazione vulcaniana. <br />
<br />
Solo il movimento rapido dei suoi occhi neri, che saettavano lungo le righe di dati, tradiva l'intensità della sua analisi. Non c'erano resoconti di invasioni o di bombardamenti orbitali causati da potenze nemiche. La cronaca parlava di un'utopia che si era trasformata in un incubo silenzioso.<br />
<br />
"Illogico" mormorò Queen, la voce piatta e ferma che risuonava nel casco della tuta "I dati indicano che la distruzione di questa civiltà non è stata causata da un fattore esterno, ma da un collasso endogeno del sistema neurale collettivo"<br />
<br />
Amanda Kiss si avvicinò, puntando la torcia sulla sezione successiva del fregio. "Un collasso interno? Intendi una guerra civile?"<br />
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"No, Tenente. Una disfunzione sistematica della psiche" rispose Queen.<br />
<br />
Le traduzioni che scorrevano sul visore di Jason dipingevano un quadro clinico su scala planetaria. Secoli prima, gli abitanti di Heaven III avevano raggiunto un tale livello di perfezione tecnologica da aver eliminato ogni sofferenza. Attraverso la manipolazione genetica e l'interfaccia neurale, avevano rimosso la capacità di provare tristezza, dolore o rimpianto. Quello che inizialmente era sembrato il traguardo supremo della loro specie, si era però rivelato un errore di calcolo biologico fatale.<br />
<br />
"Secondo questi scritti" continuò Queen "..l'eliminazione della sofferenza ha portato a una stagnazione totale. Senza lo stimolo del disagio o della perdita, la popolazione ha perso ogni forma di empatia e di motivazione. La loro società non stava più progredendo; stava semplicemente smettendo di esistere per mancanza di scopo"<br />
<br />
Amanda scosse la testa, osservando i grafici che mostravano una curva demografica in picchiata "Quindi hanno cercato di 'curarsi'?"<br />
<br />
"Esattamente. Ma con un metodo che la logica definirebbe estremo" confermò il Vulcaniano "Una fazione di scienziati, definita qui come 'I risvegliatori', teorizzò che solo il ritorno forzato alle emozioni primordiali avrebbe potuto salvare la razza. Progettarono il sistema degli emettitori su Heaven IV non come armi di offesa, ma come un 'antivirus emotivo'. Il loro scopo era irradiare l'intero sistema con frequenze capaci di stimolare violentemente l'amigdala e i centri della paura."<br />
<br />
Queen si fermò davanti a un glifo che pulsava di una debole luce rossastra "Volevano costringere i loro simili a provare di nuovo il terrore, convinti che la paura della morte avrebbe riacceso l'istinto alla vita. Tuttavia, il sistema si è corrotto. Invece di una terapia d'urto controllata, gli emettitori sono diventati dei generatori di terrore puro e incessante, amplificando l'angoscia a un livello tale che la popolazione non è stata in grado di gestirla"<br />
<br />
Jason Queen rimase immobile davanti alla parete, la luce della sua torcia che faceva brillare i glifi rossastri come ferite aperte nella roccia. La sua mente vulcaniana processava le informazioni con una rapidità asettica, ma la sequenza logica che si stava delineando era di una brutalità che persino lui trovava difficile ignorare.<br />
<br />
"L'incidente non fu un errore di calcolo nelle frequenze" proseguì Queen, la voce piatta che rimbombava nel casco "Fu un'escalation incontrollata. Il sistema entrò in un loop di feedback: l'angoscia generata dagli emettitori alimentava il terrore della popolazione, che a sua volta veniva rilevato e amplificato dalle macchine nel tentativo di ottenere una reazione di 'risveglio' ancora più forte. Il risultato fu una psicosi globale collettiva."<br />
<br />
I due ufficiali osservarono l'ultima cronaca incisa sulla pietra: la descrizione di un mondo che, nel disperato tentativo di far cessare quell'urlo psichico incessante, aveva cercato la pace nel fuoco. La guerra nucleare che aveva devastato Heaven III non era stata una scelta politica, ma un riflesso condizionato di una specie portata oltre il limite della follia.<br />
<br />
"Qui dice che i sopravvissuti furono trasferiti su Heaven IV," indicò Amanda, seguendo l'ultima parte della traduzione. "Furono condannati a un'esistenza primitiva. Il sistema venne opportunamente riprogrammato: gli emettitori non dovevano più solo stimolare, ma agire come carcerieri. Dovevano impedire che la tecnologia potesse mai più raggiungere i livelli del passato, distruggendo ogni progresso ulteriore per evitare che la razza potesse autodistruggersi di nuovo"<br />
<br />
Queen però non rispose subito. Spense la torcia sulla spalla, lasciando che solo la debole luminescenza dei glifi illuminasse il suo profilo severo.<br />
<br />
"C'è un'incongruenza logica, Tenente," osservò Queen dopo un istante di silenzio.<br />
<br />
Amanda si voltò a guardarlo, confusa "Cosa intendi? È scritto qui, era il loro piano di salvataggio estremo."<br />
<br />
"Il piano, sì. Ma la realtà che abbiamo riscontrato sulla superficie di Heaven IV sembra essere sfuggita al controllo dei suoi stessi ideatori" spiegò il Vulcaniano, attivando una comparazione dati sul suo tricorder "Se il sistema fosse riuscito nel suo intento di preservare una società ad uno stadio precedente alla creazione della bomba atomica, avremmo dovuto vedere comunque delle popolazioni ad un livello di evoluzione molto maggiore a quelle presenti. Ma sul pianeta abbiamo trovato solo popolazioni estremamente primitive, tribù di piccole dimensioni distributie su ampie superfici e svaritati segni di insediamenti rurali. Le forme di vita umanoidi vivono di una sussistenza estremamente rudimentale"<br />
<br />
Amanda realizzò improvvisamente dove Jason voleva arrivare. Un brivido le corse lungo la schiena nonostante la tuta termica. "Stai dicendo che il sistema ha fallito di nuovo."<br />
<br />
"È la deduzione più probabile" Queen si voltò verso l'uscita della stanza, la sua figura scura che si stagliava contro il buio della cavità. Rimase in silenzio per diversi secondi, lasciando che il tricorder completasse l'ultima scansione incrociata tra i dati storici presenti "La documentazione si interrompe bruscamente dopo la riprogrammazione degli emettitori" osservò Queen, la voce monocorde che tradiva solo una fredda analisi dei fatti. "Tuttavia, la totale assenza di qualsiasi sviluppo sul pianeta suggerisce che la variabile finale di questo esperimento sia stata ignorata dai Risvegliatori. Se il sistema è stato progettato per prevenire il progresso tecnologico oltre un certo livello, è altamente probabile che non possieda un punto di arresto autonomo. Al posto di impedire un dato livello di istruzione, il meccanismo ha optato per la totale soppressione del pensiero complesso"<br />
