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USS HOPE - MISSIONE 12 RSS USS HOPE - Missione 12

12.00 "La Grande Rivelazione"

di Melanne Graahn, Pubblicato il 30-10-2018

USS Hope - 14 aprile 2398, Ore 01.14


Nel sogno Rest stava ballando il valzer e a a Caytlin la cosa sembrava assolutamente naturale.

Più tardi, a mente sveglia, si sarebbe detta che effettivamente la cosa non avrebbe dovuto stupirla più di tanto. Non che Rest le sembrasse il tipo di persona che frequenti abitualmente le sale da ballo ma, nelle giuste condizioni, perché mai non avrebbe dovuto danzare?

Certamente possedeva l'abilità e la coordinazione per farlo e se gli fosse stato ordinato con una buona ragione o la situazione lo avesse richiesto - ad esempio ad un incontro diplomatico ufficiale - certamente lo avrebbe fatto.

Nel sogno, tuttavia, si stupì della sua mancanza di stupore.

Sapeva che si trattava di un sogno e, in un certo senso, temeva quello che sarebbe potuto accadere in quello strano modo in cui si teme a cosa si potrebbe assistere quando si è consapevoli che è la propria mente a determinare la realtà intorno a noi.

Per il momento, comunque, a parte il valzer, non stava accadendo nulla.

La stanza in cui si trovavano era circolare e ampia, soffusa di una luce tenue appena sufficiente a vedere il contorno dei mobili e completamente deserta, a parte loro due.

La musica sembrava provenire da ogni direzione e da nessuna in particolare. L'ambiente era piacevole e, a parte quello strano senso di timore generato dalla consapevolezza di stare sognando, Caytlin stava piuttosto bene.

Rest la superava in altezza di un buon venti centimetri, eppure i loro movimenti risultavano straordinariamente aggraziati. Lui la allontanò leggermente da sé, tenendole la mano per farla piroettare e Caytlin sollevò appena l'orlo dell'abito lungo e setoso, di un morbido blu notte, che indossava eseguendo passi che non sapeva di conoscere.

"Tutto questo è alquanto... insolito," commentò Rest, nel suo elegante smoking, con l'assoluta mancanza di inflessione che solo i vulcaniani sanno mettere nelle loro affermazioni, qualunque sia l'argomento in discussione, dalla geometria dei campo di curvatura alle abitudini di accoppiamento di Bueller.

"Non è reale," rispose lei, mentre tornavano a danzare allacciati.

"No, non lo è. Si tratta di un sogno."

Tornò il silenzio, l'unico rumore, oltre alla musica, era costituito dai loro passi sul pavimento lucido.

Non è che la conversazione spumeggiante fosse il punto forte di Rest, nemmeno durante le loro ore di veglia. In qualche modo, però, Caytlin si aspettava che la versione di lui proiettata dal suo inconscio sarebbe stata più incline alle chiacchiere.

Non lo era.

La musica scemò lentamente e tacque. Loro conclusero la figura e si fermarono. Rest le fece un mezzo inchino, ma non si sbilanciò fino ad arrivare ad un baciamano.

Caytlin non sapeva se congratularsi con se stessa perché anche il proprio inconscio aveva inquadrato con esattezza il carattere di Rest o essere delusa.

Rimasero in piedi per qualche istante, l'uno di fronte all'altra. Rest inarcò leggermente un sopracciglio.

"Stiamo attendendo qualcosa?"

"Di svegliarmi," rispose lei con la vaga impressione che ci fosse dell'altro.

Poi la luce si spense.



USS Hope - Ufficio Tenente Rodriguez - 14 aprile 2398, ore 8.15


"Del cioccolato? Perché non lo replica?"

Per un folle attimo, Paulo pensò che la Graahn stesse usando un qualche gergo segreto che lui non conosceva per chiedergli di rimediarle un carico di droga. Non che lui, nel caso, non avrebbe saputo dove mettere le mani, ma il fatto che fosse proprio la trill a chiederglielo gli faceva un po' impressione. Senza contare che Basta l'avrebbe ammazzato.

"Se volessi del cioccolato normale lo replicherei," spiegò lei come se fosse ovvio. "Ma vorrei del cioccolato aldebarano e quello non si può replicare."

Effettivamente il cioccolato aldebarano non si poteva replicare ed era anche piuttosto raro. E perfettamente legale, motivo per cui Paulo non se ne era mai interessato più di tanto. Non pensava che sarebbe stato difficile reperirlo, era solo che la Graahn, sempre così ligia alle regole, non era mai venuta da lui a chiedere niente prima di quel momento.