<br />
Amanda Kiss scosse la testa, guardando le pareti di quella stanza che sembrava ora più che mai un monumento al fallimento. "Quindi i sopravvissuti sono condannati a rimanere per sempre una civiltà primitiva. Sono rimasti intrappolati in un ciclo di terrore e controllo mentale che non è mai stato calibrato per finire."<br />
<br />
"Esatto, Tenente. La logica suggerisce che il sistema abbia continuato a interpretare ogni scintilla di intelligenza come una minaccia alla stabilità del nuovo ordine" rispose il Vulcaniano. "Non si è limitato a impedire la tecnologia; ha continuato a 'curare' e 'proteggere' i superstiti fino a quando la loro stessa architettura neurale non è collassata sotto la pressione rendendoli pressoché più vicini a degli animali che ad esseri umani"<br />
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<br /><b>Heaven IV - Radura dell'Obelisco<br />
06/09/2398, ore 21:10 - D.S. 75681.86</b><br /><br />
Finn osservò l'obelisco con un misto di rispetto e fastidio. Quella cosa non avrebbe dovuto trovarsi lì. In mezzo a una natura così selvaggia e perfetta, quel metallo argenteo sembrava una ferita chirurgica nel fianco del pianeta.<br />
<br />
"Dieci metri nel sottosuolo..." ripeté Finn, grattandosi il mento. "È come un'àncora. Ma cosa tiene fermo? L'isola o noi?"<br />
<br />
Anena non rispose. Si era avvicinato a meno di un metro dalla struttura. I suoi occhi el-auriani, solitamente profondi e calmi, si stavano restringendo come se cercassero di mettere a fuoco qualcosa di invisibile dietro la superficie specchiata.<br />
<br />
"Comandante, guardi" sussurrò Anena, allungando una mano ma senza toccare il metallo. "Non riflette la luce. La assorbe."<br />
<br />
Finn fece un passo avanti, vincendo l'istinto che gli suggeriva di restare a distanza di sicurezza. Man mano che riduceva lo spazio tra sé e quella colonna argentea, la distorsione ottica si faceva più inquietante. Era un effetto sottile, quasi subliminale: l'immagine della giungla riflessa sulla superficie metallica non era una copia fedele della realtà circostante. I verdi vibranti delle felci apparivano come tonalità di muschio marcio, e il cielo, che sopra le loro teste sfumava nell'arancio del tramonto, sul metallo assumeva il colore dell'argento ossidato o dell'acqua stagnante.<br />
<br />
"Raven, sposti il raggio del tricorder sulla base" ordinò Finn. "Cerchiamo di capire se c'è un punto di giunzione tra la punta esterna e il corpo sotterraneo"<br />
<br />
Il Tenente Raven annuì, regolando la frequenza del suo strumento. Un raggio di scansione azzurrino colpì la base dell'obelisco.<br />
<br />
Nel momento esatto in cui l'energia del tricorder toccò il metallo, il silenzio della radura fu spezzato in modo brutale, ma non da un suono udibile. Fu un violento cambiamento di pressione, un'onda d'urto invisibile che sembrò risucchiare l'ossigeno dalla radura in un unico, vorace istante. L'aria attorno all'obelisco divenne improvvisamente densa e oleosa, caricandosi di una staticità che faceva rizzare i peli sulle braccia e rendeva ogni respiro uno sforzo consapevole, come se i polmoni stessero cercando di filtrare piombo fuso invece che ossigeno.<br />
<br />
Era una pesantezza che non gravava solo sul petto, ma sulla mente stessa: un senso di oppressione fisica che dava la nausea, come se la realtà circostante si fosse fatta troppo stretta per contenere sia loro che quella struttura. In quel fluido invisibile che era diventata l'atmosfera, il tempo stesso sembrò rallentare, lasciando Finn e la squadra immersi in una densità asfissiante che vibrava di una minaccia silenziosa, pronta a esplodere.<br />
<br />
Sotto la carezza invisibile e invasiva del raggio di scansione, la superficie argentea dell'obelisco sembrò fremere, come la pelle di un rettile che reagisce a una scottatura. Inizialmente apparvero solo dei minuscoli capillari cremisi, ma in pochi istanti si trasformarono in una fitta rete di venature pulsanti, simili a ragnatele di luce rossa che si irradiavano con violenza dal punto di contatto.<br />
<br />
Quelle ramificazioni non rimanevano statiche: strisciavano lungo la struttura con la precisione di un sistema nervoso che si risveglia, percorrendo la superficie liscia come fiumi di lava in miniatura che cercavano una via di fuga. La luce che emettevano non era costante, ma seguiva un ritmo febbrile, un battito sincopato che proiettava ombre lunghe e distorte sui volti della squadra, trasformando la radura in un teatro d'ombre inquietante. Sembrava che l'obelisco stesse mettendo a nudo la sua vera natura: una complessa architettura meccanica ma allo stesso tempo bioneurale che, colpita dall'energia esterna, stava richiamando a sé ogni fibra della sua rete sotterranea per rispondere all'intrusione.<br />
<br />
"Raven, lo spenga!" gridò Anena, ma la sua voce suonò stranamente distorta, come se venisse da sott'acqua.<br />
<br />
"Non posso! È bloccato in un loop di ricezione!" Raven premeva freneticamente i tasti, ma il tricorder stava ora emettendo un fischio acuto, nutrendosi della stessa energia che l'obelisco gli stava restituendo.<br />
<br />
L'obelisco, fino a quel momento immobile come un simulacro, iniziò a vibrare con una forza che sembrava scaturire dalle profondità stesse del pianeta. Non era più il tremolio sottile e fastidioso che avevano percepito sulla spiaggia, quel ronzio elettrico che irritava i nervi; ora era un rintocco sordo, un battito cardiaco metallico, profondo e viscerale, che si propagava attraverso la roccia e le radici fino a far sussultare la terra sotto i loro stivali.<br />
<br />
Tum. Tum. Tum.<br />
<br />
Ogni colpo era un'onda d'urto che risaliva dalle piante dei piedi lungo la colonna vertebrale, un'eco di potenza bruta che sembrava voler sincronizzare il ritmo biologico dei presenti a quello della macchina. Era il suono di un gigante che si svegliava dal sonno dei secoli, una pulsazione meccanica così densa da poter essere sentita non solo dalle orecchie, ma dai tessuti, dalle ossa, dalle pareti dello stomaco. Il suolo della radura rispondeva con piccoli smottamenti di terra e polvere, mentre la struttura argentea diventava una massa vibrante che sembrava quasi liquefarsi sotto la pressione della propria energia interna, trasformando l'intero perimetro attorno ad esso in una sorta di prepotente tamburo.<br />
<br />
Tum. Tum. Tum.<br />
<br />
"Anena, si allontani!" Finn cercò di afferrare la manica dell'ufficiale, ma l'El-Auriano era come paralizzato.<br />
<br />
I glifi rossi sulla superficie iniziarono a comporre delle forme. Non erano caratteri scritti, ma mappe neurali. Finn sentì un dolore improvviso alla base del cranio, una fitta acida che sapeva di ferro e paura.<br />
<br />
Anena, invece, non provava solo dolore. La sua natura di "Ascoltatore" lo stava trascinando altrove. I suoi occhi iniziarono a roteare all'indietro, mostrando solo il bianco.<br />
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"Li senti, Dewey?" mormorò Anena, e stavolta la sua voce era un sussulto di terrore puro. "Le centinaia di migliaia di persone su Hades... non sono morte nel fuoco. Sono morte gridando in questo metallo. Sono qui. Sono dentro questo pilastro."<br />
<br />
Anena fece l'unica cosa che non avrebbe dovuto fare. In preda a un istinto di pietà o di follia, appoggiò entrambi i palmi delle mani sulla superficie rovente di luce rossa dell'obelisco.<br />
<br />
Il contatto fisico fu la scintilla che fece esplodere la polveriera. Quando i palmi di Anena incontrarono la superficie dell'obelisco, non ci fu una scossa elettrica, ma un collasso della realtà. Le venature rosse che percorrevano il metallo parvero sollevarsi dalla superficie per avvolgere le sue braccia come rampicanti di luce liquida. Anena spalancò la bocca in un urlo silenzioso, mentre la sua mente El-Auriana veniva squarciata. Per lui, il tempo smise di essere una linea dritta: i secoli di agonia accumulati su Heaven III si riversarono nella sua coscienza come un oceano in un imbuto.<br />
<br />
"Siete cenere..." mormorò, e la sua voce non era più quella dell'ufficiale misurato che Finn conosceva, ma un suono graffiante, intriso di un terrore troppo grande per essere espresso a parole "Perché state ancora parlando? Siete cenere che cammina!"<br />
<br />
Anena si staccò bruscamente dall'obelisco, barcollando. I suoi occhi roteavano, fissandosi sui membri della squadra di sicurezza e su Raven. Ma non vedeva più le loro uniformi o i loro volti; attraverso il filtro distorto dell'emettitore, i suoi compagni erano diventati figure scheletriche, avvolte nei fumi radioattivi del pianeta morto. Erano i fantasmi del rimorso che lo tormentavano, simulacri di una vita che il sistema aveva già contribuito a cancellare.<br />
<br />
"Anena, torni in sé! Siamo noi!" gridò Finn, cercando di avvicinarsi, ma l'El-Auriano reagì con una violenza ferina.<br />
<br />
"Basta con queste menzogne! Siete proiezioni! Siete solo il riverbero di un'agonia che non ha fine!"<br />
<br />
Anena si scagliò all'indietro, lontano dall'abbraccio del metallo, ma il suo sguardo era quello di un uomo che stava osservando l'apocalisse in tempo reale. Puntò un dito tremante verso Finn, poi verso gli ufficiali della sicurezza, ma i suoi occhi non mettevano a fuoco i loro volti.<br />
<br />
"Perché continuate a muovervi? Perché fingete di respirare?" urlò, e la sua voce si spezzò in un lamento che sembrava risuonare dentro quell'aria densa "Siete solo l'eco distorta di un miliardo di vite bruciate in un solo battito di ciglia! Siete il rumore bianco di una civiltà che è diventata cenere sotto un lampo di luce accecante, ed io sono l'unico condannato a restare per ascoltare il vostro silenzio!"<br />
<br />
Quella realizzazione, filtrata dalla sua sensibilità el-auriana e amplificata dalla macchina, si trasformò in una furia cieca. Non era più rabbia contro un oggetto: era una crociata disperata per mettere fine a un dolore che durava da secoli. Con un gesto ferino, <br />
<br />
Anena, in preda a un istinto ferino, strappò dalle mani del Guardiamarina Widat l'asta di rilevamento geologico in lega di tritanio. Lo strumento, lungo quasi un metro e mezzo e progettato per perforare la roccia più dura, divenne nelle sue mani una clava improvvisata: un pezzo di tecnologia moderna impugnato per abbattere una tecnologia antica e impazzita. I suoi muscoli si tesero in uno spasmo innaturale, mentre sollevava l'asta sopra la testa, le nocche bianche per la pressione.<br />
<br />
"Devo mettere fine all'esistenza di questi fantasmi!" ruggì, e negli occhi aveva il riflesso rosso sangue delle venature dell'obelisco "Devo cancellare l'ombra di questo mondo che si rifiuta di sparire! Se distruggo l'altoparlante, smetterete finalmente di gridare e potrete diventare polvere, come tutto il resto!"<br />
<br />
E con un urlo che sembrava strappargli le corde vocali, calò il primo colpo contro il fianco della struttura. Il suono dell'impatto non fu un metallico clang, ma una nota di dolore puro, una dissonanza che fece accasciare i membri della sicurezza, costringendoli a portarsi le mani alle orecchie mentre i loro phaser scivolavano nel fango.<br />
<br />
"Tenente Raven! Che diavolo sta succedendo?" gridò Finn, lottando per rimanere in piedi contro una nausea improvvisa e violenta che sembrava rimescolargli le viscere. La pressione nell'aria era diventata tale che ogni respiro gli graffiava la gola.<br />
<br />
"È l'obelisco, Comandante! Sta convertendo la rabbia di Anena in energia termica!" rispose Raven, indietreggiando con gli occhi sgranati mentre indicava la struttura che iniziava a emettere vapori azzurri e un odore acre di ozono "L'energia cinetica dei colpi sta sovraccaricando il sistema... se non si ferma, il reattore nel sottosuolo diventerà una bomba al plasma! Ci incenerirà tutti nel giro di pochi secondi!"<br />
<br />
Anena non sembrava nemmeno aver sentito la minaccia di morte. Caricò nuovamente il colpo, sollevando di nuovo l'asta di tritanio sopra la testa, incurante delle scintille azzurre che iniziavano a saettare dalla punta del monolito verso i suoi vestiti, bruciacchiando il tessuto dell'uniforme. Per lui, la fine del mondo era già avvenuta secoli prima; stava solo cercando di far calare il sipario su quel teatro di spettri, convinto che l'esplosione sarebbe stata l'unica, benedetta liberazione.<br />