"Non per impicciarmi, ma perché non se lo compra alla prima occasione?"

"Diciamo che è il mio modo per sfogare lo stress. E sono stressata adesso," aggiunse a mo' di ulteriore spiegazione.

"Beh, a ognuno il suo. Qualcuno il cioccolato, qualcuno l'alcol, qualcuno... beh." Tossicchiò ripensando alla conversazione con Basta. "Nessun problema, dottoressa. Però avrà il suo costo."

Melanne si sporse leggermente in avanti, verso l'altro. Fu un movimento a scatti, come se tentansse di essere minacciosa ma non avesse bene idea di come riuscirci. E non ci riuscì, così parve rinunciare e tornò ad appoggiarsi allo schienale. "Si ricorda quel discorso che abbiamo fatto sul non farsi visitare quando si ha qualcosa da nascondere?"

Paulo sbuffò. "Non vedo cosa dovrei nascondere... o meglio, cosa dovrei nascondere che una visita di routine possa rilevare," aggiunse dopo un istante, poi parve ripensarci di nuovo. "No, ok. Mi ha convinto. Un mese."

"Due settimane. La metto in fondo alla lista, è il massimo che posso fare."

"Andata."



USS Hope, Hangar navette - 14 aprile 2398, Ore 09.22


"Glielo faccio sistemare a mano, poi lo ammazzo," borbottò Luna. "Anzi, prima lo ammazzo e poi glielo faccio sistemare."

"Non è messo tanto male." Tentò Ferris in tono incoraggiante.

"Insomma..." commentò Paulo con occhio critico.

L'Akesh effettivamente non aveva un bell'aspetto. Ricordava più una lattina schiacciata che il vascello scattante e veloce che era stato prima di essere rubato. Sistemarlo a mano non sarebbe stato possibile nemmeno volendo, vivo o morto che fosse Basta durante i lavori, qualunque fossero i pezzi che Paulo sarebbe stato in grado di recuperare.

Ferris non aveva il cuore di dirlo.

Luna lo sapeva ma in quel momento, nonostante tutta la sua tempra, ammetterlo faceva troppo male.

Fu Paulo a calare la scure.

"Se ti interessa conosco un tizio, che conosce un tizio, che conosce un altro tizio, il cui fratello potrebbe procurartene uno nuovo praticamente uguale."

Gli altri due si voltarono ad osservarlo.

"E' stato un regalo di mio nonno."

"Non è detto che anche quello nuovo non appartenesse a tuo nonno in precedenza..." commentò Paulo con nonchalance.

Ferris tossicchiò prima che la scena sfociasse in massacro. "Visto che torniamo sulla Terra, potresti portarlo in un cantiere. Sono sicuro che te lo rimetteranno a nuovo."

"Vedi, se fossi stato tu a ridurlo così" riprese Luna, gli occhi sempre fissi sulla sua nave martoriata, ignorando completamente il suggerimento, "avrei anche potuto accettarlo. Ti avrei portato sul ponte ologrammi e ti avrei sbattuto come un tappeto. E tu non te la saresti nemmeno presa."

"Ah, no?"

"Invece non posso picchiare Basta."

"Perché no?"

"Basta ha già i suoi problemi," si inserì Rodriguez.

"La dottoressa Graahn?"

"Credo l'abbia già picchiato lei."

"Presa male, eh?"

"A proposito di prenderla male, la Lennox cosa ha detto del fatto che stiamo tornando sulla Terra?"

"Non saprei, le ho chiuso la comunicazione in faccia."

Sia Luna che Rpdriguez si voltarono a guardarlo.

"Xyr lo sa?" chiese lei dopo un istante.

"Aspetto il momento giusto per dirglielo."

"Com'è quel detto? Nessun inferno sarà mai come una donna infuriata?"

Paulo fece spallucce. "Ci sarà da divertirsi."



USS Hope, alloggio consigliere Caytlin, Contemporaneamente


Cytlin finì di sistemarsi i capelli e controllò gli appuntamenti della giornata con un leggero sbuffo di depressione. Dalla Grande Rivelazione in avanti, fuori dal suo studio c'era letteralmente la fila. Non si poteva dire che l'equipaggio non la ritenesse utile, tutti o quasi parevano volere il suo consiglio, il suo parere, parlarle dei propri sentimenti.

Tuttavia, l'intera faccenda le risultava snervante.