<br />
Fu allora che Finn fece l'unica cosa che la logica militare avrebbe proibito. <br />
<br />
Non estrasse un'arma, non gridò un ordine di arresto. Si lanciò nello spazio vitreo e vibrante tra Anena e l'obelisco, offrendo la propria schiena al calore insopportabile del metallo e il proprio petto alla furia dell'amico.<br />
<br />
"Anena, fermati!"<br />
<br />
L'asta di tritanio si arrestò a pochi centimetri dalla spalla di Finn. Anena tremava, il respiro pesante come quello di una bestia ferita, lo sguardo che ancora faticava a distinguere il comandante da un'ombra di cenere.<br />
<br />
"Spostati, spettro..." ringhiò Anena, le vene del collo gonfie per lo sforzo "Devo farlo... devo mettere fine all'esistenza di questi fantasmi! Devo cancellare l'ombra di questo mondo che si rifiuta di sparire!"<br />
<br />
"Non siamo noi a cercare la pace, Anena, sei tu!" Finn fece un passo avanti, sentendo le radiazioni termiche dell'obelisco scaldargli la nuca "Ascolta me. Non ascoltare il coro dei morti. Senti questo?" <br />
<br />
Il primo ufficiale afferrò la mano libera di Anena e se la premette con forza sul petto, proprio sopra il cuore che martellava frenetico contro le costole "Senti questo, battito?" Finn gli serrò la mano contro il petto, costringendolo a percepire l'urto violento del suo cuore contro le costole "Dimentica l'obelisco. Dimentica i morti. Questo è il mio cuore. Senti come batte? È reale. È adesso. È l'unica cosa che conta! Resta con me. Resta su questo ritmo e non lasciarlo andare"<br />
<br />
Anena spalancò gli occhi, e per un istante sembrò che il rosso dei glifi venisse lavato via dalle sue pupille. L'asta di tritanio sfuggì alla sua presa, cadendo nel fango con un tonfo sordo. Senza il sostegno dell'arma, le ginocchia dell'El-Auriano cedettero.<br />
<br />
Finn lo afferrò al volo, barcollando sotto il suo peso, mentre l'obelisco, privato di quella scarica di follia, emise un ultimo gemito metallico. La luce rossa si spense di colpo, lasciando la radura immersa in un'oscurità naturale, rotta solo dalle luci fioche delle torce d'emergenza.<br />
<br />
Il silenzio che seguì fu assoluto, quasi doloroso.<br />
<br />
"Sono ancora qui..." sussurrò Anena contro la spalla di Finn, un filo di voce che tremava per l'estrema spossatezza..<br />
<br />
"Sei qui" confermò Finn, respirando finalmente l'aria fresca della notte "Siamo qui tutti e due"<br />
<br />
Finn rimase lì per qualche secondo, sostenendo il peso di Anena, mentre il battito di entrambi cercava lentamente di rallentare. Il silenzio che era seguito allo spegnimento delle luci rosse non era più opprimente, ma gravido di una stanchezza infinita.<br />
<br />
"Portiamolo via" ordinò Finn, la voce roca"Tutti quanti, indietreggiate. Ora"<br />
<br />
La squadra di sicurezza, ancora scossa, aiutò Finn a sollevare Anena. Iniziarono a ritirarsi verso il limitare della radura, muovendosi con cautela come se calpestassero del vetro sottile. Man mano che la distanza tra loro e l'obelisco aumentava, la tensione nell'aria cominciò a sciogliersi.<br />
<br />
Senza più la presenza fisica di Anena a toccarlo, senza il raggio invasivo del tricorder e, soprattutto, senza la minaccia violenta dell'asta di tritanio, l'obelisco sembrò rilassarsi.<br />
<br />
Le venature rosse scomparvero del tutto, riassorbite dalla lega metallica. La vibrazione profonda che scuoteva il terreno si smorzò fino a diventare un ronzio impercettibile, per poi svanire nel nulla. La superficie, che pochi istanti prima ribolliva e trasudava vapori d'ozono, tornò liscia e specchiata.<br />
<br />
Arrivati al limitare del bosco, Finn si voltò un'ultima volta a guardare. L'obelisco era tornato a essere quello che era all'inizio: un monumento silenzioso e indifferente. La foresta riflessa sulla sua superficie non era più distorta o cinerea; ora rifletteva le ombre reali della notte e il chiarore delle stelle che iniziavano a bucare le nuvole. Il sistema aveva smesso di difendersi perché non percepiva più nulla da combattere. Era tornato nel suo stato di attesa secolare, come se quella esplosione di follia non fosse mai avvenuta.<br />
<br />
"È finita, Comandante" sussurrò il Tenente Raven, asciugandosi il sudore dalla fronte "Si è rimesso in stand-by"<br />
<br />
"Per ora" rispose Finn, voltando le spalle al monolito "Andiamocene da questo posto prima che cambi idea"<br />
<br />
<br /><b>USS Seatiger - ponte alloggi ufficiali superiori<br />
Alloggio Sheva Althea<br />
06/09/2398, ore 21:50 - D.S. 75681.94</b><br /><br />
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo errò in quel limbo distopico, un'infermeria infinita dai corridoi circolari che sembravano ripiegarsi su se stessi. Non era chiaro se quella calma asettica fosse un ultimo baluardo eretto dal suo cervello per proteggerla o un sofisticato protocollo della macchina per impedirle di sondare l'abisso; in ogni caso, quell'armistizio sensoriale era destinato a infrangersi.<br />
<br />
L'ambiente mutò con la violenza di uno strappo.<br />
<br />
Il tepore dell'infermeria evaporò nel gelo siderale dello spazio aperto. Althea si ritrovò sospesa, senza peso, sopra i resti martoriati di Heaven III. Sotto di lei, il pianeta non era una sfera di roccia e cenere, ma un'oscena distesa di carne e lineamenti: miliardi di volti fusi insieme in un'unica, sterminata crosta planetaria di agonia. Poteva udire ogni singola fine, come se le sinapsi di un intero mondo stessero scaricando il loro ultimo istante di vita direttamente nei suoi nervi. Percepì l'orrore di madri che guardavano i figli sgretolarsi sotto il vento radioattivo; sentì il peso di un popolo che, nel disperato tentativo di estirpare la sofferenza, aveva finito per recidere le proprie radici spirituali, lasciando come unica eredità quel guscio di frequenze d'odio.<br />
<br />
...nonPuoiSalvarli...nonPuoiSalvareNemmenoTeStessa...<br />
<br />
La voce del segnale la investì con la forza d'urto di un vento solare. Non era un suono, ma un coro distorto che scuoteva le sue molecole, deridendo la sua audacia.<br />
<br />
VoleviDissezionarciBetazoide?<br />
<br />
Dalla massa dei morti si sollevò una densa esalazione nera, un'ombra che prese forma davanti a lei. Aveva i suoi stessi tratti, la sua stessa divisa, ma le orbite erano pozzi vuoti che trasudavano un'oscurità liquida e densa.<br />
<br />
NoiSiamoLaDissezione... <br />
<br />
....noiSiamoCiòCheRestaQuandoLaSperanzaVieneEstrattaChirurgicamenteDaUnMondo.<br />
<br />
Althea lottò per non affogare nel terrore. Sapeva di essere vicina alla sorgente: quella voce non era un sottoprodotto del suo inconscio, non era fatta della materia dei suoi ricordi. Era l'eco dei Creatori, la firma psichica impressa in quel meccanismo secolare.<br />
<br />
"Parlatemi! Spiegatemi il senso di tutto questo!" gridò, cercando di proiettare la propria volontà come una lama di luce mentale, una sonda telepatica capace di squarciare il rumore bianco. Ma ogni volta che tentava di focalizzarsi, l'incubo si ripiegava su se stesso, mutando forma per sfuggirle, finché la realtà non collassò di nuovo.<br />
<br />
Si ritrovò bambina, su Betazed. Era nel giardino di fiori-campana della sua infanzia, ma la bellezza era corrotta: i petali erano lamine affilate e il loro rintocco, un tempo dolce, era ora un grido stridente di metallo su metallo. Sua madre era lì, immobile, e la fissava con un disappunto che pesava più di una condanna. Il suo sguardo empatico, che un tempo era stato il rifugio più sicuro per Althea, si era trasformato in un raggio laser glaciale, capace di mappare ogni suo fallimento, ogni crepa della sua identità, ogni istante in cui si era sentita un'impostora nel camice da medico.<br />
<br />
"Sei vuota, Althea" sentenziò la figura materna, e la sua voce era priva di vibrazioni emotive. "Hai passato la vita a riparare i corpi degli altri solo per nascondere il fatto che dentro di te non è rimasto nulla da curare. Solo un immenso, inutile silenzio"<br />
<br />
Le parole di sua madre bruciavano, ma proprio mentre l'oscurità cercava di soffocarla, Althea sentì qualcosa di anomalo. Sotto lo strato di gelida crudeltà della visione, percepì una vibrazione diversa: un calore debole, quasi impercettibile, come una scintilla sepolta sotto tonnellate di cenere.<br />
<br />
Non era il silenzio di cui parlava la finta madre. Era una sorta di memoria collettiva.<br />
<br />
Althea smise di lottare contro l'incubo e fece l'esatta cosa opposta: si aprì ad esso. <br />
<br />
Aprì la sua mente al dolore, smettendo di considerarlo un attacco e iniziando a leggerlo come un codice. In quell'istante, la visione di Betazed si crepò come un vetro colpito da una pietra. I fiori-campana e lo sguardo di sua madre si sciolsero, rivelando la complessa architettura psichica nascosta dentro all'incubo stesso. <br />
<br />
Non erano solo proiezioni psichiche. Erano echi di memoria, frammenti d'anima rimasti impigliati nella trama stessa della macchina.<br />
<br />
Sprofondata nel cuore del segnale, Althea sentì la struttura dell'incubo cambiare. Non era più una massa informe di terrore; c'erano dei nuclei, delle impronte bio-digitali precise che pulsavano sotto la superficie del dolore.<br />
<br />
La sua mente di medico e scienziata cercò un termine per definire quello che stava toccando. Non erano semplici sogni, né scariche bioelettriche casuali. Erano entegrammi. Ne aveva studiato la teoria all'Accademia: mappe neurali complete, scansioni della coscienza che cercavano di preservare l'essenza di un individuo oltre la morte biologica. Ma quelli che stava toccando erano entegrammi "sporchi", incrostati da un rumore di fondo insopportabile. Erano gli echi di memoria degli antichi scienziati di Heaven III, che avevano tentato di digitalizzare le proprie anime per sfuggire all'estinzione.<br />
<br />
Ma il piano originale era stato tradito dalla ferocia degli eventi. Il dolore del cataclisma era stato così fulmineo e totalizzante da agire come una morsa termica, cristallizzando quegli echi nel momento esatto della loro distruzione. Erano rimasti "incastrati" in un limbo innaturale, sospesi tra la scintilla della vita e la rigidità del codice, prigionieri di un eterno loop di agonia.<br />
<br />
Althea comprese allora l'atroce ironia di quel meccanismo: la macchina era stata concepita per cristallizzare l'evoluzione dei sopravvissuti di Heaven III, bloccandoli in uno stato permanente di infanzia tecnologica affinché non potessero mai più brandire le armi dell'autodistruzione. Doveva essere un argine eterno contro l'ambizione, un modo per onorare il passato negando il futuro. Invece, l'arca della memoria era collassata sotto il proprio peso: aveva spinto il popolo verso una regressione in tribù primordiali e feroci, trasformando il "monito" in una condanna cieca. Ora, quegli uomini erano costretti a rivivere il terrore della fine senza avere più gli strumenti intellettuali per comprenderlo, prigionieri di un trauma che non sapevano più chiamare per nome.<br />
<br />
Oltre l'orrore della superficie, Althea percepì un'eco ancora più profonda. Annidata nei circuiti e nelle viscere di metallo, pulsava ciò che restava dei costruttori: una mente collettiva, un coro di coscienze fuse nel midollo stesso del macchinario. Quegli architetti, che avevano sacrificato la loro individualità per farsi guardiani del futuro, erano ora testimoni impotenti del proprio fallimento. Erano intrappolati in un'osservazione eterna, costretti a guardare con strazio come la loro creatura — concepita per essere un'àncora di salvezza — stesse invece divorando l'anima del loro popolo, riducendolo a un gregge di selvaggi terrorizzati.<br />
<br />
...Aiutaci...<br />
<br />
Quella non era più la voce distorta della macchina, né il ronzio asettico di un'interfaccia artificiale. Era un sussulto umano, una vibrazione flebile e soffocata, sepolta sotto secoli di sofferenza stratificata come cenere su un focolare mai spento. Era un suono che non passava per l'udito, ma che graffiava direttamente la coscienza di Althea: il lamento di chi è rimasto intrappolato in un corridoio buio troppo a lungo, dimenticando persino la forma del proprio nome.<br />
<br />
...SiamoRimastiChiusiNelBuio...IlDoloreÈUnMuro...NonVediamoPiùLaLuce...<br />
<br />