Probabilmente era questo il motivo dei suoi stupidi sogni. Normalmente non l'avrebbero turbata, non ci avrebbe perso più di un minuto, ma in quel caso sentiva una strana inquietudine al riguardo. E, dal momento che non si trattava d sogni particolarmente spiacevoli, non si spiegava il perché. Si morse lievemente il labbro inferiore davanti allo specchio, poi scosse la testa e scacciò il pensiero. Il suo inconscio le presentava immagini distorte dell'equipaggio e del loro comportamento, specialmente di coloro per cui era più preoccupata. Coloro che potenzialmente avrebbero potuto prendere peggio la presenza, finora segreta, di un alieno interdimensionale nella propria mente e che difficilmente avrebbero chiesto il suoi aiuto. Ecco tutto. La situazione non si preannunciava facile e non era sicura che tornare sulla Terra avrebbe migliorato le cose.

Non vedeva cosa l'ammiraglio Lennox avrebbe potuto dire loro più di quello che già sapevano.

Qualunque sarebbe stato lo sviluppo, tuttavia, lei avrebbe dovuto essere pronta.



USS Hope, ufficio Ufficiale Medico Capo, Contemporaneamente


Melanne tamburellava distrattamente con le dita sul piano della sua scrivania, nel mentre fissava i dati che scorrevano sul display.

Aggrottò leggermente le sopracciglia, si ficcò in bocca il quinto cioccolatino replicato dell'ultima mezz'ora e ricontrollò ancora una volta le sue analisi.

La trill si appoggiò allo schienale della poltroncina, sollevò le gambe e incrociò le caviglie sul piano del tavolo.

Quei dati non avevano minimamente senso. Ovviamente avrebbe dovuto fare delle analisi più approfondite ma non aveva idea di cosa cercare davvero. Eppure se l'alieno di cui aveva parlato la Lennox aveva e stava tuttora operando fisicamente su di loro, se erano in grado di sentire parzialmente le sue emozioni o di evocarlo, per così dire, qualche segnale avrebbe dovuto esserci. Qualcosa nelle onde cerebrali, qualche anomalia nelle risposte neuronali. Qualsiasi cosa.

Eppure lei non vedeva nulla in quei dati. E non si poteva dire che non ci si fosse impegnata.

Dopo la Grande Rivelazione, non aveva avuto molto tempo per pensare a quello che avevano scoperto. Non che l'idea di avere un alieno interdimensionale nella testa, che in precedenza li aveva quasi uccisi, le piacesse ma lei aveva presentato domanda per la commissione simbiosi. Avere una seconda voce nella mente non le faceva tanta impressione come agli altri.

Era arrabbiata per la menzogna, questo sì, ma era anche curiosa di capire come non se ne fosse accorta prima - specialmente con gli esami cui si era sottoposta dopo essere stata posseduta da quel mutaforma - e preoccupata per come avrebbe potuto prenderla Lon, visti i suoi precedenti, così aveva ricacciato indietro il primo sentimento. Non aveva tempo di arrabbiarsi, aveva un lavoro da fare, delle aspettative da soddisfare, domande a cui rispondere.

Subito dopo Basta, in un'improvvisa esplosione d'ira e testosterone, aveva conteso a Bueller il discutibile privilegio di rubare una nave e rischiare di farsi ammazzare. Anche questo l'aveva fatta arrabbiare, soprattutto perché se n'era andato senza dirle niente. Ma capiva che tecnicamente non avrebbe avuto motivo di informarla - anche se lei l'avrebbe fatto, a parti invertite - e, ancora una volta, aveva l'infermeria piena di feriti di cui occuparsi. Non aveva tempo di arrabbiarsi.

Il lato positivo era che Lon non si era fatto ammazzare e nel contempo avevano probabilmente salvato l'universo e tutto quello che conteneva. Lui sembrava uno gettato da una navetta in volo, ma tutto sommato non se la passava troppo male. Probabilmente si era aspettato la sua filippica di rito e l'aveva ascoltata con la giusta espressione contrita in volto. Tuttavia, non l'aveva presa molto sul serio e forse era stato questo a farla scoppiare.

Per la prima volta aveva dovuto impegnarsi per reprimere l'istinto di mollargli un ceffone. Lui se n'era accorto, almeno credeva, ma Melanne non gli aveva dato il tempo di dire qualcosa. Aveva sfogato su di lui la sua rabbia, l'aveva rappezzato e l'aveva cacciato dalla sua infermeria. Non ci aveva più parlato da allora. Poi aveva abbaiato qualche ordine ad un'atterrita infermiera - nessuno prima d'ora era mai stato atterrito da lei - e si era chiusa in ufficio. Aveva ordinato un the e aveva rotto la tazza. E in un impeto di patetica ribellione non aveva raccolto i pezzi fino al giorno dopo.