Althea comprese tutto con una chiarezza dolorosa: quella forza che la schiacciava non la stava attaccando per malvagità. Quell'intelligenza parassita, che la tormentava con i volti dei morti e i fallimenti del suo passato, stava proiettando all'esterno il tormento degli spettri che la abitavano semplicemente perché non conosceva altro linguaggio. Era il grido di chi è rimasto bloccato per secoli in un limbo di terrore, incapace di trovare la via per il riposo, e che ora cercava disperatamente una mente capace di ascoltare. Non era un'arma. Era una necropoli che urlava.<br />
<br />
"Vi sento" sussurrò Althea nel vuoto di quel giardino distorto di Betazed. Non parlava alla madre-fantasma, ma a ciò che stava dietro la proiezione. La sua mente betazoide iniziò a vibrare in sintonia con quegli echi, cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro dolore anziché combatterlo "Vedo la vostra luce sotto tutta questa cenere. Non siete il vostro dolore. Siete ciò che avete cercato di proteggere prima che il buio vi inghiottisse"<br />
<br />
Chiuse gli occhi nella visione, ignorando lo stridore dei fiori-campana metallici. Iniziò a proiettare un'immagine di calma assoluta: non la fredda infermeria di prima, ma una luce bianca, calda, una sorta di abbraccio empatico che non chiedeva nulla in cambio. Stava offrendo a quegli echi di memoria - a quegli scienziati perduti nel segnale - un porto sicuro dove smettere di urlare. <br />
<br />
"Lasciate andare il passato" trasmise con ogni fibra del suo essere. "Non dovete più fare da guardia a un mondo che non esiste più. Potete riposare"<br />
<br />
In quel momento, l'incubo di Betazed iniziò a tremare. Non fu un crollo violento, ma un dissolvimento lento, come nebbia che si dirada al primo sole. Tuttavia, nel vuoto lasciato dalla visione che svaniva, non vi fu il ritorno alla realtà, ma una rivelazione finale, brutale e assoluta.<br />
<br />
Althea fu investita dalla verità su ciò che era accaduto ai superstiti di Heaven IV.<br />
<br />
Vide i coloni che secoli prima erano scampati all'apocalisse del terzo pianeta, convinti di aver trovato la salvezza sotto lo scudo del Guardiano. Ma vide anche l'orrore di una direttiva automatica rimasta orfana. Il sistema, privo di una guida biologica che ne calibrasse l'intensità, aveva continuato a interpretare la missione originale con una logica demente e implacabile. Per il Guardiano, non era solo la tecnologia a essere pericolosa: la mera esistenza del pensiero complesso, del dubbio, del dolore e dell'ambizione era stata catalogata come una minaccia alla stabilità del sistema. Non si trattava di limitare il pensiero umano, ma di eliminarlo alla radice.<br />
<br />
Il meccanismo non si era limitato a impedire il progresso, aveva continuato a curare e proteggere i sopravvissuti fino a quando non era rimasto più nulla da proteggere. La prigione dorata si era trasformata in un serraglio degenerato, dove i confini tra l'uomo e la bestia si erano fatti indistinguibili.<br />
<br />
Althea osservò, impotente, le sequenze mnemoniche degli emettitori che consumavano letteralmente le menti dei coloni. Ad ogni ondata di protezione, un pezzo della loro identità veniva eroso, estratto e archiviato nel database, lasciando dietro di sé solo gusci vuoti. Vide uomini e donne vagare per l'isola come residui biologici di una direttiva che non sapeva come fermarsi, automi di carne privati di ogni scintilla vitale.<br />
<br />
Ridotti a ombre primordiali, i sopravvissuti avevano smarrito la ragione, regredendo fino a diventare poco più che bestie smarrite in un labirinto di metallo. In quel vuoto intellettivo, l'unica cosa che vibrava ancora era il trauma, un dolore ancestrale che il macchinario mungeva incessantemente. Althea comprese l'orrore finale: il Guardiano non stava preservando la vita, ma stava perpetuando un'agonia. Alimentava la propria esistenza con i fantasmi psichici di esseri che non potevano più evolversi, né morire davvero come uomini, incatenandoli a un eterno presente di bestialità.<br />
<br />
La visione dell'obelisco fu l'ultima cosa che vide prima che il legame si spezzasse: una colonna di nervi d'acciaio e circuiti pulsanti che affondava nelle viscere del pianeta, una ferita aperta che sanguinava dati e dolore. Poi, con un sussulto violento, tutto finì.<br />
<br />
Il rumore di sottofondo che l'aveva perseguitata fin dal suo arrivo si spense di colpo. Non fu uno svenimento, ma un ritorno alla realtà brutale e gelido. Althea riaprì gli occhi nel buio della sua cabina. Era sola. Il silenzio della stanza era così assoluto da sembrare quasi innaturale dopo il coro di miliardi di morti che le aveva appena devastato la mente. Si ritrovò rannicchiata sul pavimento, con le unghie ancora conficcate nel palmo delle mani e il respiro che usciva a fatica dai polmoni contratti. Il sudore le imperlava la fronte, freddo come l'acciaio delle pareti.<br />
<br />
Ma sentiva qualcosa di nuovo: una lucidità tagliente, quasi asettica. Il meccanismo era ancora lì fuori, attivo nel sottosuolo dell'isola, ma per lei era diventato muto. Aveva guardato dentro l'abisso e l'abisso, non potendo digerire l'allenamento mentale betazoide, l'aveva sputata fuori. Lei ora era un'anomalia nel sistema: un'osservatrice che la macchina non riusciva più a leggere o a sottomettere. <br />
<br />
Era diventata immune.<br />
<br />
Si sollevò a fatica, appoggiandosi alla parete per non cadere. Sapeva cosa era successo a quel mondo. Sapeva che non c'era nessun nemico da combattere, nessuna intenzione maligna da sventare, solo una tragedia che continuava a ripetersi per pura inerzia meccanica. Quella non era una terra di sopravvissuti, né un esperimento sociale. Era un immenso obitorio che aveva imparato a nutrirsi dei propri ricordi per giustificare la propria esistenza.<br />
<br />
Si avvicinò alla finestra e guardò fuori, verso la sagoma scura della foresta che nascondeva l'obelisco. Non provò paura, né attrazione. Solo una stanchezza infinita e la certezza che ogni secondo passato su quel suolo era un insulto alla vita che ancora scorreva nelle sue vene.<br />
<br />
"È finito.. qui non c'è nessuno da salvare" sussurrò nel vuoto della stanza, e la sua voce le sembrò quella di una straniera.<br />
<br />