Successivamente aveva preso l'abitudine di passare molto più tempo nel proprio ufficio. Se la situazione in infermeria era tranquilla e lo permetteva - e dimessi gli ultimi pazienti non c'era stato un granchè da fare - delegava la compilazione dei rapporti al primo membro del personale di passaggio e si chiudeva nel suo studio. Questo le dava la duplice occasione di passare al setaccio le cartelle cliniche del personale alla ricerca di segni rivelatori di invasione aliena - tristemente mancanti senza ulteriori test - e di starsene in pace a mangiare cioccolato.

Era arrabbiata. Di più, stavolta era veramente incazzata, come non lo era mai stata prima. Questa bruciava forte. Era un sentimento nuovo per lei e, per tanto, ancora più sconcertante.

Melanne aveva passato tutta la vita cercando di soddisfare le aspettative altrui. Quelle della sua famiglia, poi quelle dei suoi insegnanti, infine quelle dei suoi superiori. Aveva concentrato tutto il suo impegno sul raggiungimento di quell'obbiettivo che naturalmente aveva avuto un costo. In accademia si era guadagnata la fama di quella che sa sempre tutto grazie al semplice espediente di non avere una vita sociale. Quindi era diventata il medico diligente, su cui si può contare ma da cui non ci si aspettano uscite esilaranti, motti di spirito o atti eroici. Quella di cui si ascoltano le ramanzine dopo essersi buttati senza batter ciglio nel genere di missioni che salvano l'universo.

Se la vita a bordo della Hope fosse stata un romanzo, lei sarebbe stato il personaggio noioso.

Lo sapeva e le andava bene così. Non possedeva il carattere di Luna, la leadership di Xyr o l'intuito di Caytlin ma era brillante e si trovava lì per le sue capacità e per il suo lavoro.

O almeno così aveva creduto.

Ora saltava fuori che se in quella sala al posto loro si fosse trovato un gruppo di addetti alle pulizie, anche loro avrebbero avuto una nave.

Poteva anche essere che la Lennox fosse davvero arrivata con il tempo a credere nelle loro capacità, ma il merito iniziale era loro quanto della poltroncina su cui sedeva Strauss.

Naturalmente, se non erano lì per merito loro ma solo per una fortuita serie di eventi, non c'era più motivo di essere la migliore. L'istinto al dovere era troppo radicato in lei perché trascurasse i propri compiti, ma dal suo punto di vista tutta quella storia aveva un interessante risvolto.

Non c'erano più aspettative da soddisfare.

Era libera.



USS Hope, alloggio Tenente Rest, Contemporaneamente


Rest aveva sempre trovato la meditazione piacevolmente utile, in particolare nell'ultimo periodo, da quando l'atmosfera a bordo era diventata così emotivamente logorante.

Non era sua abitudine criticare l'operato dei propri superiori ma non vedeva quale fosse la ragione logica per informare l'equipaggio di una rilevazione così potenzialmente perturbante in un momento tanto delicato.

Aveva imparato nel corso dei mesi precedenti ad apprezzare maggiormente i propri colleghi, a valutare i rispettivi punti di forza e di debolezza. Nonostante questo, non si poteva negare che la facilità con cui si abbandonavano alle emozioni fosse notevole e, in alcuni casi, pericolosa.

Non aveva dubbi, ad esempio, sul coraggio di Basta. Ma non ne aveva nemmeno riguardo il fatto che probabilmente, se non fosse stato turbato da quella che l'equipaggio aveva ribattezzato ormai la Grande Rivelazione, la sua recente linea d'azione avrebbe potuto essere differente.

Lui stesso aveva risentito della situazione, naturalmente. Aveva riflettuto a lungo e intensamente su ogni aspetto del problema, ma ancora non era riuscito a dissipare gli effetti che l'idea di un essere annidato nella sua mente - oltre al complesso castello di menzogne messo in piedi dall'ammiragliato - aveva su di lui. Si sentiva confuso, trovava maggior difficoltà nel concentrarsi e la sua attività onirica era diventata in qualche modo una nuova distrazione. Il sogno di un valzer con il consigliere normalmente non avrebbe assorbito nemmeno una minima parte della sua attenzione.

Mai come ora era importante concentrarsi sulla meditazione.