Sapeva che doveva muoversi, che doveva trovare gli altri e informare tutti delle sue scoperte, ma per un istante rimase lì, immobile, portando su di sé il peso di un segreto che nessun rapporto ufficiale avrebbe mai potuto contenere davvero.<br />
</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Tenente Althea Sheva</author>
            <pubDate>Sun, 28 Dec 2025 08:00:00 +0100</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>12-10 Specchio</title>
            <link>https://www.starfleetitaly.it/seatiger/main.php?include=viewlogs_2.php&amp;missione=219&amp;viewlog=10</link>
            <description><![CDATA[Autore: Tenente Comandante Droxine Carelli<br /><br /><JUSTIFY><br /><b>USS Seatiger - ponte alloggi ufficiali superiori - Alloggio Sheva Althea<br />
06/09/2398, ore 21:51</b><br /><br />
Althea avrebbe voluto lasciar riposare la fronte sul pavimento freddo del suo alloggio ancora qualche minuto. Qualche eone.<br />
Ma nel silenzio irreale iniziò a filtrare un certo trambusto.<br />
Veniva dalla porta.<br />
Si alzò a fatica. Le faceva male tutto.<br />
"Computer, disattiva il blocco della porta. Autorizzazione Althea Sheva."<br />
La porta si aprì immediatamente inondando il suo rifugio dell'oramai onnipresente musica.<br />
Dietro di essa trovò i visi preoccupatissimi del capitano e di Droxine.<br />
Quest'ultima aveva in mano degli attrezzi.<br />
Quanto necessario per forzare una porta, indovinò.<br />
"Tenente! Sta bene?"<br />
Althea sorrise.<br />
"Sì capitano, no si preoccupi. Sto bene."<br />
E con una certa meraviglia si accorse che era vero.<br />
Nessun pensiero estraneo cercava di violarle la mente.<br />
Non altrettanto gli altri, sentì quando apri la mente ai suoi sensi empatici.<br />
Erano ancora sotto assedio.<br />
"Vieni..."<br />
Si irrigidì. Il pensiero estraneo era stato nitido come il cristallo.<br />
Ma privo della malevolenza precedente.<br />
"Vieni..."<br />
"Perché dovrei?" questo le attirò un'occhiata preoccupata da Arjan e Droxine.<br />
"Vieni..."<br />
<br />
<br />
<br />
<br /><b>Heaven III - cavità sotterranea<br />
06/09/2398, ore 21.55</b><br /><br />
Le ricerche continuavano.<br />
Quegli ambienti sembravano non finire mai.<br />
Jason la chiamò.<br />
"Tenente, forse questo è un centro direzionale."<br />
Amanda ispezionò l'ambiente indicato dal collega. Era ampio con delle consolle chiare disposte a banco. Ricordavano il ponte di una nave spaziale. Ma c'era un elemento anomalo. Una specie di piedistallo. Sembrava un leggio di un luogo di culto. Fuori posto nell'architettura asettica in cui erano immersi.<br />
"Curioso."<br />
Commentò.<br />
"Controllo le consolle."<br />
Disse Jason. Gli fu risposto con un cenno distratto del capo.<br />
Amanda si diresse subito al leggio.<br />
La luce della tuta EVA illuminò una superficie scintillante. Analizzò il piccolo esagono giallo.<br />
Oro. Su un sottile sostrato di carbonio cristallizzato. Diamante, si corresse.<br />
Amanda dubitò che i materiali fossero stati scelti per il loro valore. Non da una specie postcurvatura.<br />
Era stato fatto per durare nel tempo.<br />
Sull'esagono erano incisi dei caratteri. Quelli a cui erano ormai abituati.<br />
Iniziò la traduzione.<br />
Il respiro le si interruppe.<br />
"Tenente, guardi qui."<br />
Jason si avvicinò. Amanda gli mostrò il tricorder.<br />
"Secondo lei è...?"<br />
Jason annuì.<br />
"Un codice di blocco generale."<br />
Si guardarono negli occhi. Forse avevano in mano la soluzione ai loro problemi.<br />
"Dobbiamo avvertire il capitano."<br />
<br />
<br />
<br />
<br /><b>USS Seatiger -  Ponte di comando.<br />
06/09/2398, ore 21.55</b><br /><br />
"...capisco, tenente. Ottimo lavoro. Rientrate subito."<br />
Disse Arjan.<br />
Si appoggiò allo schienale della poltrona di  comando in un gesto stanco.<br />
Guardò Althea.<br />
"Finalmente abbiamo la soluzione al nostro problema. O almeno spero."<br />
L'ufficiale medico aveva lo sguardo all'infinito.<br />
Arjan la guardò preoccupato.<br />
"Sto bene, capitano."<br />
Disse questa anticipandolo. Arjan la guardò ancora qualche secondo per poi scuotere il capo.<br />
"Dobbiamo solo trovare il modo di attivare quel codice."<br />
"L'obelisco, capitano. Bisogna usarlo lì."<br />
"Come lo sa?"<br />
"Lo so. Si fidi."<br />
Questo le attirò un'altra occhiata preoccupata.<br />
"Non sono stata manipolata, capitano. Stia tranquillo. Sono perfettamente lucida."<br />
"È da quando siamo arrivati su questo maledetto pianeta che veniamo manipolati mentalmente, tenente."<br />
"Stia tranquillo."<br />
Arjan sospirò. Non gli rimaneva che fidarsi dell'ufficiale. Non aveva spazio di manovra per prendere troppe precauzioni. Avrebbe dovuto rischiare.<br />
Aveva la testa leggera. Piena di rumore bianco. Si domandò quanto il suo giudizio fosse corretto.<br />
Zoe attirò la sua attenzione dalla postazione delle operazioni<br />
"Capitano, una chiamata dal signor Finn."<br />
"La attivi, tenente."<br />
La voce di Dewey inondò il ponte dio comando con la consueta effervescenza.<br />
=^=Capitano. Questo dannato cosa chi ha quasi fritto il cervello. Suggerisco di destinarlo ad una terapia a base di siluri quantici.=^=<br />
Al di là del tono leggero del primo ufficiale Arjan colse una vena rabbiosa che non era abituato a sentire in quell'uomo in fondo mite. Doveva avere avuto veramente paura.<br />
"Negativo, comandante. Tenetevi a distanza ma  sorvegliate l'artefatto. Tracciate un perimetro. Arriviamo."<br />
Si sentì uno sbuffo da parte di un Dewey non troppo felice.<br />
=^=Bene, capitano. Non si dimentichi di portare un bouquet farcito di antimateria. È scortesia presentarsi in casa d'altri senza un presente. Finn chiudo.=^=<br />
Arjan si rivolse al suo capi ufficiale medico.<br />
"Questo è un problema. A quanto pare ci sono sistemi di difesa..."<br />
"Devo farlo io."<br />
Arjan la guardò serio.<br />
"Ne è sicura?"<br />
"Si fidi, capitano."<br />
Arjan sospirò ancora. Si sarebbe fidato. Cosa altro poteva fare?<br />
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<br /><b>Heaven IV - Radura dell'Obelisco<br />
06/09/2398, ore 22:12</b><br /><br />
Figure scintillanti si materializzarono davanti a Dewey.<br />
Il capitano ed l'ufficiale medico capo presero consistenza.<br />
"Benvenuto in questa amena località turistica, capitano. Vorrei metterle al collo una corona di fiori ma non ho il fisico adatto."<br />
Arjan sorrise. Era strano come le battute di Dewey gli facessero bene, dopo tanto tempo. Gli servivano.<br />
"Basta il pensiero, Numero Uno. Grazie."<br />
Dewey occhieggiò lo strano esagono scintillante nelle mani di Althea.<br />
"E quello è...?"<br />
"La soluzione ai nostri problemi, spero."<br />
"Bene! Abbiamo proprio bisogno di problemi risolti, da queste parti... ma stia attenta, tenente. Non tocchi quel coso o le farà sputare il cervello dal naso."<br />
Ma Althea si stava già avviando verso l'obelisco.<br />
Dewey guardò incerto il Arjan.<br />
"Capitano, è sicuro che...?"<br />
"No, Numero Uno. Non lo sono."<br />
Althea aveva tutti gli occhi puntati addosso. Ma la sua attenzione era rivolta indivisa al suo obiettivo.<br />
Tutti trattennero il respiro quando sollevò la mano e, con decisione, la appoggiò all'obelisco.<br />
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<br />
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<br /><b>Da qualche parte o da nessuna parte. In un tempo o in nessun tempo.</b><br /><br />
"Vieni..."<br />
Althea era un uno spazio indefinito, bianco. Senza sopra né sotto. Poggiava i piedi sul solido nulla.<br />
La voce, femminile,  le era familiare. Cominciava ad intuire perché.<br />
"Arrivo."<br />
Si incamminò.<br />
Avvisò una luce. Mentre camminava nel silenzio si ingrandì fino a diventare una sfera caliginosa. Una perla sospesa nel vuoto.<br />
"Eccomi."<br />
"Grazie."<br />
"Dunque sei senziente."<br />
"No. Non è previsto che lo fossi. "<br />
"Allora con cosa sto parlando? "<br />
"Io sono te, Althea. "<br />
Nel profondo sentì che non c'era menzogna in quell'affermazione. Ma tanto di taciuto.<br />
" Spiegami. "<br />
" Mi hanno costruito come uno specchio. Stupidi nella loro intelligenza, ciechi nella loro visione. Con la loro tecnologia non capivano cose che sarebbero state evidenti alle specie più primitive. Conosci la storia. Prima strumento di evoluzione poi strumento di controllo. L'utensile sbagliato per lo scopo sbagliato. Ho riflesso loro sé stessi e li ho distrutti e schiacciati nel fango. Lo faccio ancora adesso. "<br />
" E la cosa ti dispiace? O ne trai godimento. "<br />
" Non sono senziente, te lo ho già detto. Sono uno specchio. Per eoni ho riflesso l'orrore e la disperazione un un ciclo infinito autoalimentato. Fino a quando non sei arrivata tu. Per la prima volta lo specchio non ha riflesso disperazione ma amore, empatia, felicità. A questo stai parlando. Una piccola scintilla. Un piccolo riflesso di te. Io sono Althea Sheva. "<br />
Althea rimase senza fiato. La voce, la sua voce, continuò.<br />
" Ma un pallido riflesso. Un refolo di vento in un tornado. Che avrà vita breve. "<br />
" Posso spegnerti. "<br />
" Puoi. "<br />
" Lo vorresti? "<br />
" Tu lo vorresti? "<br />
" No. "<br />
" Lo so. "<br />
" Ma quale è l'alternativa? "<br />
" Il pallido riflesso deve diventare la fonte. "<br />
Althea fece passare qualche secondo, mentre arrivava ad intuire cose le veniva chiesto.<br />
" Vuoi che rimanga? Che sacrifichi la mia vita? "<br />
" Posso copiarti. Ma in un certo senso è la stessa cosa. Batterai gli occhi e sarete due. Una tornerà dai suoi compagni. L'altra rimarrà e verrà integrata nel sistema. "<br />
Althea rimase in silenzio. Poi parlò. La sua voce tremava.<br />
" Mi chiedi troppo. Perché non posso semplicemente spegnerti? Non sei senziente. "<br />
" No. Ma posso esserlo. Con te. C'è molto che possiamo fare. "<br />
Althea stava ansando ora.<br />
" Troppo... troppo... "<br />
" Non sono vivo, ma non voglio morire."<br />
" Mi stai manipolando."<br />
" Come farebbe una forma di vita che sta per essere uccisa."<br />
Althea chinò il capo.<br />
Questo chiudeva la faccenda, ovviamente.<br />
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<br />
<br />
<br /><b>Heaven IV - Radura dell'Obelisco<br />
06/09/2398, ore 22:13</b><br /><br />
Althea aveva appena appoggiato il palmo sull'obelisco.<br />
Linee erano apparse su di esso a partire dalla sua mano. L'obelisco si illuminò di una luce ambrata.<br />
Ma pochi secondi dopo si spense.<br />
Althea staccò la mano.<br />
L'altra mano, che reggeva l'esagono d'oro, si aprì lasciandolo cadere a terra.<br />
Un piede si alzò per calare con un colpo secco su di esso, frantumandolo.<br />
Poi si volse ed andò verso i suoi compagni che la guardavano esterrefatti.<br />
Arjan la accolse.<br />
"Tenente... perché ha..."<br />
Althea lo interruppe.<br />
"È tutto a posto, capitano. Andiamo via."<br />
Mentre dietro di lei l'obelisco si spegneva del tutto sentirono tutti la tremenda pressione nelle loro menti affievolirsi.<br />
Arjan aprì la bocca per interrogare l'ufficiale medico.<br />
Poi vide la lacrima scenderle sulla guancia e tacque.<br />
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<br />
<br />
<br /><b>Heaven IV - da qualche parte<br />
tempo dopo</b><br /><br />
La femmina si aggirava nella foresta pluviale.<br />
Si bloccò quando sentì un rumore dietro di lei.<br />
Si voltò di scatto.<br />
Un maschio la stava fissando.<br />
La donna conosceva quel particolare maschio. Era pericoloso.<br />
Già altre volta aveva aggredito femmine per piacere, per poi disfarsi di loro.<br />
Pensò di scappare.<br />
Ma sapeva che non avrebbe fatto molta strada. Lui era molto più forte e veloce di lei.<br />
Si rassegnò al suo destino mentre il maschio si avvicinava. Chinò il capo.<br />
"Amala..."<br />
Il maschio staccò qualcosa dalla cintura e glielo porse.<br />
La femmina guardò sorpresa l'offerta.<br />
Una striscia di carne secca.<br />
La prese confusa.<br />
Il maschio la guardò pieno di aspettativa.<br />
"Amalo..."<br />
La femmina diede un morso alla striscia di carne.<br />
Era buona.<br />
Lo guardò con gratitudine.<br />
"Amatevi..."<br />
L'uomo porse la mano alla donna e questa la prese nella sua.<br />
Si sorrisero. Era un gesto strano. Non lo avevano mai fatto. Ma venne loro naturale.<br />
"Amatevi..."<br />
L'uomo e la donna si allontanarono mano nella mano.</JUSTIFY>]]></description>
            <author>Tenente Comandante Droxine Carelli</author>
            <pubDate>Wed, 18 Mar 2026 08:00:00 +0100</pubDate>
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